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Un paradigma per una comunità dedita alla conoscenza: lo sciame

26 aprile 2004 | Luca Barbeni

Nell’arco di una decina di anni abbiamo assistito ad un radicale cambiamento del modo in cui la conoscenza viene organizzata, gestita e resa operativa. Come sostiene Ziman (2000) i mutamenti strutturali dovuti all’era dell’informazione stanno modificando le dinamiche della scienza, il risultato della conoscenza maggiormente codificato nel corso degli ultimi 300 anni. La prassi di ricerca sta mutando in accordo con le nuove dinamiche di comunicazione e diffusione dei dati che si stanno sviluppando nei contesti organizzativi contemporanei.
A questo riguardo Ziman parla di scienza post-accademica, che rispecchiando la società complessa non rappresenta solo un nuovo modello di produzione della conoscenza ma si riferisce ad un modo di vita interamente nuovo. Questo nuovo sistema di produzione della conoscenza si basa a soprattutto sulla collettivizzazione dei processi di ricerca e di conseguenza sulla trandisciplinarietà, e a livello di modalità operative sullo scambio continuo delle informazioni mediato dalle tecnologie di comunicazione digitali.
Una scienza che oggi è particolarmente attenta agli aspetti legati alla rappresentazione di una realtà complessa è la biologia, in particolare per la complessità intrinseca delle forme di vita e delle loro mutazioni. E’ la biologia ad aver definito il concetto di ecosistema, per sottolineare che ogni elemento della vita interagisce inesorabilmente con l’ambiente nel quale é posto.
Tutt’oggi si parla comunemente di ecosistema economico, ecosistema politico-sociale, ecosistema culturale, ecosistema digitale, dove la metafora dell’ambiente dispone il ricercatore ad analizzare principalmente le connessioni e i rapporti tra i vari elementi del sistema.
Il linguaggio digitale, permettendo di tradurre in bit simboli numerici e non numerici, é diventato uno strumento potentissimo per la nostra relazione quotidiana con il mondo. La ricerca scientifica mira all’individuazione di modelli nella realtà, di schemi esplicativi e di regolarità nelle sequenze fattuali (pattern). Queste operazioni di ricerca, sono state influenzate dall’impianto concettuale della tecnologia digitale, dove i caratteri della realtà esterna vengono replicati isomorficamente a livello di linguaggio per rappresentare la realtà stessa.
Lo stesso Douglas Hofstadster (1979), professore di scienza cognitiva e informatica presso la Indiana University, indagando i processi di riconoscimento del significato da parte della mente umana, sottolinea come l’isomorfismo sia una trasformazione che conserva l’informazione e sta all’uomo individuare questi pattern ricorrenti, che danno luogo al significato. Secondo Hofstadster proprio la “percezione di isomorfismi é ciò che crea i significati nella mente umana”.
Un qualche senso emerge nel momento in cui elementi che in base al loro isomorfismo sono in grado di relazionarsi si connettono e danno vita ad una realtà altra: lo stesso Niels Bohr, fautore del concetto di complementarietà, afferma che il tutto é più della somma delle parti e l’interazione costruttiva di processi complementari, é il segreto di ogni attività creativa della vita.
Ha ragione Bailey (1998) quando afferma, che l’uomo in ogni periodo storico si pone delle domande, che nascono dalle matematiche a disposizione e dagli strumenti per sondare la realtà: oggi l’attenzione é posta sulle configurazioni e sulle possibilità.
Un sistema per l’apprendimento condiviso in rete dovrebbe riuscire a interlacciare cognizione distribuita e cognizione situata. Per cognizione distribuita si intendono qui i modelli sociali e mentali che legano più individui all’interno di un percorso di apprendimento. All’interno di un sistema telematico per l’apprendimento la cognizione distribuita riguarda maggiormente i docenti e i tutor, o comunque coloro che guidano la ricerca. Essi mettono i membri della comunità di apprendimento nelle condizioni di seguire e magari far progredire il discorso all’interno di una cornice comune. Per cognizione situata si intende l’attività dei membri della comunità di apprendimento nei propri contesti concreti di azione, la quale porta alla creazione di nuovi modelli mentali e oggetti, da codificare e distribuire in un momento successivo.
Volendo trasformare queste istanze in suggerimenti per la realizzazione di un sistema per l’apprendimento condiviso in rete penso sia fondamentale accennare due linee di ricerca che, opportunamente integrate, potrebbero dare ottimi frutti: i sistemi multi agenti per la gestione di archivi informatici distribuiti e i MUD considerati come contesti e strutture per il “collaborative learning”.
