|
Di Mario Rotta Che cosa si può dire ancora sull'Open Source
che non sia stato già detto? Non c'è praticamente convegno o
expo, ormai, dove non si dedichi una sessione specifica al problema
della diffusione dell'Open Source, e basta fare una ricerca
in Internet per rendersi conto che ormai, di questa modo di
distribuire il software, si parla a qualsiasi livello, e che
di fatto si ripetono le stesse cose: l'Open Source, ovvero la
distribuzione di software la cui licenza permette l'accesso
al codice sorgente, nonché l'adattamento e la modifica del medesimo,
può garantire soluzioni a basso costo, se non gratuite, rispetta
principi di trasparenza e sicurezza, permette a un'organizzazione
di non dipendere da un unico fornitore, garantisce un'elevata
ricusabilità, agevola lo sviluppo di soluzioni anche in organizzazioni
o contesti in cui si dispone di un numero minimo di risorse
umane e materiali. Sembra decisamente una bella opportunità,
dopo anni e anni di assoluto predominio dei software cosiddetti
"proprietari", tipicamente costosi e "rigidi", soprattutto nella
Pubblica Amministrazione e nella scuola.
In realtà, se proviamo a guardare senza pregiudizi a come si
sta ponendo il problema e alla reale natura di questa "rivoluzione",
dovremmo onestamente dire che siamo ancora in una fase relativamente
immatura del dibattito. L'approccio al problema è originariamente
"ideologico": il sostegno alla diffusione dell'Open Source nella
scuola sembra legato da un lato al tentativo di interrompere
il monopolio di fatto esercitato da Microsoft, dall'altro alla
presunzione di equivalenza tra soluzioni Open Source e software
gratuito, che in realtà, come è stato più volte spiegato e dimostrato
(tra i tanti documenti di sintesi disponibili in rete sulle
tipologie di licenze in ambito Open Source e software libero,
sulla diffusione dell'OS e sulle iniziative di sostegno in corso
si segnalano gli atti di un convegno che si è tenuto a Genova
il 14 dicembre 2004 nell'ambito di un progetto europeo (1)),
sono due ambiti diversi, due tra le tante tipologie di licenze
e soluzioni, in uno scenario in continua e tumultuosa evoluzione,
dove perfino l'automatica equiparazione tra ambiente Linux =
Open Source e ambiente Windows = software proprietario andrebbe
rivista e ripensata. Microsoft ha ad esempio avviato da qualche
tempo dei programmi orientati a rilasciare l'accesso al codice
sorgente di una parte dei suoi software, soprattutto per sperimentazioni
in ambito universitario o legate alla ricerca e alla scuola.
L'iniziativa si chiama Shared Source Licensing Program (2),
e anche se secondo alcuni, in realtà, questi programmi sono
legati proprio al diffondersi dell'approccio Open Source e ai
conseguenti timori di Microsoft circa una possibile perdita
di una quota di mercato (3), si
tratta di segnali che probabilmente anticipano una tendenza
più generale, legata a una visione più ampia e più elastica
del concetto di copyright che un po' rigidamente è stato mutuato
nella distribuzione del software dalle tradizionali modalità
di valorizzazione e protezione del lavoro intellettuale.
Il problema è che nella pubblica amministrazione e nella scuola
si è equivocato a lungo sul bisogno di standardizzazione e omogeneizzazione
delle soluzioni (che ha portato all'adozione nel tempo di configurazioni
software legate all'unico standard di fatto capace di imporsi
sul mercato), così come sulla presunta impossibilità di scegliere
liberamente soluzioni e software. Si tratta in entrambi i casi,
soprattutto per quanto riguarda la scuola, di falsi problemi.
La libertà di scelta di soluzioni e software nella scuola, ad
esempio, non è mai stata in discussione ed è legata a un presupposto
già implicito in una normativa del 1990-1993: "le pubbliche
amministrazioni, nel rispetto della legge 7 agosto 1990, n.
