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[Una versione ampliata di questo articolo
è apparsa in R. Grimaldi (2003), Le
risorse culturali della rete, Milano,
Franco Angeli]
Obiettivo
di qualsiasi intervento di formazione, sia
essa assistita dalla rete o meno, dovrebbe
essere quello di promuovere nel soggetto
la costruzione di specifiche competenze in
un dato dominio conoscitivo. La competenza
è una situated knowledge, ovvero una
forma di expertise in cui la conoscenza
dichiarativa si accompagna ad una
conoscenza procedurale, costituita anche
da euristiche, che mette in grado il
soggetto di risolvere di problemi
specifici concreti. Essa è il risultato
di un sapere consapevole, gestito e
governabile in più ambiti, usato in un
momento dato, nella forma adeguata, nel
luogo giusto. La competenza opera in un
contesto, il quale ne determina
l'efficacia, ne orienta il manifestarsi,
ne indirizza l'operatività (Meghnagi,
1992, 59-63).
Quando possiamo dire che il soggetto
possiede effettivamente una competenza?
Una competenza è sempre associata alla
presenza nel soggetto di uno specifico
modello mentale relativo a quel dato
dominio. I modelli mentali sono
"mappe" del mondo e vengono
implicitamente costruite dal soggetto nel
processo di apprendimento che accompagna
la sua continua interazione con la realtà
che lo circonda. La competenza prende
forma in queste rappresentazioni interne
che il soggetto ha del dominio conoscitivo
in questione e che ne guidano l'agire
quando egli deve risolvere specifici
problemi. I modelli mentali sono
costituiti da strutture di conoscenza,
ossia schemi derivanti dalla
rielaborazione, sistematizzazione e
collegamento delle conoscenze che il
soggetto possiede su un dato dominio, e da
operazioni mentali, ossia processi che
rendono operative queste conoscenze quando
il soggetto si trova a risolvere specifici
problemi, le quali costituiscono le
componenti delle abilità possedute dal
soggetto.
Un modello mentale è la
"teoria" che guida il soggetto
nelle decisioni e nelle scelte che egli
compie quando si trova ad agire nel mondo.
Tale teoria può dare conto della propria
visione soggettiva del mondo (in una
prospettiva costruttivista), oppure
dell'interiorizzazione di uno stato
possibile del mondo (in una prospettiva
realista). Essa può essere più o meno
adeguata alla specifica situazione ed
avere un valore esplicativo più o meno
elevato, e questo si riflette
sull'efficacia delle scelte del soggetto
in termini di perseguimento dei propri
obiettivi. I modelli mentali mettono in
evidenza come i soggetti agiscano sulla
base di un loro modello della realtà, una
rappresentazione personale e semplificata,
condivisa o meno da altri soggetti, che
consente loro di operare induzioni,
deduzioni, inferenze, le quali determinano
le successive decisioni di azione. I
modelli mentali sono il frutto
dell'adattamento dell'essere pensante ad
un ambiente complesso nel quale si trova
ad interagire, secondo principi di
economia di risorse cognitive, efficienza,
efficacia. E' attraverso i modelli mentali
che i soggetti possono gestire la
complessità del mondo, semplificando
quanto percepito all'interno di schemi di
astrazione. Ricorrendo ai modelli mentali
i soggetti non devono ripercorrere ogni
volta il percorso che hanno fatto la prima
volta per giungere ad una determinata
competenza, ma possono richiamare dalla
memoria una competenza già strutturata e
cristallizzata, con un minor dispendio di
risorse cognitive. Ad esempio, un soggetto
che sa guidare l'automobile utilizza
continuamente sequenze di operazioni
standardizzate, quali "fermarsi al
semaforo", "ripartire",
"parcheggiare", senza doverle
reinventare dal nulla. Tali operazioni
sono state interiorizzate attraverso il
processo di apprendimento.
Come già accennato, i modelli mentali
hanno origine nelle rappresentazioni
interne che il soggetto crea sulla base
della propria esperienza e possono essere
costruiti sulla base di un processo
induttivo di astrazione che parte
dall'individuazione di regolarità negli
eventi esperiti e contestualizzati. Ad
esempio nell'asserto "i cigni sono
bianchi" può essere racchiusa parte
dell'esperienza del soggetto
nell'osservare i cigni. In alternativa, i
modelli mentali possono descrivere teorie
complesse e articolate ricavate
deduttivamente da segmenti di conoscenza
di portata meno ampia. La competenza
necessaria per fare una torta, ad esempio,
richiede la padronanza di una serie di
procedure e la capacità di affrontare
situazioni impreviste (impasti troppo
densi, ecc.) difficilmente ricavabili
esclusivamente sulla base della propria
esperienza, senza far ricorso a ricettari
o esperienze altrui. I modelli mentali
possono poi derivare dalla trasmissione
culturale operata dal gruppo di
riferimento. Ad esempio, determinati
gruppi etnici possono sviluppare
pregiudizi e rivalità verso altri gruppi
e trasmettere queste concezioni a tutti i
loro membri, senza necessariamente che
questi abbiano mai avuto esperienza
diretta o indiretta di interazione con
membri di altri gruppi. Le semplificazioni
e classificazioni che derivano dalla
cultura di riferimento possono essere
espressioni di valori e credenze e veicoli
per la loro perpetuazione. I modelli
mentali non sono quindi esclusivo
patrimonio dei singoli soggetti ma possono
essere condivisi all'interno di gruppi.
Secondo la teoria della cognizione
distribuita (distributed cognition,
Salomon, 1993) i modelli mentali si
estendono in una rete che va al di là del
singolo, e che collega più soggetti. I
processi sociali che legano i soggetti
sono essi stessi forme di cognizione e
fanno parte di questi modelli mentali
condivisi, che risiedono fuori e dentro la
mente. Nella misura in cui più individui
partecipano ad un processo sociale, essi
devono condividere dei modelli mentali, i
quali assicurano la coordinazione delle
attività. Secondo la teoria della
cognizione situata (situated cognition,
Jonassen, 1991) i modelli mentali, e le
competenze che essi sottendono, vengono
costruiti attraverso processi di
acculturazione: il soggetto, accolto e
socializzato in una comunità di pratiche
(Wenger, 1998), acquisisce concetti,
stabilisce relazioni tra di essi, collega
i saperi acquisiti all'uso concreto per il
quale essi sono stati concepiti e al
contesto e alle specifiche attività nei
quali i concetti e le relazioni hanno
avuto origine. Questa acquisizione di
competenze "in contesto" rende
maggiormente efficaci i modelli mentali
così sviluppati.