In un ottica di scienza post-accademica, dove i confini tra i luoghi ufficiali di produzione della conoscenza, come le università e i centri di ricerca pubblici, e le miriadi di organizzazioni, collettivi indipendenti, società private dedite a percorsi paralleli a quelli acccademici, sono sempre più permeabili, un sistema che integri queste due opportunità della realtà digitale potrebbe aiutare l’istruzione a rafforzare il legame tra scienza e società.
Secondo le idee di Seymour Papert, coniatore del termine “costruzionismo”, il modello privilegiato per rafforzare questo legame é un ambiente all’interno del quale i discenti partecipano all’attività imparando e insegnando allo stesso tempo data la loro volontà di partecipare e al coinvolgimento con altre persone. Papert suggerisce come ambiente ideale le scuole di samba brasiliana, dove per preparare le danze del carnevale, tutte le persone del quartiere si raccolgono e iniziano a danzare, dai più anziani ai più giovani, dai più esperti ai novizi, imparando e insegnando continuamente a seconda del livello di abilità raggiunto. Papert pensava che i computer potessero permettere la creazione di questo tipo di “scuola di samba” tecnologica dove poter trattare secondo queste dinamiche anche altri ambiti della cultura.
Soprattutto negli Stati Uniti sono state portate avanti molte ricerche in questa direzione che hanno portato a risultati molto interessanti.
In particolare al Georgia Insitute of Technology il gruppo di ricerca del Electronic Learning Communities (http://www.cc.gatech.edu/elc) ha sviluppato alcune applicazioni molto utili per esprimere questo concetto di integrazione delle dinamiche dei MUD all’interno di un ambiente finalizzato all’insegnamento condiviso in rete. Tra i progetti ricordo in particolare MediaMoo, diretto da Amy Bruckman e IRC Francais di James Hudson.
MediaMoo é un’ambiente di realtà virtuale basato su testo, o meglio un MUD. Fino al 1989 i MUD erano legati unicamente alle metafore dei mondi fantasy, fino a quando James Aspnes, studente alla Carnegie Mellon, decise di vedere cosa sarebbe potuto succedere eliminando i mostri, i draghi e le vecchie trame e lasciando che i partecipanti estendessero a piacimento i confini e gli intrecci delle vicende. In un secondo tempo egli inserì nell’ambiente anche un semplice linguaggio di programmazione, in modo da permettere ai partecipanti di creare nuove realtà.
MediaMoo discende da questo nuovo tipo di MUD ed é focalizzato sullo studio dei media, anche se come in tutti questi ambienti il fattore di socializzazione é molto importante.
Secondo uno studio e interviste di Amy Bruckman a riguardo, emerge come gli utenti siano spinti a partecipare dall’azione delle altre persone, arrivando anche fino a imparare da zero un linguaggio di programmazione, in modo da poter dare il loro contributo alla comunità di discenti di cui ognuno fa parte.
IRC Francais (http://www.cc.gatech.edu/~jhudson/publications/icls2000.pdf) di James Hudson invece é un MUD finalizzato all’insegnamento del francese, che, ispirandosi direttamente alle idee di Seymour Papert, crea un ambiente cittadino all’interno del quale i partecipanti devono navigare, incontrare persone e parlare, ma solo in francese: si può andare dal panettiere, dal giornalaio, dal tabaccaio.
Questo tipo di dinamiche possono essere implementate anche su sistemi che non siano per forza unicamente testuali, integrando la socialità degli ambienti MUD con le potenzialità dei sistemi multi-agente per la gestione di archivi informatici, dove la conoscenza del sistema del profilo dell’utente permette a quest’ultimo di muoversi e reperire le informazioni con un più alto grado di qualità, in quanto l’ambiente non è asettico e freddo come potrebbe essere una biblioteca vuota, quanto confortante e dinamico come una biblioteca piena di studenti disponibili e bibliotecari esperti.
Questo tipo di approccio trova analogie nelle teorie sviluppate da Peter A. Corning (2001) riguardo alla teoria dell’informazione. Questo studioso propone un paradigma, da lui chiamato teoria del controllo dell’informazione, che, superando il riduzionismo della teoria dell’informazione classica, focalizzato principalmente sul livello statistico dell’informazione, introduce il concetto di funzionalità dell’informazione. Indagare la funzionalità dell’informazione, implica l’impiego del concetto di significato e valore dell’informazione.
Per chiarire il discorso, può essere utile, paragonare la teoria tradizionale dell’informazione ad un’analisi quantitativa dell’informazione, mentre la teoria del controllo mette in luce e si concentra sui valori qualitativi.
A questo proposito Corning (2001) definisce il significato dell’informazione come i limiti o le restrizioni che vengono imposti allo sviluppo di un sistema. L’informazione ha significato, se vi è un punto di biforcazione nel processo decisionale dove essa può influenzare la scelta dello sviluppo del sistema. A sua volta il valore dell’informazione stessa corrisponde al grado di successo che l’azione o il tragitto intrapreso grazie ad essa hanno sul sistema.
