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Le
tecnologie non cessano di sorprenderci, con i loro nuovi
e suggestivi formati, "smart mobs", sistemi p2p, weblog
ecc... Ma quando si confronta il loro impiego in ambito
educativo si deve necessariamente ritornare a linguaggi
e a quesiti consueti al dibattito educativo: che tipo di
interazioni cognitive (ed anche affettive, psicologiche
ecc..) si stabiliscono tra mente e medium? In che senso
si caratterizzano questi processi?
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Quale
è la rilevanza educativa? Quali sarebbero le interazioni
auspicabili?
E' una grammatica da cui non si può prescindere, pena la
perdita di ogni finalità e scopo per l'attività educativa.
I livelli sono due, uno più specifico, l'altro più
generale.
Il primo riguarda la riflessione sulle dinamiche ergonomiche
dell'interazione cognitiva (nell'ottica di una ergonomia
"didattica", volta cioè ad esaltare funzioni cognitive di
rilievo). Il rapporto tra giovane e tecnologie si può curvare
in una molteplicità di modi. le tecnologie possono disattivare
abilità cognitive, come allo stesso tempo innescarle o "amplificarle";
possono favorire dispersività cognitiva o permetter il conseguimento
di conoscenze altrimenti irraggiungibili; o ancora indurre
fraintendimenti ('web deception'), causati dalle false,
parziali o scorrette informazioni che circolano in rete
e che diventano particolarmente insidiose per un lettore
con scarso senso critico come può essere un adolescente.
Il secondo livello riguarda una dimensione diversa, più
speculativa. Le tecnologie spingono in primo luogo a riflettere
sulla nostra idea di apprendimento e sui nostri stessi modelli
educativi. Questo era un concetto già caro a Lydia Tornatore,
che lo esprimeva negli anni '80, e che oggi come non mai
risulta attuale. Ridefinire i nostri modelli educativi può
assumere due significati, uno più personale e concreto (quale
è la nostra idea di apprendimento), uno più sociale ed astratto
(come dovrebbero cambiare le finalità educative della scuola
stessa?).
Oggi più che mai comprendiamo che le nuove tecnologie sono
un fattore di riconfigurazione, non solo del setting didattico,
ma anche di quello scolastico ed istituzionale.
Oggi proprio perché c'è Internet, la scuola è destinata
a morire se non affronta il problema della sua stessa funzione
ed identità, spostando l'attenzione ad un set di capacità
critiche, metacomunicative e progettuali ecc, che il mondo
delle reti rende ancor più urgenti e necessarie. Questo
rischio non è un fenomeno isolato e circoscrivibile al contesto
italiano. In un intervento del 2004 al RIMA (Rencontre internationales
du multimédia d'apprentissages: http:// http://www.rima2004.org/)
Seymour Papert ha parlato di un rischio analogo per il sistema
scolastico Nord Americano, sottolineando che non è sufficiente
collegare le scuole a Internet per rinnovarsi, ma che è
urgente ripensare profondamente la scuola.
I problemi e le riflessioni sottesi all'impatto con le tecnologie
quali quelli qui accennati non sono certo nuovi, fanno parte
di un dialogo che si è protratto e continuerà negli anni
e che non può non investire criticamente la scuola.
Per acquisire una visione storica e prospettica è essenziale
rileggere il passato e conservarne la sua lezione. Questo
è ancor più vero nel campo delle tecnologie dove domina
spesso la sensazione, non solo nei giovani, che l'ultima
release "azzeri tutto".
Con questo numero intendiamo riaprire una riflessione sulle
tecnologie nella scuola a partire innanzitutto da ciò che
è stato. In questo senso ci preme ricordare un'esperienza
che ha avuto particolare importanza nella vicenda del rapporto
tra ricerca tecnologico-educativa e scuola in questo paese,
la newsletter Golem, che pubblicata tra il 1989 ed il 1994
costituì una sede di aggregazione del tutto unica tra competenze
scientifiche e didattiche.
A Golem sono dedicati due lavori, il primo di M. Mencarelli,
che presentando le tematiche affrontate dalla rivista in
quegli anni, ne restituisce un profilo nel quale si riflette
gran parte del dibattito teorico e culturale legato alla
storia della diffusione delle nuove tecnologie nella scuola
italiana; il secondo curato da M. Mencarelli e B. Andreani
riporta le interviste ad alcuni dei maggiori animatori dell'esperienza,
Danco Singer, M. Beatrice Logorio e Domenico Parisi.
Il terzo lavoro è un intervento di Italo Tanoni che presenta
una panoramica dell'introduzione delle tecnologie nella
scuola italiana, passando in rassegna i vari piani nazionali
promossi e attuati dal MPI fino a menzionare le più recenti
iniziative gestite da INDIRE.
Di D. Parmigiani sono il quarto e il quinto contributo:
nel primo l'autore avanza una riflessione teorica sui rapporti
tra tecnica, tecnologia e didattica, mettendo in luce come
questi tre termini non costituiscano tre distinti poli comunicanti
in virtù di una mediazione della didattica stessa, quanto
piuttosto un continuum soggetto a continue riconfigurazioni
grazie alle capacità meta-progettuali dell'insegnante che
possiede una competenza autenticamente didattico-tecnologica.
Nel secondo si affronta il problema della formazione tecnologica
degli insegnanti e viene abbozzato un modello che si rivela
avvertito e attento rispetto alle precedenti esperienze
del passato.
Questo numero si conclude infine con due lavori realizzati
da docenti impegnati nelle SSIS. In particolare, il contributo
di Dall'O' riguarda la formazione degli insegnanti in percorsi
blended e pone l'accento sul valore del "sapere dinamico"
di una comunità che apprende, sviluppandosi a rete e in
rete a partire dal gioco delle competenze messe in campo
su compiti condivisi.
Nel solco di una riflessione sulla formazione degli insegnanti
si colloca anche l'ultimo contributo a cura di G. Biscotti,
G. Cestari, E. Cupello, R. Galassi, A. Serpe, F. Valentini.
Gli autori presentano un progetto di creazione di una rete
di servizi online a supporto della gestione didattica e
organizzativa del tirocinio nella SSIS.
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