Per essere efficace un modello mentale
deve essere internamente coerente. Se il
tentativo di allocazione di un nuovo
elemento di esperienza genera incoerenze
nella struttura, il fatto nuovo può
essere deliberatamente ignorato,
svalutato, negato (secondo il meccanismo
di eliminazione delle dissonanze
cognitive, ossia degli elementi della
realtà non coerenti con il modello di
essa che ha l'osservatore) e la struttura
mantenuta inalterata finché le evidenze
negative non diventano troppe e
costringono il soggetto alla sua
riorganizzazione e rimodellazione in una
forma nuova, che tenga conto della nuova
evidenza empirica, costruendo un nuovo
modello mentale che incorpori le eccezioni
e sia a sua volta internamente coerente. I
modelli mentali sono quindi soggetti a
ristrutturazione sulla base
dell'esperienza che il soggetto compie di
una determinata situazione. Ad esempio, se
il nostro modello mentale dei gatti
prevede solo gatti tutti bianchi o tutti
neri, se ci viene riferita l'esistenza di
un gatto bianco e nero contemporaneamente,
all'inizio rifiuteremo l'idea come assurda
finché, al ripetersi dell'evento, non
prenderemo in considerazione la
possibilità dell'esistenza di gatti
chiazzati: per l'appunto a chiazze bianche
e nere. E' l'esperienza a rivelare che un
modello mentale è più o meno efficace
nello spiegare o prevedere i fenomeni,
più o meno adeguato allo specifico
contesto e problema da affrontare. I
soggetti che sono in grado di
ristrutturare rapidamente ed efficacemente
i propri modelli mentali, e che sono
aperti alla sperimentazione e accettazione
di modelli mentali alternativi in risposta
agli stimoli che provengono dall'esterno,
sono quelli che riescono meglio ad
adattarsi all'ambiente, dato che sono in
grado affrontare situazioni nuove,
impreviste e complesse con decisioni
maggiormente efficaci ed efficienti
(teoria della flessibilità cognitiva,
Spiro e al., 2002). Nella competenza non
rientra quindi solo la padronanza di un
modello mentale adeguato ma anche la sua
capacità di ristrutturazione in relazione
agli eventi contingenti. Questo è uno
degli elementi che contraddistingue il
comportamento comunemente definito
intelligente: il fatto di non rimanere
fermi ad oltranza sulle proprie posizioni
ma di sintonizzarsi di volta in volta
sulla specifica situazione, in modo da
mettere insieme ogni volta una struttura
coerente per assegnare senso a quanto
esperito. Uno dei prerequisiti per lo
svilupparsi della flessibilità cognitiva
è la consapevolezza da parte del soggetto
della complessità delle interconnessioni
tra concetti, che rispecchia la
molteplicità di relazioni possibili
tipiche del sapere reale, non sempre
semplificabili in un unico modello. Questo
significa che i modelli mentali adeguati a
dare conto di una realtà possono non
essere univoci ma molteplici (il modello
della realtà non è la realtà). In
termini di interventi formativi, abituando
i discenti ad elaborare prospettive
multiple attraverso le quali costruire le
strutture concettuali, li si abitua a non
appiattirsi su un unico schema valido, ma
a costruirne un insieme, all'interno del
quale pescare di volta in volta lo schema
più adeguato alla specifica situazione
contingente.
La capacità di trasformare le
informazioni acquisite in competenza
dipende dal bagaglio cognitivo
preesistente (concettuale e
terminologico), dall'attitudine a
costruire attivamente strutture e dalla
disponibilità a decostruirle e
ricostruirle, adeguandole ai nuovi
concetti esperiti. Uno scarso bagaglio
terminologico, ad esempio, influisce
negativamente sul processo di formazione
delle strutture concettuali, in quanto
queste vengono costruite, esplicitate ed
elaborate servendosi di termini
linguistici ai quali ancorare i concetti (Bruner,
1987). Un nuovo concetto viene quindi
"compreso" sulla base del quadro
concettuale già esistente perché in tale
quadro trova un'interpretazione, la quale
consente poi l'assimilazione del concetto
nel quadro stesso. Se il discente non si
accosta all'apprendimento con un quadro
concettuale adeguato, o se l'intervento
formativo non specifica le relazioni che
legano i nuovi concetti a quelli già
presenti nel bagaglio cognitivo dei
singoli discenti (e non è detto che sia
lo stesso per tutti), il concetto non può
essere interpretato e inserito nella loro
struttura cognitiva, quindi non si può
verificare apprendimento significativo.
I modelli mentali sono quindi il frutto e
il prerequisito dell'apprendimento. Essi
strutturano sia la memoria a lungo termine
sia quella a breve termine. La
possibilità di ristrutturazione dei
modelli mentali contenuti nella memoria a
lungo termine è legata a numerosi
fattori. Anzitutto è necessario
considerare l'emozione che l'apprendimento
suscita nel discente: quanto più
un'esperienza di apprendimento è
coinvolgente e gratificante, tanto più
suscita emozioni positive nel soggetto che
apprende, e tanto maggiore sarà la
possibilità che la ristrutturazione
coinvolga i modelli mentali contenuti
nella memoria a lungo termine del
soggetto. Il secondo fattore è la
ricchezza della rappresentazione della
conoscenza. Il ricorrere a
rappresentazioni visive, uditive,
multisensoriali, che trasformano semplici
elementi di conoscenza in immagini
associate a sensazioni ricche e
coinvolgenti, legate al mondo reale, rende
più probabile l'assimilazione. E' più
facile ricordare un'immagine che un
concerto astratto (ad esempio una coppia
di cigni anziché il numero 22) e una
poesia anziché una prosa (sfruttando il
ritmo dato dalla metrica). Il terzo
fattore è la quantità di collegamenti e
relazioni che è possibile stabilire tra i
concetti oggetto di apprendimento e tra di
essi e quelli contenuti nei modelli
mentali preesistenti. Individuare una
molteplicità di collegamenti rende più
agevole la connessione dei singoli
concetti in una "rete", dotata
di più punti di aggancio possibili con i
modelli mentali preesistenti. Il quarto
fattore sono le attività che il discente
mette in atto durante il suo processo di
apprendimento, in termini di
rielaborazione concettuale, confronto tra
modelli mentali diversi, riflessione sui
propri modelli mentali e valutazione
dell'efficacia di modelli diversi in
relazione a determinati scopi (le
cosiddette attività matemageniche,
attività, perlopiù interne alla mente
del soggetto, che hanno come effetto
l'instaurarsi dell'apprendimento, definite
da Rothkopf, 1970, e Laudrillard, 1993).
Abbiamo descritto la funzione dei modelli
mentali, i loro legami con le competenze
del soggetto e le modalità con cui
avviene l'interiorizzazione. Ma come è
possibile per il discente (e per il per il
docente) intervenire sui propri modelli
mentali? Anzitutto i modelli mentali sono
interni al soggetto e quasi sempre
impliciti. Per poter lavorare su di essi
è necessario mettere in atto un processo
di elicitazione, ossia un processo di
stimolazione all'esteriorizzazione
dell'acquisito, il quale consenta di
rendere esplicito e visibile il modello
mentale assimilato nel processo di
apprendimento. Rendere espliciti i modelli
mentali che guidano il nostro agire è un
processo decisamente importante, dato che
ha a che fare con l'acquisizione di
consapevolezza delle nostre strategie e
visioni del mondo, anche in vista di un
intervento migliorativo su di esse, ed è
quindi parte integrante di un processo di
empowerment (termine che deriva da "to
empower" che significa mettere in
grado, rendere capace, concedere
autorità, conferire autonomia
nell'affrontare e risolvere problemi senza
dover dipendere da altri) del soggetto che
apprende, il quale dovrebbe sempre essere
una delle priorità di qualsiasi
intervento formativo. Se lo scopo
principale dell'educazione è quello di
consentire a chi impara di farsi carico
della propria personale costruzione di
significato (Novak, 2001), la riflessione
sulla nascita, sullo sviluppo e sullo
stato corrente delle proprie strutture di
significato è indubbiamente un elemento
di primaria importanza. Il modello
mentale, una volta reso esplicito, è
naturalmente una semplice astrazione (la
mappa non è il territorio), una
rappresentazione esterna, e artificiale,
di una competenza interna, implicita e non
codificata in termini linguistici o in
immagini, che risiede nella mente del
soggetto, in una forma che a tutt'oggi non
conosciamo pienamente, anche se sappiamo
essere in qualche modo collegata alla sua
attività neuronale. Tra rappresentazione
esterna e livello interno non vi è
nessuna forma di isomorfismo, ma
semplicemente un rapporto di analogia. La
rappresentazione esterna ci è utile come
specchio della strutturazione interna
delle competenze nella mente del soggetto,
competenze che per giungere al livello
esterno devono avere un carattere
esplicitabile, ossia traducibile in una
struttura formalizzata e comunicabile, e
consapevole, ossia il soggetto deve sapere
di possederle, in modo da poterle
esplicitare. Possono esserci naturalmente
dei casi in cui il soggetto utilizza le
sue competenze in modo implicito e non
consapevole. E' in questo caso il processo
di elicitazione a guidare il soggetto
verso questa acquisizione di
consapevolezza, attraverso la stimolazione
guidata a far emergere le strutture
concettuali in lui presenti, mediante la
rappresentazione attraverso opportuni
formalismi, come vedremo nel prossimo
paragrafo. Nella formazione assistita
dalla rete tale elicitazione può avere
molteplici scopi, dalla progettazione di
strutture di corsi on line e in presenza
alla progettazione delle interfacce Web.
