Home » n. 22 settembre/ottobre 2003

Editoriale

22 settembre 2003 | di Antonio Calvani Università degli Studi di Firenze

Nella storia della ricerca accade che alcuni termini più fortunati si impongano su altri, “brillino” catalizzando in certi periodi l’attenzione degli addetti ai lavori; non necessariamente essi si affermano per la chiarezza della loro definizione, anzi non è raro che il loro appeal sia in parte dovuto ad una certa ambiguità che li circoscrive, e che sia anche in virtù di questa che s’impongono progressivamente nella comunità scientifica diventando suoi costituenti simbolici: in ogni caso raggiungono un determinato acme, dopodiché iniziano un inesorabile declino lasciando il posto a nuove “stelle”.

Il termine “comunità di pratica” è una di queste felici accezioni che sta attualmente godendo di una eccezionale fortuna (il tempo stabilirà la durata del suo ciclo). Sta comunque di fatto che esso costituisce ormai una voce che è entrata nel mondo del Knowledge Management e che solleva suggestive provocazioni anche nel campo della progettazione formativa, spingendola ancora di più ad uscire dagli approcci del design tradizionale. Form@re, che si è già occupata in precedenti numeri del tema (in particolare nel numero di marzo 2003, curato da Italo Tanoni), riprende qui l’argomento.
Iniziamo con il constatare che la fortuna del termine si accompagna anche ad un suo possibile abuso; così non è inconsueto trovare a volte definito inappropriatamente come “comunità di pratica” quello che altro non è che un gruppo di interesse attivo sulla rete.
Già in questi contributi, per i quali siamo partiti dal chiedere agli autori apporti relativi al tema generico “comunità professionali online/ comunità di pratica”, abbiamo rilevato una certa oscillazione dei significati che ci ha indotto a richiedere ad alcuni, qualche specificazione terminologica.
Una domanda che appare di particolare interesse è “possono esistere comunità di pratica online”? Si tratta di un quesito che non trova completo consenso.
A giudizio dello scrivente le comunità d pratica online rappresentano una sorta di “limite”, conseguibile in situazioni del tutto peculiari.
Oltre ai i processi tipici (negoziazione dei significati, reificazione, partecipazione periferica legittimata), illustrati nella letteratura e riassunti anche in alcuni dei contributi qui riportati, in una comunità di pratica normalmente si ha anche transazione di “conoscenza tacita”.
Il vero “collo di bottiglia” è costituito allora dal fatto che la “conoscenza tacita” nella sua accezione più ampia e completa è trasferibile solo in forma assai limitata nella rete; possiamo in sintesi dire che, tendenzialmente si possono avere anche comunità di pratica online in funzione della limitatezza di “conoscenza tacita” che è necessario che transiti in rapporto alle caratteristiche del dominio; le situazioni più propizie si hanno dunque laddove la transazione comporti il massimo di “conoscenza esplicita”; si pensi ad esempio alle comunità dei programmatori, le cui “pratiche” si incarnano nello stesso linguaggio di programmazione.
Vero è però anche che tra comunità di pratica e rete si possono stabilire integrazioni e sinergie di varia natura: la situazione più comune è quella per cui la rete viene a svolgere un ruolo di supporto alla condivisione, socializzazione, disseminazione, interazione verso l’esterno; essa può agire anche da agente metamorfico della comunità di pratica, può accadere ad esempio che questa, estinguendosi in presenza, rinasca come comunità virtuale, meno coesa ma più allargata.
Vero è anche che le comunità di pratica non possono essere considerate modelli esclusivi per la produzione e disseminazione di conoscenza professionale; è necessario dedicare attenzione anche a situazioni in cui si mantiene necessaria una maggiore strutturazione e governo del processo da parte di progettisti e/o gestori.
Ci si imbatte dunque in un campo aperto ad interessanti speculazioni e diversificazioni: abbiamo allora raccolto a questo riguardo alcuni contributi concernenti la nascita e lo sviluppo di comunità professionali che si avvalgono della rete, confrontabili in qualche misura con il modello delle “comunità di pratica”.
Nel primo lavoro Manuela Delfino, Stefania Manca, Donatella Persico e Luigi Sarti ci aiutano a comprendere il senso attualmnete attributo al termine all’interno della comunità scientifica; riferiscono di una loro esperienza compiuta per sette settimane con il gruppo di Etienne Wenger all’interno di una “comunità di pratica che si occupa delle comunità di pratica” (una “CoP al quadrato”). Anche se poi gli autori chiariscono che l’esperienza vissuta non è del tutto equivalente alla costituzione di una comunità di pratica per il carattere eterodiretto dell’attività stessa, in essa si ritrovano le componenti fondamentali di una COP, la negoziazione di significati, la partecipazione e la reificazione.
Nel secondo lavoro Guglielmo Trentin introduce un interessante schema distinguendo le tipologie dei gruppi secondo la portata della comunità (globale o meno), il livello di coesione, la tipologia di conoscenza (tacita o esplicita) e si sofferma ad analizzare due tipologie di comunità online composte da insegnanti.
Nel terzo lavoro Adalgisa Battistelli e Francesco Pisanu presentano l’evoluzione triennale di una comunità di “riflessione ed interpretazione”, cresciuta all’insegna di un “apprendere partecipando”, che di fatto possiede molti degli elementi propri di una “comunità di pratica”. Il valore peculiare del contributo è da ricercare nell’accento posto sullo sviluppo delle modalità dialogico-conversazionali che si sono via via arricchite procedendo da forme più tradizionali verso altre più “narratologiche”.
Nel quarto contributo gli autori descrivono la crescita di una comunità professionale virtuale (elearningtouch.it), nata come sviluppo di un master condotto in forma blended, ed attuano anche un’indagine pilota per rilevare atteggiamenti interni alla comunità; essi ritengono che le teorizzazioni sulle comunità di pratica rimangano un buon punto di riferimento per l’analisi delle dinamiche proprie delle comunità professionali, comprese quelle online. Nel quinto contributo Francesca Pecchi e Fabrizio Rozzi proponendo un approccio più strutturato ci ricordano che esistono spesso esigenze di integrazione tra partecipazione e programmazione razionale di un servizio; presentando il loro progetto in ambito sanitario preferiscono parlare di “comunità integrata in rete”, una soluzione da conseguire avvalendosi anche di allestimenti istituzionali e di procedure di Knowledge Management, connotate dagli autori in un’ottica di Open Knowledge Management (OKM).


Avanti >>