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L’esperienza Golem: la parola ad alcuni protagonisti

19 gennaio 2005 | Milena Mencarelli Bruna Andreani

INCONTRO CON DANCO SINGER

Biografia (1)
Danco Singer è nato a Roma, il 27 ottobre 1947. Si è laureato in lettere nel 1970 all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo la tesi con i proff. Franco Ferrarotti e Lucio Colletti e ha quindi continuato gli studi con un corso post-laurea in Sociologia e Ricerca sociale.
Sempre interessato ai temi della comunicazione a dell’educazione, in particolare degli adulti, inizia la sua carriera insegnando nei licei. La sua vita lavorativa subisce però una svolta nel 1986, quando entra a far parte del gruppo Olivetti, dove lavora a diversi progetti, dal Marketing educativo a livello europeo alle applicazioni dell’intelligenza artificiale per l’insegnamento, all’ educazione a distanza e al multimediale. In questi anni collabora inoltre con il CNR e l’istituto di psicologia di Roma per ALTED (Advanced Learning Technology for Educating the Deaf), dove viene prodotto il primo prototipo multimediale per bambini non udenti; nel 1991-2 è vice-presidente di SATURN (Europe’s Open Learning Network), un’organizzazione europea creata allo scopo di favorire la collaborazione tra industrie e istituzioni di insegnamento a distanza; sviluppa infine all’Università di Siena il primo laboratorio multimediale in Italia per la progettazione e la produzione delle applicazioni multimediali, in collaborazione con L’Olivetti e il Monte dei Paschi di Siena.
Nel 1993 fonda, sempre all’interno del gruppo Olivetti, Opera Multimedia, società indipendente, con la quale ha realizzato CD-Rom di notevole importanza, artistica e culturale, come Encyclomedia, la prima guida multimediale della storia della civiltà europea, dalla scoperta dell’America alla Prima Guerra Mondiale, diretta da Umberto Eco.
Sempre con Eco e con Gianni Riotta ha inoltre creato Golem, il primo “webzine” italiano, giornale che vanta collaboratori illustri quali Renato Mannheimer, Furio Colombo, Aldo Grasso, Altan, Carlo Bertelli, Stefano Bartezzaghi.
Direttore Generale e membro del consiglio di amministrazione di Opera Multimedia, è attualmente l’amministratore delegato di Motta Online, società del Gruppo Editoriale Motta (2).
Ha collaborato con Il Secolo XIX, Il Manifesto, La Stampa, RAI-Radiotelevisione Italiana e con le sezioni dedicate ai CD-ROM e Internet dell’Espresso e RAI2 e RAI International.

Bibliografia
E’ autore di articoli e saggi pubblicati sulle seguenti riviste: I Quaderni, pubblicati dal CEDE (Centro Europeo dell’Educazione); Scuola Democratica, Marsilio Editori; Riforma della Scuola, Editori Riuniti; RES, Elemond Scuola.
Tra le sue pubblicazioni ricordiamo:
Diploma e dopo? , 1989, Franco Angeli Editore, Milano Editore, con massimo Piattelli Palmarini, del libro Cognitive Science in Europe, 1990
eBook: l’editoria digitale, 2003, “Economia della cultura”, Il Mulino, XIII/1

INTERVISTA A DANCO SINGER (3)
(Milano, 23 gennaio 2004)