Rendere e espliciti i modelli mentali
degli autori e degli utenti può essere
utile capire le ragioni di determinate
scelte ed individuare le cause di
possibili difficoltà. Avvicinando i
modelli mentali di progettisti e utenti, e
rendendoli compatibili, si rendono
maggiormente efficaci e fruibili i
prodotti.
1. Visualizzare i modelli mentali: i
formalismi per rappresentare la conoscenza
Abbiamo parlato di modelli mentali come
risultato delle operazioni di
decostruzione e ricostruzione di schemi
concettuali, costituiti da strutture di
conoscenza e operazioni mentali. Ma quali
sono i "mattoni" di queste
strutture? Con cosa si decostruisce e si
ricostruisce una struttura di conoscenza?
Quali sono le unità di significato che
compongono strutture e operazioni? I
mattoni sono i concetti. Si definisce
concetto un'idea astratta e generale che
ha origine nell'intelletto del soggetto
sulla base dell'interazione dell'essere
con il mondo e con gli altri soggetti
appartenenti al suo gruppo di riferimento.
Esso rappresenta il contenuto semantico
(ossia il significato) dei segni
linguistici e delle immagini mentali ad
esso associati. I concetti si formano con
l'esperienza ma non provengono
dall'esperienza, dato che non sono
caratteristiche delle "cose in
sé" e nemmeno derivano da qualità
intrinseche delle nostre sensazioni.
Nell'interazione con il mondo e con i suoi
simili l'essere umano opera dei
"ritagli" nel flusso delle sue
esperienze, i quali gli consentono di
semplificare e gestire la complessità del
reale, organizzandola in categorie
etichettabili con un termine linguistico (Marradi,
1987). Il termine "concetto"
deriva infatti dal latino cum capio, ossia
prendere assieme, nel senso di ordinare il
flusso dell'esperienza in insiemi e
categorie, astraendo un significato di
portata più ampia dall'immediatezza delle
impressioni sensibili (Corbetta, 1999,
91). Il concetto di "tavolo", ad
esempio, è la sintesi delle sensazioni
visive e tattili esperite dall'essere
umano che si trova ad interagire con tale
entità, il concetto di
"giustizia" è la sintesi delle
sensazioni e riflessioni riguardanti
aspetti particolari dei fatti umani. Il
modo di operare tali ritagli dipende in
larga misura dalle necessità pratiche
della collettività in cui il soggetto è
inserito: un eschimese avrà un vasto
bagaglio di concetti designanti i vari
tipi di neve (neve umida, neve gelata,
neve per costruire l'igloo, ecc.), ad un
italiano ne basterà uno solo (Marradi,
1987). Il significato dei concetti è
quindi strettamente legato al sistema di
riferimento in cui il concetto è nato, si
è sviluppato e viene correntemente
utilizzato. Perché un ritaglio di
esperienze possa diventare un concetto è
necessario che le esperienze a cui si
riferisce presentino una certa regolarità
o stabilità (Novak, 2001). Il concetto di
"acqua" fa riferimento ad un
insieme di esperienze dotate di
regolarità che i soggetti hanno
interagendo con la sostanza che definiamo
"acqua".
I concetti hanno origine in un contesto
sociale, e prendono forma nell'interazione
tra individui. Questo fa sì che ciascun
concetto presenti una componente personale
e una interpersonale. Più è ridotta la
componente interpersonale più è
difficile la comunicazione di quel
concetto ad altri, dato che la sintesi di
sensazioni al quale il concetto fa
riferimento è un'operazione mentale del
tutto indipendente dal termine linguistico
utilizzato per disegnarlo, e la
possibilità di comunicare il concetto,
più che dal termine linguistico in sé,
dipende da questo patrimonio condiviso. La
componente personale fa sì che ogni
termine evochi in ciascuno di noi
significati diversi, e che la costruzione
di un patrimonio concettuale, pur
avvenendo in un contesto sociale, sia
un'operazione in cui la componente
soggettiva assume un peso rilevante (Varisco,
1995, 7-9). E' all'interno del patrimonio
concettuale di ciascun individuo che
sedimentano significati determinati dal
vissuto del soggetto stesso e dalla sua
cultura di riferimento.
I concetti costituiscono altrettanti
modelli mentali dei fenomeni a cui si
riferiscono. Se la rappresentazione del
fenomeno offerta dal concetto è corretta,
le relazioni che si stabiliscono tra i
concetti corrispondono alle relazioni tra
i fenomeni che si instaurano nel mondo
reale. I concetti possono riferirsi ad
oggetti, a proprietà degli oggetti,
oppure a stati assunti dall'oggetto sulle
rispettive proprietà (Marradi, 1987). Si
definisce oggetto un'entità, materiale o
immateriale, sulla quale si eseguono
determinate operazioni concettuali, alcune
delle quali saranno esaminate in dettaglio
nel seguito. Un oggetto può essere ad
esempio un insetto, un mammifero, uno
strumento da lavoro, una nazione, un
individuo. Si definisce proprietà
dell'oggetto considerato un dato carattere
dell'oggetto in questione. Ad esempio, per
gli oggetti precedentemente elencati,
possibili proprietà sono: il possesso o
meno di ali, le abitudini alimentari, la
funzione dello strumento da lavoro, il
numero di abitanti, il colore degli occhi
dell'individuo. Si definisce stato assunto
dall'oggetto su quella specifica
proprietà, il valore della proprietà per
l'oggetto in questione. Per le proprietà
precedentemente elencate, possibili stati
possono essere, rispettivamente: possiede
le ali, carnivoro, piantare i chiodi,
dieci milioni, azzurri. L'esempio
descritto è schematizzato in figura 1.
| OGGETTO |
PROPRIETA' |
STATO |
| Mosca |
Possesso
di ali |
Possiede
le ali |
| Gatto |
Abitudini
alimentari |
Carnivoro |
| Martello |
Funzione
dello strumento |
Piantare
i chiodi |
| Slovacchia |
Numero
di abitanti |
Dieci
milioni |
| Gianni |
Colore
degli occhi |
Azzurri |
Figura
1 - Esempi di concetti designanti oggetti,
proprietà, stati
I
concetti vengono legati tra di loro
mediante relazioni, ossia connettivi che
specificano un collegamento tra due o più
concetti, a formare proposizioni (dette
anche asserti), ossia affermazioni dotate
di valore di verità (vale a dire: possono
essere vere o false). Il termine "la
molecola" rappresenta un concetto, la
frase "la molecola ha un moto"
rappresenta una proposizione, dato che è
il frutto della connessione dei concetti
"molecola" e "moto"
con la relazione "ha". La
proposizione così formata può essere
vera o falsa (la molecola a cui ci
riferiamo può avere un moto o non
averlo). Sono le proposizioni, e non i
semplici concetti, ad "affermare
qualcosa" su un determinato dominio
conoscitivo: un brano, un discorso, non
avrebbe senso se fosse costituito solo da
concetti, dato che non affermerebbe nulla.
Una proposizione semplice, non
ulteriormente scomponibile in altre
proposizioni ma solo in concetti e
relazioni, viene detta proposizione
elementare o atomica. Una conoscenza è
quindi costituita da un insieme di asserti
riguardanti un dato ambito
dell'esperienza, i quali coinvolgono
determinati concetti. Un insieme slegato
di concetti, che non afferma nulla su quel
dato flusso di esperienza, non costituisce
una conoscenza. Proprio per questo è in
uso il termine di unità semantiche o
unità di significato per designare le
singole proposizioni. La conoscenza
rappresentata dalle proposizioni può
essere dichiarativa o procedurale. La
semplice esplicitazione delle relazioni
tra concetti è una conoscenza
dichiarativa (come ad esempio nella
proposizione "per fare una torta di
mele è necessario avere uova, farina,
zucchero, lievito, mele"). La
descrizione di una procedura di operazioni
e decisioni sequenziali e consequenziali
(ad esempio le proposizioni che descrivono
i passaggi attraverso i quali gli
ingredienti descritti vengono trasformati
in una torta di mele) rappresenta un
processo.