241 e del decreto legislativo 12 febbraio 1993, n. 39, acquisiscono
programmi informatici a seguito di una valutazione comparativa
tra le diverse soluzioni disponibili sul mercato". La stessa
normativa ricorda anche che "in particolare, [le PA e quindi
le scuole] valutano la rispondenza alle proprie esigenze di
ciascuna delle seguenti soluzioni tecniche: sviluppo di programmi
informatici ad hoc, sulla scorta dei requisiti indicati dalla
stessa amministrazione committente; riuso di programmi informatici
sviluppati ad hoc per altre amministrazioni; acquisizione di
programmi informatici di tipo proprietario mediante ricorso
a licenza d'uso; acquisizione di programmi informatici a codice
sorgente aperto; acquisizione mediante combinazione delle modalità
di cui alle lettere precedenti". Questo significa che la scuola,
in teoria, ha sempre potuto scegliere qualsiasi soluzione, e
nella normativa si ricorda ancora che "le pubbliche amministrazioni
valutano quale soluzione, tra le disponibili, risulta più adeguata
alle proprie esigenze mediante comparazioni di tipo tecnico
ed economico, tenendo conto anche del costo totale di possesso
delle singole soluzioni e del costo di uscita da una soluzione
informatica ad un'altra." Il problema è che all'inizio degli
anni 90 di fatto c'era una sola soluzione disponibile, per quanto
fosse ancora importante l'alternativa rappresentata dalle soluzioni
Apple Mac, curiosamente sostenute allora come esempio di libertà
di scelta, con argomentazioni molto simili a quelle degli attuali
sostenitori dell'Open Source, anche se si trattava di soluzioni
proprietarie e per di più costose.
Col tempo la filosofia Open Source si è diffusa, le soluzioni
disponibili sono enormemente aumentate in quantità e qualità,
e oggi si può ragionevolmente ritenere che ci sia effettiva
possibilità di scelta. Ma in base a cosa? Quali presupposti
e criteri dovrebbero portare a identificare, tra tutte quelle
possibili, una soluzione per la dotazione di software cosiddetto
"libero" nella scuola? Siamo sicuri che il problema sia correttamente
posto? A essere sinceri, leggendo le tante, troppe dichiarazioni
di intenti di molte scuole, pubbliche amministrazioni o dello
stesso MIUR, sembra proprio che continui a prevalere l'approccio
ideologico. Adottare l'Open Source appare più una provocazione
che una soluzione. I fautori a oltranza dell'Open Source si
comportano a loro modo come gli autori di un'installazione a
metà strada tra l'arte e la denuncia sociale, che all'ultima
edizione di Ars Electronica, la più importante rassegna internazionale
sulla creatività digitale, hanno polemizzato con i produttori
di acque minerali imbottigliando acqua di fonte (libera e a
costo zero) ed etichettandola come Open Source Water (4).
Ma il software è acqua di fonte? È o non è un bene primario?
Se ne potrebbe discutere all'infinito, ma non è questo il punto.
Il punto è che da oltre un decennio Calvani, Maragliano, Antinucci,
e tutti coloro che si sono occupati di nuove tecnologie nella
scuola e di software didattico, ci ricordano che ciò che conta
è il progetto didattico, gli obiettivi, i significati, le implicazioni
e il valore aggiunto riconoscibile, misurabile, rappresentato
dall'impatto di una qualsiasi nuova tecnologia in un contesto
educativo: l'hardware e il software sono solo elementi dell'ambiente
di apprendimento, strumenti di una strategia, e andrebbero scelti
e selezionati in base alla loro semplicità (per evitare che
docenti e ragazzi dedichino le loro energie alla tecnologia
in sé e non all'uso che possono farne), ma soprattutto in base
alla loro pertinenza, alla coerenza con gli obiettivi didattici.
Una tensione eccessiva sulle implicazioni ideologiche del dibattito
in corso sull'Open Source rischia di riportare la scuola paradossalmente
indietro rispetto a queste tematiche essenziali, riproponendo
scenari in cui la scelta della tecnologia prevale sulla didattica
e docenti e studenti sono concentrati soprattutto sull'acquisizione
delle abilità tecniche, non banali, richieste per utilizzare
al meglio questo tipo di strumenti e ambienti. A questo si aggiunga
che l'attenzione sull'Open Source appare sostanzialmente legata
all'enfasi sull'e-learning e all'utilizzo di CMS e LMS a scuola,
prima di tutto come strumenti per la gestione dinamica del sito
o di portali di progetti, in secondo luogo - sia pure in un
minor numero di casi - per l'allestimento e la gestione di ambienti
virtuali di apprendimento o spazi di condivisione e interazione
per studenti e docenti. Sono tutte opzioni molto interessanti,
che espongono tuttavia la scuola ad alcuni rischi che a volte
vengono sottovalutati. Leggiamo ad esempio alcune conclusioni
dell'Osservatorio Tecnologico per la scuola istituito dal MIUR:
- "un istituto può non avere la chiara percezione dei cambiamenti
organizzativi necessari per poter implementare ed erogare attività
di formazione a distanza, la domanda legittima di una scuola
potrebbe essere: quali sono le necessità in termini di professionalità
e di competenze, di quali strumenti tecnologici (hardware, software,
connettività) ho bisogno?