Come è nata la rivista Golem?
“GOLEM” ha avuto varie vicissitudini; l’ultimo numero è del giugno 1994, e quello è stato l’ultimo numero di quella tipologia di rivista.
La pubblicazione della rivista ha ripreso nel 1996, in forma on-line, e quindi con altre caratteristiche.
E’ stata utilizzata la testata registrata in Olivetti “GOLEM”, che è diventata poi “Golem l’indispensabile” con la collaborazione di Umberto Eco e Gianni Riotta.
Da una newsletter cartacea che si occupava del mondo delle nuove tecnologie, siamo passati ad uno strumento on-line, che si occupa di temi più vasti.
Dal 1994 al ‘96 abbiamo avuto un interregno in cui non c’era niente di cartaceo e non c’era ancora nulla di digitale: era finita la fase pionieristica delle nuove tecnologie informatiche per l’educazione, c’era minor tensione nel dibattito.
Io ho lavorato molto nel mondo della scuola, dal 1970 al 1982 ; fino al 1986 mi sono occupato di formazione degli insegnanti, distaccato dall’insegnamento, per il Ministero della Pubblica Istruzione.
Nel 1985 ci fu il primo piano nazionale per l’informatica (Ministro on. Falcucci); io ero molto sensibile alle tecnologie alla scuola e, sia per curiosità che per fortunate circostanze, entrai in Olivetti nel 1986, come responsabile dei prodotti software per il mercato della scuola.
Conoscevo questo settore da un punto di vista operativo, perché avevo insegnato nella scuola e in più anche in termini di dinamiche burocratiche, avendo lavorato al MPI.
Cercando di capire sia sul piano della ricerca che sul piano del prodotto che cosa si poteva fare di innovativo in questo settore, io e Domenico Parisi organizzammo una serie di incontri presso il CNR di Roma, per riunire coloro che lavoravano in termini di ricerca e non solo di prodotti.
Intanto varie realtà nazionali cominciavano a confrontarsi in questo campo ed io ho avuto l’opportunità di fare diversi viaggi negli Stati Uniti per conto dell’Olivetti, proprio per conoscere la realtà americana.
In Italia, intanto, c’erano una serie di Università che erano legate in termini di ricerca con il Dipartimento di sviluppo dei processi cognitivi di Clotilde Pontecorvo, mentre altre erano legate al CNR di Domenico Parisi.
All’inizio del 1988 io, Clotilde e Domenico organizzammo un seminario di approfondimento; dopo questo convegno, come spesso avviene in queste circostanze, si decise di coordinare le varie voci che partecipavano alla ricerca e all’uso delle tecnologie del mondo della scuola.
Si pensò allora di poter trovare uno strumento di coordinamento e di riferimento; io mi trovavo ad essere l’unico rappresentante di un’azienda (l’Olivetti era, in quel momento, molto importante nel panorama italiano), mentre gli altri erano nella ricerca e nell’università; così io proposi di dar vita ad una rivista che fosse l’elemento di spinta e di riflessione, nonché di raccolta delle esperienze in questo settore.
Golem nacque in questo modo ed io mi feci carico di trovare i finanziamenti.
In realtà gli aiuti economici erano solo per la stampa della rivista, per la sua produzione materiale: gli autori degli articoli, infatti, non erano pagati.
Formammo una specie di redazione: le prime redazioni erano volontarie, determinate dalla disponibilità di alcuni; solo in seguito riuscimmo ad ottenere una borsa di studio che venne utilizzata per pagare almeno alcuni collaboratori.

Come veniva distribuita la rivista?
Golem veniva inviato gratuitamente ad una mailing list e la rivista veniva presentata a convegni di un certo peso. Facemmo anche un tentativo di abbonamento; l’esperimento funzionò, anche se gli abbonati non furono tantissimi, qualche centinaio. Una distribuzione su abbonamento più capillare era difficile, soprattutto perché, per fare conoscere la rivista, occorreva fare pubblicità e quindi necessitavano maggiori finanziamenti.
La promozione di Golem era basata essenzialmente sul passa-parola, sulla comunicazione interna.
Non c’era ancora Internet, con il quale si passano informazioni a molte persone con poco sforzo; il nostro era soprattutto uno sforzo più di tipo telefonico e cartaceo.

