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Il rapporto costo/qualità nella formazione in rete

5 novembre 2001 | di Guglielmo Trentin Istituto per le Tecnologie Didattiche del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Genova

Una dozzina di anni fa Garrison e Shale (1987) scrivevano: l’evoluzione delle tecnologie informatiche e telematiche faranno sì che i sistemi FaD continueranno a esistere solo se in un’ottica di “demassificazione” della distribuzione del prodotto formativo. Il futuro della FaD sarà nella progettazione e gestione di processi personalizzati indirizzati a specifici target di fruitori. Nel futuro cioè la FaD sviluppata secondo criteri industriali e finalizzata al raggiungimento di masse di potenziali utenti diventerà sempre meno dominante.
Questa affermazione è sicuramente in linea con l’ipotesi di stretta correlazione fra qualità e interattività. Ma come deve essere interpretata dal punto di vista dei costi? Se come dicono Garrison e Shale si deve andare verso una demassificazione della distribuzione del prodotto formativo, viene a cadere uno dei punti chiave su cui si è quasi sempre basata la FaD: l’economia di scala.
L’economia di scala, infatti, suggerisce interventi formativi indirizzati al numero più elevato possibile di potenziali fruitori per poter giustificare investimenti nella produzione di materiale didattico di buona qualità (Kirkwood, 1998) materiale che quindi deve adattarsi a un ampio spettro di possibili fruitori e non essere di rapida obsolescenza.
D’altro canto, spingere su un modello di terza generazione a forte componente di interattività significa spingere su un approccio che prevede la composizione di classi virtuali limitate dal punto di vista numerico e in cui la presenza dei tutor diventa essenziale per l’intera durata dell’iter formativo. Questo provoca lo spostamento dei capitoli di spesa dalla produzione di materiale ad hoc al compenso dello staff di tutor ed esperti. L’effetto tuttavia non è di semplice ridistribuzione dei costi dato che in genere la spesa per singolo corsista in un intervento di terza generazione è maggiore di quella di un partecipante a un intervento di seconda generazione. Del resto, l’innalzamento del livello qualitativo in qualche modo va pagato.
Il nocciolo della questione diventa quindi quello di valutare in che misura spingere sull’interattività contribuisca a innalzare il livello qualitativo dell’intervento e quanto questo vada a incidere sul costo complessivo dell’azione formativa. In conclusione, ammesso che l’incidenza dell’interattività sulla qualità del processo sia elevata, quanto si è disposti a investire in più rispetto a un intervento FaD di tipo tradizionale in ragione di un dato ritorno d’investimento?
Dare una risposta a questa domanda non è affatto immediato. Per farlo si dovrà prima di tutto condurre un’attenta analisi del rapporto che sussiste fra qualità e ritorno d’investimento in un processo formativo in rete, formulando implicitamente una possibile definizione di rapporto costo/benefici nell’educazione.

Bibliografia


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