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La scuola da una rivoluzione informatica all’altra

19 ottobre 2005 | Carlo Lucio Bocchetti Docente di Informatica e Gestione progetti presso l'ITSOS "Marie Curie" E-mail: bock@tes.mi.it

Negli anni ‘80 il mondo conobbe la diffusione di massa del personal computer. Anche la scuola fu investita da questo fenomeno, e vi fu chi parlò apertamente di rivoluzione, che avrebbe investito la didattica e diversi paradigmi cognitivi. In effetti, l’arrivo del pc produsse conseguenze, alcune delle quali stanno tuttora realizzandosi, ma non nel senso allora ritenuto più probabile.
Negli anni ‘80, si pensava che avrebbero avuto un grande impatto in contesto educativo i linguaggi di programmazione, sia a livello tecnico, sia, soprattutto, a livello cognitivo. Papert, ad esempio, sosteneva che la diffusione del Logo avrebbe rivoluzionato il pensiero dei bambini e le modalità di apprendimento della matematica.
Le cose in Italia andarono diversamente: la richiesta di programmatori si esaurì nel volgere di qualche anno, e poi sparì quasi del tutto, con l’estinguersi dell’industria nazionale del software, mentre l’insegnamento della matematica restò in gran parte avulso dall’uso del computer. Nella scuola secondaria, i piani nazionali produssero sì una formazione di massa dei docenti, ma ebbero un più limitato impatto sulla didattica. Nella scuola elementare, l’uso del computer fece un ingresso sporadico nella didattica, sia per mancanza di risorse tecnologiche e organizzative, sia per una scarsa motivazione del corpo docente.
Si pensava che la scuola avrebbe potuto essere un potente motore per favorire la diffusione delle nuove tecnologie nei giovani e, attraverso di essi, nell’intera società. E’ avvenuto l’opposto: le tecnologie si sono diffuse nei luoghi di lavoro, quindi nelle famiglie e, solo alla fine, nelle scuole.
Oggi la formazione informatica effettivamente praticata a livello di massa negli ultimi anni è quella legata alla “patente del computer”. Il bisogno sociale affermatosi è quello di avere milioni di persone addestrate ad usare il computer nelle sue funzionalità minimali e negli strumenti di automazione del lavoro di ufficio.
La scuola si è adeguata, abbandonando velleità cognitive ed educative alte e ripiegando su obiettivi minori. Nel migliore dei casi, si tenta di educare i ragazzi, sulla base di finalità decise da altri, nel peggiore, ci si limita ad esaminarli senza neppure potere intervenire sul processo di apprendimento, esclusivamente per certificare il raggiungimento degli obiettivi stabiliti altrove.

Un secondo fenomeno per cui venne scomodata la parola rivoluzione fu, negli anni ‘90, la diffusione di Internet. Anche in quel caso, vi fu chi parlò apertamente di un enorme impatto che la rete avrebbe avuto sull’educazione: disponibilità illimitata di informazioni, accesso a una sorta di immensa biblioteca mondiale, possibilità di comunicare istantaneamente. Il Web era uno spazio che si apriva ai naviganti, novelli esploratori di nuovi mondi virtuali. Nella scuola superiore e nelle università, vi fu una forte richiesta di corsi all’uso della rete, e molti giovani intrapresero con entusiasmo la carriera di webmaster.
Anche la didattica in rete sembrò essere lì, a portata di mano delle scuole e delle università, a condizione di trovare docenti disposti a praticarla.
Per qualche anno, fu tutto un fiorire di corsi e di iniziative di aggiornamento per i docenti all’uso della rete.
Vi fu qualcuno che cominciò, se non proprio a teorizzare la sostituzione integrale della formazione in presenza con la formazione on-line, a valutarne concretamente la fattibilità, esaminandone i costi e i benefici. Il dibattito è tuttora aperto, ma sembra delinearsi la consapevolezza che, oltre agli indubbi vantaggi (non doversi spostare fisicamente per seguire un corso, poter gestire flessibilmente i tempi in base al proprio ritmo) è necessario considerare il peso di una minore interazione di tipo sociale, con gli stimoli, le risorse, i conflitti e le competizioni che essa comporta.
Sembra emergere, in particolare, che la formazione a distanza risulta tanto più vantaggiosa quanto più trascurabili sono le necessità sociali e cognitive dei discenti, ad esempio nella formazione specialistica (dove il discente è spesso un professionista che già dispone di una fitta rete sociale nella sua attività) o in quella universitaria, in particolare per gli studenti che vivono lontano dalla sede.
Il discorso cambia, e parecchio, nella scuola.
Qui, la formazione è in presenza, perché il giovane, e soprattutto il bambino, ha necessità di interagire quotidianamente con coetanei e con adulti diversi dai propri genitori. Quindi nella scuola, anche in quella secondaria superiore, la formazione in rete non può essere sostitutiva della formazione in presenza, ma piuttosto è ottima come strumento complementare, integrativo, di arricchimento o di recupero rispetto a quella.
Gran parte dei cattivi materiali didattici e dei cattivi corsi che si trovano in rete sono insoddisfacenti perché, anziché cercare di integrare e favorire l’azione didattica, cercano, più o meno implicitamente, di sostituirsi ad essa.
E’ un’illusione ottica a cui alcuni non sanno sfuggire: se Pierino non riesce a imparare la matematica, molti sono tentati di provare a spiegargliela per mezzo del computer, senza indagare veramente sul perché Pierino fallisca.
E’ un po’ come se dicessero: “Adesso arriviamo noi, che siamo bravi, e grazie alla tecnologia riusciremo a motivare Pierino, a spiegargli meglio la disciplina e a fargli conseguire un buon apprendimento”.
Al contrario, la strada giusta sarebbe quella di fare in modo che durante le molte ore trascorse in classe, con la maestra e con i suoi compagni, Pierino abbia un reale giovamento, e ben venga l’uso delle tecnologie se ciò accade.
Ma c’è una differenza fra perseguire l’apprendimento per mezzo del computer e perseguire l’apprendimento usando anche il computer come mezzo per favorire il processo.
Tuttavia è riduttivo considerare la sola erogazione di contenuti on-line: basta allargare l’orizzonte e si scopre un enorme potenziale della rete e delle nuove tecnologie ancora poco valorizzato. La rete infatti è uno strumento eccellente per favorire la comunicazione e la vita delle comunità, e le scuole sono, per l’appunto, comunità. Il computer, in questo contesto, può diventare lavagna, libro, bacheca, raccolta di esercizi e materiali, strumento per interagire da posti diversi e in momenti diversi.
Non si tratta quindi di utilizzare le tecnologie per stabilire forme di apprendimento concorrenziali a quelle tradizionali (e-learning contro learning? Che sciocchezza!) ma di usare queste risorse per valorizzare e favorire il processo di apprendimento tout court.