E’ evidente che sia lei che Parisi (4) siete molto legati al ricordo di questa rivista: per voi questo è stato un momento importante?
Ognuno di noi è legato a quell’esperienza in modo diverso; io ho un ricordo molto positivo, tanto è vero che poi ho mantenuto il nome della testata anche per la rivista on-line (5).
Ci fu molta curiosità, interesse e attenzione nel tempo, perché, per molte persone, era un po’ un modo per essere legati ad un dibattito e ad una innovazione, ognuno poteva avere delle informazioni al di fuori di quella che poteva essere la propria realtà operativa.
Oggi, ovviamente, le cose sono diverse proprio per lo sviluppo massiccio della tecnologia; a quel tempo, invece, si potevano scambiare informazioni ed opinioni solo partecipando ad un convegno o ad un seminario; quindi una rivista mensile dava continuità al dibattito e ampliava molto l’orizzonte.
Ci furono al tempo degli stimoli importanti anche per chi faceva molta ricerca: l’idea di fare un comitato scientifico, come spesso avviene in molte riviste, non era tanto quello di mettere una serie di nomi che validassero l’iniziativa, quanto invece proprio avere con queste persone un contributo di riflessione, di analisi di proposte; devo dire che questo ha funzionato.
In più facemmo un tentativo di rivista in lingua inglese, non con la periodicità dei numeri in italiano, solo 3 o 4 numeri l’anno; ma il numero in lingua inglese non era la traduzione di un numero in italiano, la pubblicazione era diversa anche nei contenuti. Un altro elemento importante fu la promozione, nel 1990, di un grande simposio internazionale negli Stati Uniti sulla psicologia.
Nel 1990 si teneva infatti la dodicesima conferenza annuale delle scienze cognitive al MIT “Massachusset’s Institute of Technology”: l’Olivetti sponsorizzava la conferenza e Golem fece una monografia (6) sulle stato delle scienze cognitive in Europa.
La cosa interessante è che Golem finanziava in quell’anno quella che era una conferenza annuale americana; l’idea che avemmo fu quella di presentare, invece, una serie di contenuti in inglese sullo stato delle scienze cognitive in Europa.
Inoltre, qualche mese dopo, Golem sponsorizzò la quinta conferenza sulle ergonomie cognitive che si teneva in Italia, a Urbino.

Il rapporto con il mondo della scuola ha contribuito in qualche modo a modificare gli obiettivi che potevano avere gli industriali della tecnologia?
Credo di no.
Nel senso che l’aspirazione era forte, quello che mancava era però il poter trovare interlocutori, in modo da poter costruire qualcosa di stabile.
Il mondo della scuola è un mondo a parte, separato spesso dal contesto in cui opera; soffre di questa separazione, però non riesce a rompere la sua ghettizzazione.
Questo isolamento della scuola dipende anche da come essa è strutturata: spazi fisici, orari, possibilità di carriera, contenuti… è come se fosse finalizzata a se stessa, quindi poco permeabile, se non per scelte volontaristiche e, comunque, per realtà circoscritte.
L’aspetto monolitico del livello della carriera dei docenti (ad esempio, un professionista di una determinata disciplina non può decidere, per un periodo, di andare a lavorare in qualche centro di ricerca o sovrintendenza e poi rientrare nel suo ruolo) non permette il rapporto con altri enti della cultura e questo ha un suo peso. L’industria ha bisogno, non solo per vendere, ma per iniziare uno scambio, di individuare un referente; nella scuola questo non avviene.
L’impresa ha necessità di un circuito di “scambio, vendo, sperimento” e ritorno, per cui non riesce a trovare un business nella scuola.
Questa situazione in Italia, appunto, incide negativamente rispetto ad altri paesi, ad es. gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, dove c’è un’attenzione molto forte per la scuola da parte dell’industria.
Negli altri paesi un insegnante che si occupa di informatica lo fa perché è realmente motivato, perché effettivamente lo sa fare e non perché è il primo di una graduatoria.
A questo proposito, parlando della nostra realtà, io sono dell’opinione che non tutte le scuole debbano avere un laboratorio; è giusto che alcune ne abbiano due, tre perché ci lavorano, mentre è bene che altre (che non avessero i presupposti per utilizzarli) non ne abbiano nemmeno uno.

INCONTRO CON MARIA BEATRICE LIGORIO

Biografia
Maria Beatrice Ligorio, è professore associato all’Università di Bari.
Si è occupata di ricerca anche all’Università di Salerno (corsi di Psicologia dell’Apprendimento e della Memoria e di Psicologia dell’Educazione presso Scienze della Formazione, corso di Laurea di Scienze della Formazione Primaria). Diverse sono le sue esperienze all’estero: ha lavorato con le Comunità di Apprendimento con Ann Brown, presso l’Università di Berkeley; ha collaborato con il dipartimento di Tecnologie Educative (TECFA) di Ginevra; ha coordinato un progetto per l’introduzione di tecnologia di realtà virtuali nella scuola dell’obbligo (il progetto Euroland).