Tradizionalmente l’informazione viene paragonata all’energia, e si utilizzano metafore mediate dalla termodinamica. Nella teoria del controllo è il mondo biologico a costituire il paragone. Secondo questo approccio, le proprietà della vita non possono essere ridotte all’ordine della fisica. E’ fondamentale il concetto di controllo cibernetico, che riguarda la distinzione tra l’informazione che permette il controllo e i processi di esercizio del controllo stesso, i quali operano una mediazione sinergetica tra l’informazione e il contesto nel quale essa agisce.
Sostanzialmente si postula che l’esistenza e gli effetti funzionali dell’informazione, sono dipendenti dal contesto e assumono specificità in relazione ai soggetti partecipanti.
La teoria del controllo dell’informazione ha determinate proprietà che distinguono questo paradigma, da precedenti definizioni dell’informazione.
Secondo questa teoria, l’informazione di controllo non esiste fino a quando non viene utilizzata. Solo allora essa realizza il valore che emerge dall’interazione con un contesto. Questo tipo di processo emergente, è frutto di sinergie, tra i soggetti agenti e l’informazione.
Il concetto di sinergia é alla base di tutti quanti i sistemi distribuiti e interrelazionati. La sinergia si riferisce in specifico agli effetti funzionali e strutturali che sono prodotti da differenti configurazioni di elementi. Come dice Corning (2001), nel suo articolo “The synergism hypothesis”, il segreto della complessità biologica risiede nella selezione, operata dagli organismi, delle proteine veramente funzionali, all’interno del finito, ma pur sempre enorme, numero di proteine possibili. All’interno del gruppo di apprendimento sono le interrelazioni cooperative ad essere sinergicamente alla base della sistematica evoluzione delle competenze del gruppo nel tempo. La sinergia tra interrelazioni cooperative ha un impatto sulla sopravvivenza del gruppo/organismo, sulla rappresentazione delle situazioni che il gruppo costruisce, sulla sua evoluzione e potenziamento, sulla sua capacità di adattamento a situazioni e contesti.
Lo stabilirsi di sinergie é basilare in contesti cooperativi, emergenti, e interrelazionali, come possono essere le comunità di apprendimento e le comunità di pratiche.
Un altro concetto utile per la riflessione é quello delle strutture dissipative, sviluppato da Ilya Prigogine (1991). Le strutture dissipative sono prima di tutto dei sistemi aperti che processano continuamente energia. Esse hanno la caratteristica di essere auto-organizzanti, nel senso che possono nascere spontaneamente e svilupparsi verso una maggiore eterogeneità e complessità. In particolare, Prigogine sottolinea come questo sviluppo progressivo passi attraverso “transizioni di fase”, momenti nei quali, sinergeticamente, il sistema ha un cambiamento di stato collettivo. Queste avvengono nel momento in cui l’equilibrio del sistema viene rotto da discontinuità non-lineari. I fenomeni di discontinuità non lineare sono attivati da quelli che Crutchfield definisce gli “attrattori strani” o “attratori dinamici”, i quali possono essere costituiti da fenomeni che giungono dall’esterno del sistema, o da necessità che emergono all’interno del sistema stesso, in parte dei suoi elementi. Questi fenomeni sono delle vere e proprie “rotture di simmetria” (Phil Anderson, 1972), che portano a sostanziali cambiamenti qualitativi nel sistema.
Si può dire che un sistema complesso sia costituito principalmente da tre attributi: gli elementi, le connessioni (o interazioni) tra elementi e gli effetti sinergici che nascono da queste relazioni.
Il concetto di superorganismo é stato sviluppato da Herbet Spencer (1887), già nel secolo scorso, quando il filosofo, si accorse che la società esibisce un grado di interdipendenza funzionale, che é analoga alla divisione del lavoro che si ritrova negli organismi complessi. Il filosofo definisce un superorganismo come un sistema comportamentale, nel quale vi sono interdipendenze funzionali e azioni coordinate, che rispettano tutte quante le entità del sistema, nel tentativo di raggiungere gli obiettivi prefissati dall’organismo nel suo complesso, affinché si evolva e svolga le sue attività.
I superorganismi sono costituiti da membri autonomi collegati l’uno all’altro, ma non ad una unità centrale, proprio come potrebbe essere uno sciame di api. Vi sono principalmente quattro dinamiche, messe in evidenza da Kevin Kelly (1996), che caratterizzano, i sistemi-sciame:
- l’assenza di un controllo centralizzato
- natura autonoma delle sottounità
- alta connettività tra le sottounità
- causalità non lineare a ragnatela dei pari che influenzano altri pari