Attraverso singoli concetti e combinazioni
di concetti possiamo dunque descrivere
oggetti, proprietà, stati, relazioni e
processi. Sono questi cinque elementi che,
legati tra di loro in vario modo, formano
strutture di conoscenza. Tali strutture
sono frutto delle operazioni di
concettualizzazione e di sistematizzazione
che gli esseri umani mettono in atto allo
scopo di assegnare un senso al mondo, di
astrarre conoscenza dai fatti esperiti ed
elaborare sistemi di idee che ne guidino
l'agire nella complessità del reale.
Nella costruzione di una struttura di
conoscenza, il soggetto opera sempre una
semplificazione concettuale della realtà,
riducendo la complessità intrinseca del
mondo ad un modello semplificato di
questa, basato sulla riduzione del numero
di oggetti, proprietà, stati, relazioni,
processi considerati, guadagnando in
sintesi e comprensibilità ma perdendo
necessariamente in completezza
descrittiva. E' l'osservatore, quindi nel
nostro caso il soggetto che apprende, a
determinare i criteri di semplificazione
sulla base della sua scelta degli elementi
importanti per descrivere una data
situazione. La situazione complessa di
partenza diventa quindi un
"tipo", sul quale ragionare e
con il quale gestire il corrispondente
oggetto, proprietà, stato, relazione,
processo, nella realtà, che sarebbe
ingestibile se considerato nella sua
interezza. Rimanendo sul nostro esempio
della torta di mele, dire "uova"
è una semplificazione necessaria.
"Uovo" è una classe, ossia una
categoria, un insieme di oggetti, che
condividono determinate proprietà, anche
se non tutte le proprietà possibili, dato
che, a rigor di logica, ogni uovo è
diverso da tutti gli altri. Il concetto di
"uovo" ci consente di comunicare
agli altri la conoscenza necessaria per
fare una torta di mele, senza perderci in
una miriade di particolari irrilevanti per
i nostri scopi del momento.
Per quanto attiene il problema della
rappresentazione, le strutture di
conoscenza possono ovviamente essere
descritte servendosi del linguaggio
naturale, il quale costituisce un
formalismo a bassa strutturazione per la
rappresentazione della conoscenza. Il
linguaggio fa leva sulla comunicazione con
dominante verbale, basata sul codice
linguistico, ossia il testo, la parola.
Un'alternativa è l'utilizzo della
comunicazione con dominante visuale,
basata sull'uso di codice visuospaziale,
ossia l'immagine, lo schema, il diagramma,
la tabella. La comunicazione con dominante
visuale viene spesso associata a
formalismi altamente strutturati per la
rappresentazione della conoscenza, i quali
consentono la costruzione di vere e
proprie mappe cognitive. Le mappe
cognitive sono lo "specchio", la
rappresentazione esterna, semplificata,
schematizzata e resa graficamente, dei
modelli mentali interni del soggetto.
Quanto più è efficace il processo di
elicitazione dei modelli mentali del
soggetto, tanto più efficace sarà la
loro rappresentazione sotto forma di mappe
cognitive in termini di: a) completezza,
ossia ricchezza di particolari derivati
dal modello mentale; b) fedeltà, ossia
esattezza della corrispondenza tra modelli
mentali interni e rappresentazione
esterna.
Passiamo quindi ad esaminare più in
dettaglio le operazioni relative ad
oggetti, proprietà, stati, relazioni e
processi, che danno origine a determinate
strutture di conoscenza e,
contestualmente, vediamo alcune possibili
forme di rappresentazione, utilizzanti
codice linguistico e codice visuospaziale.
Prenderemo in considerazione solo i
formalismi che adottano logica
deterministica e non logica fuzzy (ossia
sfocata, sfumata, incerta), per
l'approfondimento dei quali si rimanda
alla bibliografia (Burattini, Cordeschi,
2001, Fum, 1994). Le rappresentazioni
illustrate sono state realizzate con il
software WMap, progettato ed implementato
da chi scrive, liberamente fruibile in
rete all'indirizzo www.far.unito.it/wmap.
Una struttura di conoscenza può nascere
da operazioni di:
a) Relazione. Una delle abilità di
base degli esseri umani, evidenziata fin
dalla più remota preistoria, è quella di
individuare relazioni di varia natura tra
oggetti diversi. L'uomo primitivo che nota
che è più efficace colpire la preda con
un bastone che non a mani nude e inventa
la clava, lo studente che si accorge che
determinate strategie di studio sono più
efficaci di altre nello studio di
determinate materie, sono esempi di come
sia possibile stabilire relazioni tra
entità del mondo. Le relazioni tra
oggetti fanno sempre riferimento alla
corrispondenza tra stati assunti da una
qualsiasi proprietà dei due oggetti in
questione, ad esempio la relazione tra
strategia di studio e risultati scolastici
descrive la corrispondenza tra lo stato X
sulla proprietà strategia di studio e lo
stato Y sulla proprietà profitto
scolastico. Una possibile rappresentazione
delle relazioni tra oggetti fa uso di
grafi, in cui gli oggetti o concetti tra i
quali sussiste una relazione sono
rappresentati da nodi e la relazione in
questione è rappresentata da un arco
orientato. Questa forma di
rappresentazione viene detta rete
semantica, se le relazioni sono tutte
della stessa natura, oppure mappa
concettuale se le relazioni sono di natura
diversa. Nella rete semantica di figura 2
vengono rappresentate le relazioni del
tipo "si cibano di" tra concetti
designanti categorie di animali. Ciascuna
relazione rappresentata dalla rete
semantica è esprimibile linguisticamente
mediante un asserto, ad esempio "I
carnivori si cibano di erbivori",
"Gli erbivori si cibano di
vegetali", ecc.
Forme alternative, non grafiche, di
rappresentazione di relazioni possono
essere: 1) la logica dei predicati di
primo ordine, utilizzata ad esempio per la
rappresentazione di relazioni nel
linguaggio di programmazione Prolog, uno
dei linguaggi che hanno fatto la storia
della ricerca sull'intelligenza
artificiale, in cui gli esempi di
relazioni illustrate in figura 2 diventano
ciascuna una istanza del predicato
si_cibano_di (y,x), ad esempio
si_cibano_di (erbivori, carnivori),
si_cibano_di (vegetali, erbivori), ecc.;
2) le regole di produzione,
particolarmente efficaci nella
rappresentazione di relazioni causali,
nella forma se X, allora Y, ad esempio
"se si studia in gruppo, allora si
ottengono migliori profitti
scolastici".

Figura 2 - Relazioni del tipo"si
cibano di" tra alcune categorie di
animali
b)
Raggruppamento. Dove le relazioni tra
oggetti sono relazioni di similitudine, è
possibile raggruppare gli oggetti sulla
base di queste, mettendo in atto
operazioni di generalizzazione e di
astrazione per individuare un concetti
unificanti o più generali che sussumano
sotto una classe più generale i concetti
designanti gli oggetti raggruppati. Ad
esempio: qual è il concetto unificante di
un insieme in cui sono presenti un gatto,
un elefante e uno squalo? Il fatto che
sono tutti animali dotati di colonna
vertebrale; quindi l'insieme può essere
denominato "vertebrati". Tutti
gli animali dotati di tale caratteristica
saranno contraddistinti dall'appartenenza
all'insieme così formato. L'operazione di
raggruppamento consiste quindi nel creare
insiemi di oggetti, i quali condividono
una proprietà che, su quei dati oggetti,
presenta uno stato comune. La
rappresentazione del raggruppamento è il
diagramma di Venn. Un esempio di
raggruppamento può essere costituito
dall'insieme degli insetti, come
illustrato in figura 3, i quali sono
animali che sulla proprietà
"famiglia di appartenenza"
condividono lo stato "insetto".