Bibliografia
Tra le sue pubblicazioni più interessanti:
- Ligorio M.B., Community of learners, in TD Tecnologie Didattiche, n.4, Menabò Editore, 1994.
- Ligorio M.B., Costruire/decostruire significati. Ipertesti micromondi e orizzonti formativi, in A. Calvani, B.M. Varisco, Costruire/decostruire significati, Cleup, Padova 1995
- Ligorio M.B., Le Comunità di Apprendimento, in G. Trentin Didattica in Rete: Internet, Telematica e Cooperazione Educativa, Edizioni Garamond, Roma, 1996.
- Ligorio M.B., V.A. Baldassarre, F. Zaccaro, Progettare la formazione, Carocci, 2001. – Ligorio M.B., Apprendimento e collaborazione in ambienti di Realtà Virtuale. Teoria, metodi, tecniche ed esperienze, Garamond, Roma, 2002
- Ligorio M.B., Come si insegna, come si apprende, Roma, Carocci, 2003

INTERVISTA A MARIA BEATRICE LIGORIO(7)
(9 febbraio 2004)

Dal suo punto di vista, che intendimenti aveva la rivista?
Golem era una rivista con l’obiettivo di diffondere la ricerca sulle tecnologie educative per la formazione, voleva quindi essere un punto di collegamento tra il mondo scientifico, la scuola, e i più disparati enti di formazione tra cui anche l’industria e gli sviluppatori software.

Secondo lei quale è stato il ruolo di Golem e quale segno ha lasciato?
Golem ha rappresentato per molto tempo uno strumento di diffusione della cultura scientifica relativamente alle tecnologie didattiche. Ambiva a costituire un punto di collegamento tra mondi diversi adottando un linguaggio intermedio tra quello scientifico e quello divulgativo. Sicuramente ha lasciato un segno positivo in quanti ci hanno attivamente lavorato e collaborato. Golem è stato il catalizzatore per l’implementarsi di una scuola italiana che si occupa di tecnologie didattiche e per la formazione di alcuni gruppi di ricerca.

Giudica in modo positivo questo tentativo?
Direi di sì. Molte delle persone che hanno contribuito alla nascita e alla vita di Golem sono oggi considerate dei punti di riferimento per il settore. Inoltre non mi pare che Golem sia stato sostituito, non vedo altre riviste con scopi e diffusione simile. Golem aveva una portata prevalentemente nazionale ma era capace anche di avere interlocutori internazionali e costituiva un luogo per la diffusione della cultura italiana.

In che modo si sono evolute le filosofie didattiche che contraddistinsero i tentativi di introduzione delle N.T. nella scuola?
Si sono arricchite delle esperienze di ricerche effettuate in questi anni ed è divenuta più aperta (come il resto della ricerca umanistica) agli approcci culturali e socio-costruttivisti – quindi meno legata a metodologie strettamente sperimentali e di laboratorio.

Qual è stata la causa o le cause che hanno determinato la chiusura di Golem? Fondamentalmente una ragione economica. Il principale sponsor (Olivetti) ha tagliato i fondi destinati alla rivista.

Golem ha contribuito a modificare atteggiamenti e/o convincimenti? In che modo? Qualche piccolo cambiamento è riuscito ad innescarlo. Ricercatori scettici verso l’efficacia delle nuove tecnologie hanno (almeno parzialmente) modificato le loro opinioni. Ricordo lo stesso Parisi era all’epoca molto critico e poi successivamente sempre più interessato a capire gli effetti della tecnologia a scuola. Inoltre Golem costituiva una sorta di finestra sul mondo delle tecnologie riportando informazioni su convegni, pubblicazioni, interviste a personalità adottando un punto di vista critico ma al tempo stesso divulgativo. Una sorta di “Iene” delle tecnologie.