I sistemi-sciame non sono però, al pari di ogni altro superorganismo, modelli perfetti, bisogna analizzare i vantaggi e gli svantaggi di un modello di questo tipo, per vedere se é utile applicarlo o meno.
Per quanto riguarda la valutazione di un sistema complesso potremo avvalerci dell’analisi sviluppata da Kevin Kelly (1996), che analizzando i sistemi sciame, delinea i vantaggi e gli svantaggi di un sistema distribuito.

Vantaggi dei un sistemi sciame
- adattabilità
- evolutività
- capacità di recupero
- assenza di frontiere
- novità
- complementarietà

Svantaggi dei sistemi sciame
- non ottimalità
- non controllabilità
- non prevedibilità
- non comprensibilità
- non immediatezza

Gli svantaggi dei sistemi sciame possono diventare, almeno in parte, “vantaggi”, se questo modello organizzativo viene applicato ad una comunità che abbia come obiettivo lo sviluppo e la condivisione della conoscenza, ad esempio nella ricerca interdisciplinare, dove risultati e obiettivi possono essere continuamente ridefiniti.
Gli ambienti di cooperazione in rete permettono l’integrazione delle dinamiche precedentemente discusse, e si pongono come veri e propri strumenti per lo sviluppo della conoscenza. Elementi essenziali per una buona riuscita del processo sono l’integrazione delle peculiarità delle tecnologie utilizzate, la fiducia condivisa tra partecipanti geograficamente distanti, la velocità nell’elaborazione delle informazioni, l’emergere di schemi, pattern e isomorfismi a partire da dati generati dall’attività dei partecipanti.
La Rete dovrebbe essere quindi una sorta di alveare e di prato fiorito, per le api dedite tutte assieme allo sviluppo della conoscenza. Lo sciame potrebbe esserne la metafora organizzativa. La riflessione è solo agli inizi ma potrebbe condurre ad interessanti prospettive teoriche.

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