In effetti, anche con la rete la scuola ha agito sostanzialmente di retroguardia: le tecnologie di comunicazione digitale (includendo, oltre che internet, anche la telefonia mobile, ormai già molto integrate) si sono largamente diffuse nella società, soprattutto fra i giovani, a prescindere da qualsiasi azione educativa, e infatti la quasi totalità degli studenti apprende l’uso di questi strumenti di comunicazione prevalentemente dal tam tam degli amici, o direttamente dall’uso dello strumento.
Non sono mancate certo, soprattutto agli inizi del boom, iniziative e tentativi di un uso didattico della rete, ma l’impressione è che ormai le istituzioni educative si stiano rassegnando al fatto compiuto di un processo che avviene comunque altrove, e che abbiano di fatto rinunciato a governarlo o indirizzarlo culturalmente.

La terza grande rivoluzione tecnologica è quella in atto da qualche anno nel settore della multimedialità digitale e che investe strumenti quali tv, dvd, home theatre, cd-audio, mp3, fotografia, videocamere, satelliti, radio, telefonia…. Il fenomeno riguarda sia la diffusione di nuove tecnologie a livello di massa, sia la trasformazione di tecnologie precedenti, ormai obsolete, in nuove: si pensi ad esempio al superamento del sistema VHS e al passaggio al DVD, che porta a un uso radicalmente differente del video digitale, e a una crescente integrazione fra tv e computer.
Questa terza ondata potrebbe avere un impatto sociale e culturale se possibile ancora più forte delle altre due, sia perché coinvolge effettivamente la gran parte della popolazione (una parte delle persone usa il pc, ma quasi tutti usano la tv), sia perché impatta fortemente con i contenuti che concorrono a creare la cultura e l’immaginario collettivo.
Anche nei confronti di questa trasformazione le istituzioni educative arrivano in ritardo e lentamente: milioni di giovani fanno uso di mp3 e di video digitali, scattano fotografie, manipolano file audio e video, mentre nelle scuole la fruizione di audiovisivi, quando esiste, avviene per mezzo di cassette VHS logorate, in aule inadatte e con vecchi apparecchi televisivi. Il problema non è tanto l’uso di strumenti obsoleti, che potrebbe essere parzialmente giustificato dalla cronica mancanza di fondi, quanto dal fatto che la maggioranza degli utilizzatori docenti nemmeno si rende conto della inadeguatezza di questo approccio anni ‘80 e dell’esistenza di strumenti alternativi, più funzionali ed economici. E, soprattutto, del danno di immagine che attuano nei confronti degli studenti: se si considera che questi insegnanti appartengono probabilmente alla parte più avanzata, quella che almeno prova ad usare strumenti tecnologici, non ci si può meravigliare se la scuola è percepita dai giovani come un luogo statico e polveroso, incapace di tenere il passo con i tempi.

Eppure le potenzialità di queste tecnologie sono evidenti, in particolare in campo educativo. Se, dopo 20 anni di automazione del lavoro di ufficio, possiamo ritenere che ormai la quasi totalità dei docenti fa uso del word processor per la scrittura dei propri programmi e di semplici materiali didattici da somministrare agli studenti, è certo che già oggi chiunque sia dotato di un computer e di qualche economica risorsa tecnologica può agevolmente produrre semplici materiali multimediali, audio e video. Certamente fra costoro rientrerà nel volgere di pochi anni una discreta percentuale di docenti, e non è certo utopico ritenere che in molte scuole vi sarà una crescente attività di produzione audio/video: dalla fotografia digitale, ai filmati di eventi legati alla vita scolastica, dll’assemblaggio/smontaggio/riela-borazione di materiali provenienti dal mondo del cinema e della televisione, con finalità didattiche.
Non vi è dubbio sul fatto che tutto questo avverrà, e in parte sta già avvenendo. Il punto è che sta avvenendo in assenza di qualsivoglia piano, direttiva, incoraggiamento, indicazione di carattere generale, nella quasi totale assenza da parte delle istituzioni scolastiche, a tutti i livelli.
Poiché comunque le tecnologie compenetrano la vita di tutte le persone, e in particolare quella dei giovani, il rischio è che la scuola non sia un agente attivo, capace di preparare i giovani all’utilizzo consapevole, critico e creativo di queste tecnologie, ma diventi sostanzialmente un passivo ricettore dei diversi costumi e delle diverse abitudini dei giovani, che si adegua in ritardo a mutamenti ormai governati altrove.


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