- non in tutte le scuole il livello di alfabetizzazione informatica
è omogeneo quindi occorre prevedere attività che possano livellare
gli skill informatici delle persone coinvolte nella gestione
del servizio e-learning. Quindi occorrerà prevedere corsi di
aggiornamento informatico oltre a corsi più specificamente rivolti
alla problematica dell'e-learning.
- Ulteriori interrogativi si porranno al personale coinvolto
nel progetto e-learning sugli skill levels informatici degli
studenti: come l'istituto potrà favorire l'uso della piattaforma
e-learning, quali attività formative dovrà erogare l'istituto
perché gli studenti abbiano familiarità dapprima con gli strumenti
informatici e poi con le piattaforme abilitanti?"
Dove sono le competenze necessarie? Chi o cosa può garantire
in tempi relativamente brevi che tutti i soggetti coinvolti
in esperienze basate su soluzioni Open Source possano realmente
operare con relativa tranquillità? In attesa di piani formativi
e di aggiornamento di docenti (altri ancora?) che tengano conto
di tutte queste nuove opportunità, tra le soluzioni attualmente
sperimentate quella spontaneistica sembra essere al momento
la più praticata. Nello spirito collaborativo che anima da sempre
la comunità impegnata nella diffusione dell'Open Source docenti
esperti e studenti volenterosi si rendono disponibili sotto
forma di gruppi aperti di "help desk", come in un progetto che,
forse non a caso, si chiama metaforicamente Linux Angels (http://www.linuxangels.it/):
"dei gruppi formati da Docenti e da Studenti che - oltre ad
avere un elevato grado di familiarità con i PC e le LAN - conoscono
in modo approfondito il sistema operativo Linux e la suite OpenOffice.org.
I Linux Angels sono disponibili a fornire anche gratuitamente
alle Scuole localizzate nel proprio territorio di competenza
il loro aiuto per l'installazione e l'aggiornamento dei prodotti
citati". Si tratta sicuramente di un approccio interessante,
ma c'è da credere che ci vorrà tempo perché questo tipo di "cultura"
si diffonda sistematicamente.
Nel frattempo la scuola, salvo eccezioni significative (5),
sembra trascurare il fatto che in ambito Open Source non sono
disponibili solo CMS e piattaforme, ma anche una quantità molto
ampia e variegata di software specifici, utilizzabili a scopo
didattico: editor testuali, editor per la grafica, il suono,
le animazioni, strumenti di presentazione, perfino qualche strumento
di authoring multimediale . Perché non parlarne con tranquillità?
Alcuni riferimenti
Indagine conoscitiva sul software a codice sorgente aperto nella
PA: http://www.innovazione.gov.it/ita/intervento/normativa/allegati/indagine_os/6_5.shtml
Normativa sull'OS. Servizio di osservatorio tecnologico per
la scuola: http://www.osservatoriotecnologico.net/internet/e-learning/scenari_OSS_e-learning.htm
Open Source nella scuola. Spunti, riflessioni e link sul mondo
del software a codice sorgente aperto, un tema di attualità
anche nella scuola, su Webscuola: http://www.webscuola.it/.
I progetti e le risorse di DSchola: http://opensource.dschola.it/
I link riportati in questo contributo sono stati verificati
in data 28 febbraio 2005.
Note
(1) In Internet, URL: http://www.provincia.genova.it/europa/progettieuropei/ictepan/convegno.htm.
(2) Un elenco delle iniziative
specifiche legate al programma è in Internet, URL: http://www.microsoft.com/resources/sharedsource/Licensing/default.mspx.
(3) Si veda ad esempio un articolo
su Wired: Did MS Pay for Open-Source Scare? By Micelle Delio.
http://www.wired.com/news/linux/0,1411,52973,00.html.
(4) In MyMedia, osservatorio di
cultura digitale, VIII, 4. In Internet, URL: http://www.mymedia.it.
(5) Si vedano in proposito, a titolo
esemplificativo, le sperimentazioni con software Open Source
per la matematica e la grafica realizzate dalle scuole di Bolzano
e dell'Alto Adige con il sostegno della Provincia Autonoma,
documentate sul portale EMS: http://www.emscuola.org/.
Documentazione sul software didattico in area Open Source è
anche disponibile nel portale DSchola: http://opensource.dschola.it/.
(6) Ad esempio il progetto francese
LimSEE2, un potente editor visuale per formati SMIL in Open
Source: http://wam.inrialpes.fr/software/limsee2/.
|