Figura
3 - Diagramma di Venn rappresentante un
raggruppamento (oggetti: animali;
proprietà: famiglia; stato: insetti)
c)
Ordinamento. Dove la relazione tra
oggetti non sia di similitudine ma di
ordine è possibile ordinare oggetti per
formare liste di oggetti. Le relazioni di
ordine sono riferite ad una sola
proprietà degli oggetti in questione, i
quali non devono necessariamente essere
della stessa natura, ad esempio tutti
insetti, o tutti animali. Sulla proprietà
di ordinamento gli oggetti considerati
presentano più stati, ordinabili in base
ad un criterio definito ed esplicito, ad
esempio dimensione, precedenza temporale,
importanza, ecc. La figura 4 riporta un
esempio di ordinamento di animali sulla
base delle loro dimensioni.

Figura
4 - Una possibile rappresentazione di una
lista di concetti
(oggetti: animali; proprietà:
dimensione)
d)
Classificazione. Oltre a stabilire
relazioni di similitudine e di ordine tra
oggetti, è possibile costruire vere e
proprie classificazioni di oggetti sulla
base degli stati assumibili da una delle
loro proprietà. Tali stati possono essere
ordinabili oppure no, e ciascuno di essi
definisce una classe (detta anche
categoria). Una volta prodotta una
classificazione, è possibile
categorizzare singoli oggetti,
considerandoli istanze di una delle classi
così costruite. Se ad esempio dobbiamo
classificare degli animali sulla base
della proprietà "capacità di
volare" definiremo due classi,
corrispondenti agli stati "vola"
e "non vola" (figura 5). La
classificazione è un'operazione
esaustiva, ossia tiene conto di tutti gli
stati considerati possibili per la
proprietà considerata nella
classificazione.

Figura
5 - Esempio di classificazione (oggetti:
animali; proprietà: "vola/non
vola")
e)
Esplicitazione di spazi degli attributi. Quando
la classificazione non viene operata sulla
base di una singola proprietà ma di due o
più proprietà, gli oggetti da
classificare vengono collocati in uno
spazio congiunto multidimensionale
definito spazio degli attributi. Tale
spazio è l'insieme di tutte le
combinazioni possibili degli stati assunti
dalle proprietà considerate degli oggetti
in questione. Se le proprietà sono due e
dicotomiche (ossia ciascuna di esse può
assumere due stati) lo spazio degli
attributi ha quattro caselle, come
nell'esempio di figura 6 in cui sono stati
collocati alcuni animali in uno spazio
degli attributi formato dalle proprietà
"capacità di volare" e
"dotazione di ali".

Figura
6 - Esempio di spazio degli attributi
(oggetti: animali; proprietà:
"ha le ali/non ha le ali" e
"vola/non vola")
f)
Schedatura. Quando sui vari oggetti
rileviamo determinate proprietà (uguali
per tutti gli oggetti), le quali possono
assumere stati diversi da oggetto a
oggetto, stiamo operando una schedatura
degli oggetti considerati. Ciascuna scheda
descrivente gli stati assunti dall'oggetto
sulle proprietà considerate viene detta
frame (Minsky, 1975). Ciascuna proprietà
corrisponde ad uno slot, ossia uno spazio
in cui annotare lo stato assunto dalla
proprietà corrispondente per l'oggetto
considerato. L'insieme di oggetti schedati
attraverso un frame può essere riassunto
in una matrice, in cui le righe
rappresentano gli oggetti schedati, le
colonne le proprietà oggetto di
rilevazione e le celle all'incrocio tra le
righe e colonne contengono lo stato
dell'oggetto considerato sulla relativa
proprietà. L'esempio di figura 7 illustra
la schedatura di due animali sulla base
delle proprietà "famiglia di
appartenenza", "si nutre
di", "vive prevalentemente
in", con relativi frame e matrice dei
dati.
a) Frame di schedatura

Figura
7 - Esempio di frame e relativa matrice
(oggetti: "gatto domestico",
"leone"; proprietà:
"famiglia di appartenenza",
"si nutre di", "vive
prevalentemente in")
b)
Matrice corrispondente
| OGGETTO |
FAMIGLIA |
SI
NUTRE DI |
VIVE
PREVALENTEMENTE IN |
| Gatto
domestico |
Felini |
Piccoli
animali che riesce a cacciare |
Zone
a clima temperato |
| Leone |
Felini |
cacciagione |
Savane |
g)
Tipologizzazione. Quando la
classificazione viene operata sulla base
di due o più proprietà, ma queste sono
diverse da oggetto a oggetto, il sistema
di categorie così creato si definisce
tipologia. Nell'esempio di figura 8 alcuni
animali sono dapprima stati classificati
in erbivori, carnivori ed onnivori, e
successivamente gli oggetti appartenenti
alle prime due categorie sono stati
classificati in due ulteriori sottoclassi.
La rappresentazione utilizzata è quella,
già vista, del grafo, ossia un diagramma
costituito da nodi e archi orientati, che
illustra le relazioni tra le categorie
più generale e le sottocategorie. L'esplicitazione
di tali relazioni corrisponde all'esplicitazione
delle scelte che il classificatore deve
fare per giungere ad incasellare uno
specifico oggetto in uno dei tipi, ossia
delle categorie corrispondenti ad una data
combinazione di attributi, così definiti.
I tipi sono caratterizzati da un'alta
omogeneità all'interno di essi e da
un'alta eterogeneità tra di essi. Quanto
più ristretta è una categoria, e quindi
quanto più numerose sono le proprietà
degli oggetti coinvolte nella
tipologizzazione, tanto più elevata è la
quantità di informazione utilizzata. Ad
esempio il contenuto informativo presente
nel tipo "ruminante" è maggiore
di quello presente nel tipo
"erbivoro".

Figura
8 - Tipologia che classifica animali sulla
base delle loro abitudini alimentari
h)
Gerarchizzazione. Se tra i concetti
sotto esame è possibile definire
relazioni di tipo gerarchico, l'operazione
relativa è un'operazione di
gerarchizzazione e produce una tassonomia,
definita come un'organizzazione gerarchica
di concetti, volta ad illustrarne in modo
grafico le relazioni di gerarchia che
sussistono tra di essi. In una tassonomia
la gerarchia riguarda l'inclusività dei
concetti: un concetto che si trova più in
alto nella gerarchia include quelli che si
trovano più in basso di lui nel suo ramo.
Un tipico esempio di tassonomia è la
classificazione degli esseri viventi
operata da Linneo, secondo i livelli
regno-phylum-classe-ordine-famiglia-genere-specie.
In questa tassonomia l'uomo è
classificato nel regno animale, phylum
cordati, classe vertebrati, ordine
mammiferi, famiglia ominidi, genere homo,
specie sapiens. Nella tassonomia, i
referenti che condividono un ramo della
classificazione hanno le stesse
proprietà. Nel nostro esempio, lo
scimpanzé condividerà con l'uomo tutte
le proprietà che gli derivano
dall'appartenere al regno animale, phylum
cordati, classe vertebrati, ordine
mammiferi, ma avrà famiglia, genere e
specie diverse e ciò definirà delle
proprietà sue proprie.

Figura
9 - Esempio di tassonomia dei vertebrati
i)
Individuazione di sequenze e
trasformazioni. Mentre le operazioni
precedentemente descritte producono
rappresentazioni di conoscenza statica,
dichiarativa, le sequenze e le
trasformazioni insistono su una conoscenza
procedurale, che definisce il passaggio da
uno stato ad un altro dei concetti
considerati, ad esempio i passaggi
attraverso i quali una monarchia assoluta
diventa una monarchia costituzionale. La
rappresentazione delle trasformazioni
avviene attraverso diagrammi procedurali,
come i due esempi illustrati in figura 10,
costituiti da azioni e decisioni collegate
tra di loro da frecce che indicano la
sequenzialità dei percorsi. Una forma
alternativa di rappresentazione di
sequenze e trasformazioni è lo script (Schank,
Abelson, 1977), ossia una sequenza di
operazioni e decisioni espresse in forma
verbale.
a)
La fotosintesi clorofilliana

Figura
10 - Due esempi di diagrammi procedurali
b)
Ricetta "Torta croccante di
mele"

l)
Definizione di sistemi di asserti.