Che cosa le rimane e che cosa cambierebbe di quell’esperienza?
Di quell’esperienza mi è rimasto moltissimo. Io ho fatto parte stabilmente della redazione per quasi 5 anni. Per me è stata una scuola importante di crescita sia personale che professionale. Io ho vissuto una fase di lutto quando Golem ha chiuso i battenti. Se fosse possibile farlo rinascere forse cambierei formato grafico, integrerei il cartaceo con modalità di interazione/comunicazione on-line e darei spazio alla ricerca di fondi di ricerca.

Ha un ricordo particolare dell’esperienza di cui vuole rendere partecipi anche noi?
La redazione di Golem organizzava un convegno internazionale all’anno. Quello di Capri (credo 1991) fu un’esperienza indimenticabile sia per la qualità degli interventi sia per il clima di idee e fermenti che lo accompagnò.

Sono state più le speranze o le delusioni? Che cosa si è avverato delle aspettative entusiastiche iniziali?
Direi che il bilancio tra speranze e delusione è abbastanza in pari. Ovviamente la delusione maggiore è stato vedere interrompere le pubblicazioni. Durante il periodo di pubblicazione molte sono state le aspettative realizzate: collaborazioni nazionali e internazionali, realizzazione e diffusione di progetti di ricerca, realizzazione di seminari e convegni.

Golem era, nel periodo cui ci riferiamo (1989/94), un punto di contatto fra il mondo della tecnologia e quello dell’educazione. Per l’industria tecnologica il rapporto più diretto con la scuola ha determinato o meno un cambiamento di obiettivi? La scuola poteva essere un interlocutore (e/o un target) interessante?
Non credo che Golem abbia avuto la capacità di modificare gli obiettivi dell’industria tecnologica! Anzi, forse tra gli obiettivi dell’Olivetti (sponsor di Golem) c’era quello di usare la rivista per diffondere i suoi prodotti. In realtà Golem non è mai stato asservito a questo scopo, ma non è neanche riuscito a produrre un effetto di cambiamento sull’industria, non mi pare (pur avendone a volte l’intenzione esplicita). Invece credo che sia stato migliore il rapporto con la scuola: molti insegnanti si sono ispirati a quanto leggevano su Golem per avviare attività nelle loro scuole.

INCONTRO CON DOMENICO PARISI

Biografia
Domenico Parisi, nato a Roma il 3 dicembre 1934, si è laureato in Filosofia teoretica all’Università di Roma nel 1957. Dal 1957 al 1960 è stato assistente di Filosofia della scienza alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma “La Sapienza”. Dal 1960 al 1963 ha lavorato nel “Linguistic Service” del Parlamento Europeo a Lussemburgo. Nel 1963-64 è graduate al Dipartimento di Psicologia dell’Università dell’Illinois e nel 1965 Master of Arts di Psicologia nella stessa Università. Nel 1965 è ricercatore all’Istituto di Psicologia del CNR a Roma. Nel 1968 svolge lavori di ricerca alla Hrvard University e al MIT, Cambridge, Massachusetts. Nel 1971 consegue la libera docenza in Psicologia generale. Dal 1972 al 1986 tiene la cattedra di Psicolinguistica dell’Università di Roma. Dal 1987 al 1995 è stato direttore dell’Istituto di Psicologia del CNR di Roma.
Dal 1995 al 1996 è stato professore a contratto di Scienze Cognitive presso l’Università di Siena. Dal gennaio 1997 è professore a contratto di Storia della psicologia all’Università dell’Aquila. Parisi è stato inoltre a più riprese Visiting Scientist presso importanti Università europee e americane.

