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Cyberspazio ed etica della cooperazione: le sfide della Net Academy

15 novembre 2002 | di Maria Ranieri maria.ranieri@katamail.com Filosofia, Dottorando di Ricerca in Telematica e Società dell'Informazione Università degli Studi di Firenze

L’università è oggi oggetto di profonde trasformazioni, in particolare dietro l’influsso delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione stiamo assistendo ad un processo di virtualizzazione dell’università tanto che si parla sempre più spesso di virtual universities, università virtuali, mobili in cui a cadere non dovrebbero essere solo i muri delle istituzioni tradizionali dell’istruzione superiore, ma anche i rigidi confini disciplinari, le barriere inter-soggettive, gli argini politico-istituzionali.
Come scrivono Peter Childers e Paul Delany (1994): “L’Università oggi si trova davanti alla possibilità di essere trasformata essa stessa dalla cultura del cyberspazio generata dai suoi centri di calcolo e dalle reti. Proprio come la stampa ha comportato la dismissione delle istituzioni monastiche e ha aperto la strada alle moderne università, il Cyberspazio può dissolvere gli odierni campus di mattoni in una cultura della conoscenza decentrata, una rete ‘virtuale’ di scambi intellettuali che rende obsolete e vecchie le quattro mura come pure i confini istituzionali e politici, creando qualcosa di simile al “World Brain” di Wells”.
Questo passaggio verso il decentramento cognitivo e l’apertura non è iscritto ‘naturalmente’ nelle tecnologie della cultura che la rivoluzione digitale ha prodotto, ossia Internet e il Web, per quanto esse vi stiano indubbiamente contribuendo. Da un lato, la virtualizzazione dell’università potrebbe risolversi più semplicemente nella sua ‘computerizzazione’, lasciando sostanzialmente inalterati i tradizionali modelli di insegnamento/apprendimento, basati su una concezione trasmissiva del sapere e sullo studio in isolamento dello studente. Dall’altro, la Rete, come spazio sociale del sapere, ci si offre come un’opportunità per ripensare gli assetti tradizionali dell’università e le sue stesse funzioni. Ma in che senso e verso quali direzioni?
Proviamo a suggerire qualche spunto, soffermandoci su alcune pagine di L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’informazione, il volume che Pekka Himanen (2001) ha dedicato al movimento del ’software libero’, uno dei capitoli più fecondi della storia di Internet, che deve appunto il suo sviluppo proprio alla creatività sociale e culturale che ha mosso migliaia di universitari e studenti a fare della Rete quel che oggi essa è sulla base di due principi, la libera circolazione del sapere e l’accesso per tutti.
Himanen contrappone il modello accademico di platoniana memoria al monastero, trovando nel primo le tracce di quello che egli definisce il ‘modello hacker di apprendimento’: “questo modello hacker tende ad assomigliare all’Accademia di Platone, in cui gli studenti venivano non considerati obiettivi per la trasmissione di conoscenza ma compagni di apprendimento (syntheis). Nella concezione accademica, il compito principale dell’insegnamento era quello di rafforzare l’abilità dei discepoli nel porre problemi, nello sviluppare linee di pensiero e avanzare critiche. Con il risultato che ci si riferiva metaforicamente all’insegnante come a una levatrice, a un paraninfo e a un maestro di cerimonia. Lo scopo dell’insegnante non stava nell’inculcare ai discepoli conoscenze prestabilite, ma nell’aiutarli a produrre qualcosa a partire dalle loro argomentazioni di partenza” (p. 64).
Il secondo, invece, si riassumerebbe nella regola benedettina secondo cui ‘Parlare e insegnare spetta al maestro, tacere e ascoltare si addice al discepolo’.
Il modello hacker di apprendimento, che Himanen delinea richiamandosi ampiamente all’esperienza della comunità degli hacker raccolti attorno alla figura di Linus Torvalds, viene presentato come un possibile modello da estendere ad altri ambiti di attività, poiché l’importanza principale dell’esperienza non risiede tanto nei risultati tecnologici raggiunti, quanto nel modello sociale sperimentato. La prima caratteristica del modello consiste nell’apertura: le idee sono messe a disposizione di tutti per essere usate, testate, criticate e sviluppate. Si parte di solito da un problema o da un obiettivo che si ritiene interessante raggiungere; ma più importanti dei risultati finali sono le informazioni sottostanti o le discussioni che li hanno prodotti. Accanto al diritto alla condivisione e alla critica, vi sono due obblighi: “le fonti devono essere sempre citate (…) e la nuova soluzione non deve essere tenuta segreta ma resa pubblica a beneficio della comunità scientifica” (p. 60). Per quanto esista un gruppo ristretto al cui vaglio sono sottoposti i risultati, l’autorità risiede nella comunità dei pari e in questo senso Himanen parla di apertura, ma anche di autoregolamentazione. “Questa idea di autoregolazione è stata descritta da Robert Merton come una pietra miliare dell’etica scientifica (…) L’ha chiamata scetticismo sistematico: storicamente, è una continuazione della synusia dell’Accademia platonica, che comprendeva anche l’idea dell’avvicinamento alla verità attraverso il dialogo critico” (p. 59).
Uno dei punti di forza del modello sta nel fatto che ciò che prima si impara lo si insegna poi agli altri, rendendo la relazione di apprendimento/insegnamento tendenzialmente orizzontale. “Il modello di apprendimento aperto degli hacker – osserva Himanen – può essere definito come ‘accademia della Rete’”, un ambiente di apprendimento in continua evoluzione e avanza l’ipotesi di creare un’accademia della Rete generalizzata, nella quale tutti i materiali di studio siano liberi di essere usati, criticati e sviluppati da tutti e in cui ogni evento di apprendimento arricchisce permanentemente tutti gli altri allievi. “Il modello hacker influenzerebbe l’accademia della Rete nel creare una forte continuità: dallo studente principiante al più famoso dei ricercatori. Fin dall’inizio gli studenti imparerebbero a diventare allievi ricercatori, discutendo i problemi con i ricercatori, e in seguito studiando direttamente le pubblicazioni nei rispettivi campi di specializzazione” (p. 66).
Per quanto la visione di un’accademia della Rete generalizzata si presenti per certi aspetti ingenuamente ottimistica, essa offre sicuramente l’occasione per ripensare al ruolo e alla funzione dell’università nell’era di Internet. Riconfigurata dalla rete e nella rete, l’università ha oggi l’opportunità di divenire Net Academy e, in questo caso, con Himanen, intendiamo proprio l’accademia della Rete, ossia uno spazio più orientato alla cooperazione intellettuale nell’arena pubblica dello spazio virtuale che alla competizione, più aperto a sollevare problemi che a trasmettere conclusioni.
Del resto, come osserva Daniel (1998), “Fondamentalmente, una università è una comunità che intrattiene conversazioni sulla conoscenza”.

Bibliografia
Childers P. e Delany P. (1994), “Wired World, Virtual Campus: Universities and the Political Economy of Cyberspace”, in Works and Days, 23/24, Vol. 12, pp. 61-73.
Daniel J. (1998), ‘VC’s view’, Sesame, April/May.
Himanen P. (2001), “L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’informazione”, trad.it Feltrinelli, Milano.


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