Come abbiamo visto è possibile combinare
concetti per definire delle proposizioni o
asserti, i quali costituiscono una forma
di rappresentazione della conoscenza molto
vicina al linguaggio naturale. La
rappresentazione è in questo caso
testuale e non grafica. Gli asserti
possono essere generalizzati attraverso
stringhe semantiche, ossia schemi che
mettono in evidenza la struttura
dell'asserto e le variabili in esso
contenute. Ad esempio "Nella scuola
<ordine di scuola> i/gli
<attori> hanno il compito di <compito>"
è una stringa semantica con tre
variabili, la quale dà origine a numerose
proposizioni, tutte con la stessa
struttura "Nella scuola elementare i
docenti hanno il compito di insegnare ai
bambini a leggere", "Nella
scuola professionale gli allievi hanno il
compito di acquisire le abilità
necessarie al loro ingresso nel mondo del
lavoro", ecc.
La figura 11 riassume i formalismi
descritti.
| Operazione |
Proprietà |
Stati |
Relazioni |
Processi |
Rappresentazione |
| Relazione |
Una
proprietà |
Uno
stato |
Una
qualsiasi relazione tra stati
assunti dalle due proprietà nei
due oggetti |
- |
Rete
semantica
Mappa concettuale
Sistemi di regole di produzione |
| Raggruppamento |
Una
proprietà |
Uno
stato |
Relazione
di uguaglianza dello stato per la
proprietà nei vari oggetti |
- |
Diagramma
di Venn |
| Ordinamento |
Una
proprietà |
Più
stati |
Relazione
di ordine tra gli stati della
proprietà nei vari oggetti |
- |
Lista |
| Classificazione
o categoriz. |
Una
proprietà |
Più
stati |
In
ogni categoria gli oggetti
presentano lo stesso stato sulla
proprietà in questione |
- |
Sistema
di categorie |
| Esplicitazione
di spazi degli attributi |
Più
proprietà, uguali per tutti gli
oggetti |
Più
stati, uguali per tutti
gli oggetti |
In
ogni categoria gli oggetti
presentano gli stessi stati sulle
stesse proprietà |
- |
Spazio
degli attributi |
| Schedatura |
Più
proprietà, uguali per tutti gli
oggetti |
Più
stati, diversi da oggetto a
oggetto |
- |
- |
Frame
Matrice dei dati |
| Tipologizzazione |
Più
proprietà, diverse da oggetto a
oggetto |
Più
stati, diversi da oggetto a
oggetto |
Gli
oggetti di ogni categoria hanno
una determinata relazione con
quelli della categoria di ordine
superiore. |
- |
Tipologia |
| Gerarchizzazione |
Più
proprietà, una per ciascun
livello gerarchico |
Più
stati |
Relazione
di inclusione tra gli oggetti |
- |
Tassonomia |
| Individuazione
di sequenze e trasformazioni |
-
|
-
|
-
|
Un
processo |
Diagrammi
procedurali
Script |
| Definizione
di sistemi di asserti |
Più
proprietà |
Più
stati |
Più
relazioni |
Più
processi |
Sistema
di asserti |
Figura
11 - Formalismi per la rappresentazione
della conoscenza
2.
Formazione assistita dalla rete e
formalismi per la rappresentazione della
conoscenza
Attraverso i formalismi visti nel
paragrafo precedente è possibile definire
mappe cognitive rappresentanti
graficamente le strutture mentali e le
operazioni mentali che costituiscono le
componenti dei modelli mentali. Stimolare
i membri del gruppo di apprendimento a
produrre le proprie mappe cognitive e
rappresentare i propri modelli mentali
può avere molteplici funzioni nella
formazione, sia essa assistita dalla rete
o meno. Tra le principali è possibile
segnalare:
a) Favorire la riorganizzazione personale
dei saperi acquisiti dal discente e lo
sviluppo di deduzioni ed inferenze. L'esplicitazione
di conoscenze tratte da varie fonti
(l'esperienza di chi apprende,
l'insegnamento, ecc.) e la
riorganizzazione di esse in una mappa
cognitiva, consente di riunire segmenti di
conoscenza precedentemente slegati in un
quadro unitario ed esplicito, agganciabile
alle proprie conoscenze preesistenti. Se
la formazione assistita dalla rete prevede
un ruolo attivo e costruttivo del soggetto
(il quale apprende interagendo con le
risorse culturali della rete) contrapposto
ad un ruolo passivo/ricettivo che
caratterizza i modelli di formazione
tradizionali, la riorganizzazione
personale dei contenuti oggetto di
apprendimento, e la loro schematizzazione
attraverso i formalismi visti nel
paragrafo precedente, diventa un momento
decisamente importante. Tale
riorganizzazione favorisce lo sviluppo
controllato di modelli mentali e quindi
l'apprendimento significativo, inteso come
momento di incorporazione stabile dei
nuovi concetti nelle proprie strutture
cognitive, facilitando l'aggancio tra le
conoscenze pregresse del discente e le
conoscenze acquisite, favorendo la
ristrutturazione dei modelli, attraverso
continue associazioni e ridefinizioni del
sapere, e facilitando l'esplicitazione
delle proprie conoscenze implicite. Il
discente che apprende deve poter
manipolare, interpretare, organizzare,
operare una creazione di senso nella
costruzione del suo prodotto attraverso
associazioni creative tra elementi di
conoscenza. E' importante sottolineare
come, dato che ogni mappa cognitiva è uno
specchio di un modello mentale che deriva
dalla propria esperienza nel mondo, essa
sia da considerarsi una creazione
strettamente personale. Anche operando
sugli stessi materiali individui diversi
costruiscono mappe diverse. Proprio per
questo il docente non deve imporre le sue
mappe cognitive, ma consigliare, aiutare,
guidare il discente alla costruzione delle
proprie, dato che, laddove gli asserti
rappresentati siano veri (ossia
compatibili con la realtà di cui
intendono dare conto) non esistono mappe
cognitive giuste o sbagliate in sé, ma
solo mappe cognitive più o meno efficaci
nel descrivere, spiegare, prevedere una
data realtà. Da tale riorganizzazione è
poi possibile costruire nuovi segmenti di
sapere operando inferenze sulle conoscenze
date. Ad esempio, dallo spazio di
attributi di figura 4 si potrebbe dedurre
che dato che non vi sono animali che
volano che non hanno le ali, le ali siano
uno strumento indispensabile per volare.
b) Autoriflettere sui propri modelli
mentali. Gli studi sulle abilità
metacognitive hanno dimostrato come i
discenti che apprendono in maniera più
efficace siano coloro che sanno riflettere
sui propri processi di apprendimento e
mettere in atto strategie di
autoregolazione cognitiva. Questo è
possibile se il soggetto che apprende
acquisisce consapevolezza dei propri
modelli mentali e riflette su di essi per
verificarne l'adeguatezza alle specifiche
situazioni. Esplicitare il proprio modello
mentale relativo ad un dato dominio
conoscitivo, che il discente già conosce
o che sta studiando, attraverso una mappa
cognitiva che ne fornisca un feedback
visivo, è un ottimo strumento per
l'acquisizione di consapevolezza sulle
proprie competenze, portando a livello
esterno, esplicito, ciò che normalmente
risiede a livello interno, implicito. E'
più facile ragionare su uno
"schema" che rappresenti i
concetti su cui stiamo riflettendo, che
non ragionare in astratto. Attraverso la
rappresentazione è più facile valutare
le carenze nel proprio quadro concettuale,
scoprire le incoerenze nei propri modi di
pensare, individuare eventuali
incongruenze nelle classificazioni e
relazioni esistenti, e identificare
possibili nuove forme di classificazione e
relazione tra oggetti, stimolando la
creazione di nuove idee oltre alla
riorganizzazione di quelle esistenti. La
riflessione sulla rappresentazione
esterna, migliora il modello mentale
interno del soggetto. Autoriflettere
significa anche saper argomentare e
giustificare quanto è stato collocato in
una mappa cognitiva, ossia padroneggiare
realmente quella conoscenza. La padronanza
della terminologia di base di un dato
dominio conoscitivo, dei concetti sottesi
a tali termini e delle relazioni tra di
essi è il prerequisito essenziale per lo
sviluppo da parte del discente di abilità
di ordine superiore relative a quel
particolare dominio. Tale acquisizione
rappresenta un notevole passo avanti nello
sviluppo di un metodo efficace di lavoro e
di studio, contribuendo alla
responsabilizzazione del discente
(facendogli capire, ad esempio, che non ci
aspettiamo da lui solo una memorizzazione
ma anche una reale comprensione), al
miglioramento delle capacità di problem
solving, alla presa di coscienza
dell'utilità dell'autoriflessione. Dal
confronto tra mappe cognitive disegnate in
momenti diversi è possibile avere un
andamento diacronico dell'evoluzione delle
proprie concezioni e rilevare eventuali
discontinuità nei processi di
apprendimento.