Opere
Domenico Parisi è autore di numerosi articoli usciti su riviste specializzate e in volumi collettivi tra cui ricordiamo: con C. Castelfranchi, La macchina e il linguaggio, Boringhieri, Torino, 1987; Non solo tecnologia, Il Mulino, Bologna, 1988; Intervista sulle reti neurali, Il Mulino, Bologna, 1989; con F. Menczer, A Model for the Emergence of Sex in Evolving Networks: Adaptive Advantage or Random Drift? in Toward a Practice of Autonomus Systems, (a cura di F. J. Varela e P. Bourgine), MIT Press, Cambridge, Massachusetts, 1992; con S. Nolfi, Neural Networks Learning in an Ecological and Evolutionary Context, in Intelligent Perceptual Systems (a cura di V. Roberto), Springer, Berlin, 1993, pp.20-40; Science as History, Social Sciences Information/ Information sur les Sciences Sociales, 1994, 33, pp. 621-647; con A. Cangelosi e S. Nolfi, Cell Division and Migration in a `Genotype’ for Neural Networks, in “Network” 1994, 5, pp. 497-515; Computational Models of Develpmental Mechanisms, in Perceptual and Cognitive Development (a cura di R. Gelman e T. K. Au) Academic Press, San Diego, 1996, pp. 373-412; Evolving and Developing Neural Networks, in The Future of Science has Begun.
Approaches to Artificial Life and Artificial Intelligence, Fondazione Carlo Erba, Milano, 1996, pp. 41-55. Rethninking Innateness. A Connectionist Perspective on Development, MIT Press, Cambridge, Mass., 1996.

INTERVISTA A DOMENICO PARISI(8)
(Roma, 18 gennaio 2004)

Prof. Parisi, come è arrivato all’esperienza di Golem?
Facciamo un passo indietro.
Nel 1963-64 ero graduate al Dipartimento di Psicologia dell’Università dell’Illinois . (questo laboratorio era finanziato dal governo americano); un anno dopo feci la tesi su quella che si chiamava l’Istruzione programmata.
Si parlava infatti di istruzione programmata (era ispirata da Skinner) già allora, prima dell’avvento del computer; c’era già qualche macchina, anche se le varie esperienze si basavano sulla meccanica, non sull’informatica.
C’era anche quello che si può definire un primo tentativo di ipertesto, tutto cartaceo. Si trattava di un testo con pagine che non dovevano essere lette in modo sequenziale: lo studente leggeva la pagina, al termine della quale c’era una domanda; poi, a seconda della risposta, lo studente veniva rinviato ad un’altra pagina.
Era il cosiddetto “scrambled book”, cioè libro scompaginato, che prevedeva, quindi, non un’unica lettura del testo, ma un’individualizzazione di un percorso.
Esisteva all’epoca un interesse per queste procedure, si parlava di teacher machines, macchine fisiche, anche se non informatiche, che presentavano le cose su uno schermo; erano praticamente l’equivalente dello scrambled-book.
Io feci la tesi di Master su questo argomento.
All’epoca, si parla di quarant’anni fa, ci fu un editore che tradusse tutta una collezione di libri “scrambled”, tutti programmi di Istructional Books.
In Italia non c’era ancora nulla di tutto ciò ed io andai a lavorare alla Aport, una ditta farmaceutica a Roma; c’era il Pert che era una metodologia per organizzare il lavoro e c’era una ditta americana di e-learning che però non ottenne grandi risultati proprio perché non c’era ancora il computer.
All’epoca si fece anche sperimentazione andando nelle scuole per sottoporre questa nuova metodologia confrontandolo con un libro normale, il modo di presentazione dei contenuti didattici era differente.
Il computer venne fuori parecchi anni dopo, negli anni “80, cioè circa vent’anni dopo queste esperienze, e con una diffusione molto limitata. Con il diffondersi del computer si torna a parlare di tecnologia ed educazione. Quindi dopo questo black out durato 25 anni che è succeduto alla fase pre-computer di 40-50 anni fa, la scuola tenta di vedere come può adeguarsi. Nascono così tentativi per risolvere questi problemi e qui si inserisce l’esperienza di Golem…

Quali effetti ha portato nella scuola il rapporto diretto con i ricercatori e chi fabbrica e produce tecnologie?
Io direi che queste ondate tecnologiche: il C.A.I., gli ipertesti, Internet…, dopo un po’ tendono ad esaurirsi nella scuola, proprio perché, a mio parere, non ottengono grossi risultati.
Sarebbe necessaria una riflessione sul perché nella scuola non si accumula niente, la scuola è fondamentalmente rimasta fuori e non solo quella italiana, ma anche quella americana.
La scuola in fin dei conti non ne è toccata, ci sono sì queste ondate di tecnologie differenti, di strumenti nuovi che vengono offerti, però dopo tre, quattro, cinque anni, tendono ad esaurirsi, la scuola fondamentalmente ne rimane fuori.