c) Rilevare quali e quante conoscenze,
dichiarative e procedurali, possiede il
soggetto, allo scopo di valutarne le
effettive competenze. Questo è
particolarmente importante prima di
intraprendere un intervento formativo per
avere un quadro delle conoscenze pregresse
del soggetto, sulle quali costruire nuove
strutture nel corso dell'intervento stesso
(valutazione iniziale), o dopo
l'intervento formativo per capire cosa è
stato acquisito e cosa no (valutazione
finale) e quali interventi di recupero è
necessario pianificare (valutazione
diagnostica). Le mappe cognitive
consentono di rilevare e valutare
molteplici aspetti quali: 1) gli elementi
di conoscenza che il discente ha colto nel
dominio conoscitivo in oggetto, in termini
di oggetti, proprietà, stati, relazioni,
processi; 2) la capacità di
concettualizzazione del discente, che
emerge nella complessità delle strutture
da lui generate; 3) le eventuali
misconcezioni, le quali, se si ripetono in
più soggetti, possono essere indici di
problemi nell'intervento formativo; 4) i
concetti che il discente ha incorporato
nel suo patrimonio concettuale e la loro
localizzazione all'interno di esso; 5) la
loro pertinenza con gli scopi
dell'intervento formativo e la
corrispondenza con i concetti considerati
più importanti dal valutatore; 6) la sua
capacità di formare strutture coerenti,
corrette e pertinenti; 7) la sua capacità
di ideare in modo originale nuovi elementi
di conoscenza, non esplicitamente dati
nell'intervento formativo; 8) la sua
capacità di analisi e di sintesi nel
costruire la mappa cognitiva; 9) la sua
capacità di saper produrre mappe con il
giusto livello di approfondimento, senza
che queste siano troppo povere oppure
troppo dettagliate; 10) la sua capacità
di selezionare gli elementi di conoscenza
più rilevanti nell'insieme delle
conoscenze del dominio. La valutazione
attraverso mappe cognitive consente quindi
di valutare abilità di livello superiore
dei discenti (ad esempio quelle che
figurano nella tassonomia di Bloom come
analisi, sintesi e valutazione). Anche qui
in una prospettiva diacronica è possibile
valutare i cambiamenti apportati dai
processi di formazione e di
rielaborazione. Se l'intervento formativo
ha successo, la mappa cognitiva prodotta
dal discente deve aumentare nella
complessità della struttura avvicinandosi
a quella che potrebbe produrre un esperto
di dominio.
d) Agevolare la comunicazione del proprio
modello mentale. La caratteristica delle
mappe cognitive di essere uno strumento
per l'esplicitazione di una competenza le
rende utili per comunicare in modo
sintetico ed efficace il proprio sapere ad
altri. Abbiamo già visto come la
comunicazione faccia riferimento ad un
patrimonio di concetti condivisi: il
comunicare un sapere attraverso mappe
cognitive consente, meglio di quanto possa
fare la comunicazione testuale, di
individuare le differenze tra diverse
formulazioni di concetti e diverse
associazioni di essi a determinati termini
linguistici. In aggiunta la mappa
cognitiva impone al comunicante una
chiarificazione concettuale già al
momento della sua costruzione e consente
di affiancare il codice visuale a quello
verbale, rendendo la comunicazione più
efficace e maggiormente adatta a veicolare
conoscenze complesse. La mappa cognitiva
dimostra anche la sua efficacia nel dare
una visione di insieme delle conoscenze e
può guidare a ripercorrere e ricostruire
processi di pensiero compiuti da altri
soggetti o dallo stesso soggetto in altri
momenti. Esse aiutano quindi a condividere
con altri i propri processi di pensiero, e
ciò potenzia le capacità del gruppo di
lavoro o di apprendimento di costruire un
patrimonio conoscitivo condiviso. Nella
formazione assistita dalla rete la
comunicazione del proprio modello mentale
interviene, ad esempio, quando il docente
propone una propria organizzazione di
contenuti didattici, strutturando unità e
argomenti del corso on line.
e) Agevolare il confronto intersoggettivo
del proprio modello mentale con quello
degli altri, e facilitare i processi di
condivisione e di costruzione
collaborativa di conoscenze, quando più
persone cercano di fondere più strutture
di conoscenza, corrispondenti a più
modelli mentali, in una struttura unica.
Le mappe cognitive rappresentanti modelli
mentali sono terreni su cui più soggetti
possono confrontarsi, supporti sulla quale
far crescere conoscenze condivise. Se la
mappa cognitiva non viene costruita da un
singolo ma da più persone, questa
rappresenta un modo efficace per
confrontare, accomunare, condividere
esperienze, patrimoni conoscitivi e punti
di vista diversi. La conoscenza diventa
non più il prodotto di un'elaborazione
individuale di informazioni ma un
"emergere sociale di significati,
creati, negoziati e condivisi all'interno
di una comunità di soggetti" (Varisco,
1995, 71-82). Il lavorare in gruppo sulla
stessa mappa svolge una funzione
socializzante, favorendo il confronto
intersoggettivo sul significato dei
concetti costituenti oggetti, proprietà,
stati, relazioni, processi, dato che
diversi punti di vista possono trovare
spazio sulla stessa mappa. Ogni membro del
gruppo può ritrovare nella mappa i propri
punti di vista e al contempo gli esiti
della negoziazione. Lo scopo è
socializzare le proprie conoscenze,
raccontare i propri vissuti, raccordare il
sapere acquisito in un corso con quello
acquisito mediante le proprie esperienze
personali. La costruzione collaborativa di
mappe cognitive può costituire una forma
di brainstorming, ed essere utilizzata per
generare ed affinare idee nuove.
f) Far emergere la "struttura"
di una conoscenza. Le mappe cognitive
sintetizzano e fanno emergere la
"struttura" di una data
conoscenza. Questo consente ad esempio di
sintetizzare un testo o di prendere
appunti in maniera più rapida ed
efficace. Il soggetto chiamato a
sintetizzare un testo o un discorso in una
mappa cognitiva deve operare una
preselezione e riorganizzazione personale
di quanto letto o ascoltato e renderlo in
una forma più compatta e facilmente
intelligibile anche da altri. Una mappa
cognitiva ben costruita offre una comoda e
chiara panoramica di insieme di una
conoscenza, degli oggetti, proprietà,
stati, relazioni e processi coinvolti, del
ruolo dei singoli elementi conoscitivi nel
sistema e delle interrelazioni tra
elementi, riassumendo in modo chiaro e
sintetico anche testi con un'alta
complessità concettuale intrinseca. Il
discorso connettivo viene eliminato per
isolare la "struttura"
sottostante al brano scritto o al parlato.
L'unidimensionalità e la sequenzialità
del testo tradizionale cedono il posto
alla multidimensionalità della mappa
cognitiva, consentendo al fruitore di
muoversi avanti ed indietro sulla
struttura, lungo diverse dimensioni, di
operare un accrescimento della stessa
mediante il collegamento di nuovi concetti
a quelli preesistenti in qualunque punto
questi si trovino. Selezionare,
organizzare, sintetizzare la conoscenza in
una struttura rende più facile
l'apprendimento, dato che facilita gli
agganci con le strutture mentali
preesistenti, rendendo anche maggiormente
evidenti le possibili interrelazioni. In
un intervento formativo, il docente può
proporre una sua strutturazione dei
materiali didattici consigliati, fornendo
così principi organizzatori generali per
il discente (ad esempio con funzione di
organizzatori anticipati, ossia strutture
generali che preparano all'assimilazione
di concetti specifici, si veda Novak,
2001), il quale, a sua volta, costruendo
ed esplicitando le proprie strutture
illustra al docente come ha assimilato gli
elementi di conoscenza.
g) Identificare elementi per
contestualizzare le conoscenze.
Rappresentare le conoscenze mediante mappe
cognitive consente di fornire segmenti di
conoscenza ausiliari per la
contestualizzazione delle stesse. La mappa
consente di visualizzare gli elementi di
contesto all'interno del quale i singoli
concetti assumono un senso, evidenziando i
legami con gli altri concetti appartenenti
allo stesso contesto. Il concetto non
viene comunicato in modo isolato ma sempre
ancorato ad una rete di significati, la
quale contribuisce a chiarirne il senso e
a favorire percorsi di apprendimento che
utilizzano il concetto come punto di
partenza per l'esplorazione dell'intera
struttura. Questo consente anche di
ricordare più efficacemente una
conoscenza o un insieme di conoscenze,
sfruttando gli elementi di organizzazione
visuale e di associazione tra concetti. I
singoli concetti possono rappresentare dei
mediatori mnemonici, utili per ricostruire
l'intera mappa intorno ad essi. In fase di
ripasso lo studente può ripercorrere la
mappa a piccoli pezzi, richiamando alla
memoria ogni volta il processo di
comprensione che lo ha portato alla
costruzione della struttura.
h) Favorire il trasferimento di segmenti
di conoscenza ad altri oggetti e contesti.
L'identificazione e l'esplicitazione di
una struttura attraverso una mappa
cognitiva può essere un ausilio per
estrapolare elementi di conoscenza e
trasferirli ad ambiti e contesti
differenti, rendendo più facile il
confronto tra le specifiche situazioni e
mettendo in luce differenze ed analogie.
La schedatura di un oggetto attraverso un
frame, ad esempio, può essere una traccia
per la schedatura di altri oggetti che
presentino proprietà analoghe.
i) Comparare agevolmente oggetti e punti
di vista diversi. Le mappe cognitive
possono costituire un ausilio per
comparare in modo rapido ed efficace
conoscenze diverse o modelli mentali di
soggetti diversi sullo stesso dominio di
conoscenza. La sistematizzazione e la
sintesi visuale offerta dalle mappe
cognitive consente di identificare "a
colpo d'occhio" la presenza di
determinati oggetti, proprietà, stati,
relazioni, procedure, con un indubbio
vantaggio nelle operazioni di comparazione
rispetto a conoscenze organizzate in forma
testuale. Ad esempio è possibile
comparare differenti interpretazioni di un
testo mediante la comparazione delle mappe
cognitive prodotte da più soggetti,
oppure comparare conoscenze riferite a due
oggetti diversi, ad esempio monarchia
inglese e monarchia spagnola, comparando
stati, proprietà, relazioni e procedure
connesse.
l) Progettare strutture complesse di
conoscenza quali ad esempio saggi,
ipertesti, prodotti ipermediali,
interfacce, bookmark ragionati di
indirizzi Web. La progettazione di un
prodotto cognitivo complesso quale può
essere un ipertesto richiede che ogni
tassello di conoscenza venga collocato in
una rete con una sua coerenza intrinseca.
Le mappe cognitive, riproducendo la
pluralità di percorsi e di connessioni
attraverso elementi di conoscenza, offrono
un modo per padroneggiare questa struttura
complessa, per discuterne l'organizzazione
tra i vari partecipanti al progetto, per
gestire la complessità del sistema
mediante un controllo costante dell'intera
struttura del prodotto. Anche nella
semplice stesura di un testo, la creazione
preliminare di una mappa cognitiva può
essere utile per focalizzare l'impianto
del discorso e favorirne la stesura. Un
bookmark di indirizzi Web è generalmente
organizzato in forma tassonomica ma, come
abbiamo visto, questa non è l'unica
rappresentazione possibile e spesso
nemmeno la migliore: utilizzare mappe
cognitive con oggetti linkati ad indirizzi
di risorse presenti in rete è un modo
efficace per collegare risorse sparse in
quadro unitario e coerente, che renda in
modo esplicito la "struttura" ad
essi imposta dal compilatore.
m) Rendere "operative" le
conoscenze dei soggetti. La possibilità
di coniugare attraverso le mappe cognitive
gli elementi di conoscenza dichiarativa e
procedurale consente la comunicazione e la
trasmissione di conoscenze non statiche ma
"operative", volte a risolvere
problemi concreti. La rappresentazione
procedurale, in aggiunta, rende molto più
efficace ed efficiente il modello in
determinate situazioni: è molto più
efficiente rappresentare il concetto di
"cerchio" attraverso una
conoscenza procedurale (l'algoritmo che
consente di tracciare il cerchio) che non
attraverso una conoscenza dichiarativa (le
coordinate di tutti i punti che
rappresentano la figura geometrica).
n) Rilevare il quadro interpretativo con
cui il soggetto si avvicina
all'attribuzione di senso alle nuove
conoscenze acquisite. Per capire come
nuove conoscenze verranno interpretate da
un soggetto, e incorporate nel suo modello
mentale, oppure come nuovi modelli mentali
verranno costruiti a partire dai modelli
preesistenti, è possibile servirsi delle
mappe cognitive per ricostruire il quadro
interpretativo con il quale il soggetto si
avvicina ai nuovi saperi. Ad esempio, un
soggetto che vada per la prima volta al
ristorante cinese, affronterà la
situazione utilizzando, ad esempio, il
frame "ristorante italiano", e
costruirà il nuovo frame modificando
quello precedente sulla base della sua
esperienza in quella situazione.
o) Individuare i modelli mentali degli
utenti delle interfacce. L'ergonomia
dell'interfaccia è un elemento importante
nella progettazione di prodotti
telemediali per la formazione assistita
dalla rete. Ad un'"ergonomia
cognitiva", collegata alla
strutturazione delle conoscenze nel
prodotto ipermediale, deve essere
collegata un'ergonomia dell'interfaccia
utilizzata per proporre all'utente i
prodotti per la formazione assistita dalla
rete. Ergonomia dell'interfaccia significa
proporre all'utente un ambiente in cui il
sistema si comporti proprio come prevedono
i suoi modelli mentali e non lo obblighi a
svilupparne di nuovi "ad hoc".
In fase di progettazione dell'interfaccia
occorre individuare i modelli mentali con
i quali gli utenti si accosteranno al
prodotto e adeguare l'interfaccia ad essi.
In altre parole, i modelli mentali che
utilizza il progettista dell'interfaccia
devono essere compatibili con quelli degli
utenti, se si vuole mettere questi ultimi
nelle condizioni migliori per poter
operare corrette attribuzioni di
significato.
In conclusione è possibile dunque
affermare che i formalismi per
rappresentare la conoscenza rivestono un
ruolo cruciale nell'organizzazione dei
materiali didattici per interventi di
formazione assistita dalla rete. Il
rapporto bidirezionale (in termini di
interiorizzazione ed elicitazione) tra
modelli mentali e mappe cognitive e
l'utilizzo di queste nella strutturazione
delle conoscenze nello spazio telematico
è probabilmente una delle sfide più
stimolanti che ci riservano gli anni a
venire.
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