Questa particolare condizione della scuola è riscontrabile anche negli articoli di Golem?
Gia all’interno di Golem noterete che c’è un cambiamento ad ondate, all’inizio si parlava di CAI, poi di ipertesti multimediali, dopo ancora di teledidattica, tutte esperienze però destinate a scomparire senza che nessuna si consolidi; il libro esiste dal tempo dei greci mentre queste tecnologie si avvicendano per qualche anno e poi scompaiono, senza che nessuna si consolidi.
Siccome di fatto poi la scuola non è toccata da queste ondate, essa continua il suo percorso come se queste cose non esistessero; occorre allora fermarsi un attimo e riflettere su quello che “non succede” e perché “non succede”.
Questo fenomeno quindi è gia visibile in Golem nei pochi anni in cui è uscito: se la rivista avesse in qualche modo continuato le pubblicazioni (notate che alla fine si comincia a parlare degli ipertesti), probabilmente voi avreste visto la scomparsa degli ipertesti e, successivamente, la comparsa dell’e-learning che adesso sta già in fase calante nella scuola, mentre è molto attivo nella formazione aziendale e personale.
Proprio facendo riferimento all’e-learning, possiamo vedere come essa offra dei vantaggi molto chiari, non di carattere didattico ma di carattere economico.
L’e-learning è quindi un fenomeno destinato a cambiare in modo stabile la formazione extrascolastica; per la scuola, invece, non cambia assolutamente niente.

Secondo lei allora qual è il ruolo della tecnologia nella scuola?
Ma la tecnologia nella scuola viene usata? Ha un ruolo?
O fondamentalmente le esperienze di un bambino della scuola di base, dai 3 ai 10 anni, sono più o meno quelle di 50 anni fa?
Ci si occupa di queste cose da circa quindici anni: ebbene, la scuola ad oggi, dopo vent’anni, ne è stata toccata?
Prendendo un campione di 10 scuole fra elementari e materne e facendo un’indagine empirica, troveremo, nell’ipotesi più ottimistica, un impiego delle tecnologie inferiore al 10%.
O no?

A conclusione di questa ricerca tentiamo ora di avanzare alcune riflessioni suggeriteci anche dagli autorevoli interlocutori che abbiamo avuto modo di intervistare.
A detta di tutti coloro che hanno gentilmente risposto alle nostre domande gli anni a cavallo tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90 sono stati anni molto importanti per la discussione e l’approfondimento riguardo all’uso didattico delle nuove tecnologie.
Golem poi ha sicuramente lasciato un segno positivo in quanti hanno attivamente lavorato e collaborato alla rivista.
Era quello un periodo di grandi entusiasmi e di stimoli che coinvolgevano molteplici ambiti, che non ha avuto però, nel settore della scuola, gli sviluppi sperati.
Quali sono allora secondo i nostri illustri intervistati i problemi che affliggevano e affliggono ancora la scuola riguardo all’introduzione delle N.T.?
Il mondo della scuola è un mondo a parte, separato spesso dal contesto in cui opera; soffre di questa separazione, però non riesce a rompere la sua ghettizzazione, è finalizzata a se stessa, quindi poco permeabile, se non per scelte volontaristiche e, comunque, circoscritte.
Le “ondate tecnologiche” tendono a non attecchire, ad esaurirsi nella scuola, secondo alcuni (Parisi) perché non ottengono grossi risultati, secondo altri, prevalentemente, per questioni organizzative.
Sono passati 15 anni dalla chiusura di Golem e poco è cambiato, nella scuola, da allora, per quanto riguarda le tecnologie educative.
Sarebbero necessarie quindi una riflessione e una più attenta valutazione/autovalutazione delle esperienze passate e di quelle in atto per fare in modo che niente (anche gli errori sono importanti) vada perso e che ciò che è positivo abbia a consolidarsi.

Note
(1) I dati della biografia sono stati tratti da
www.mediamente.rai.it/home/bibliote/biografi/s/singer.htm
(2) www.mottaformazione.it è il portale del Gruppo Editoriale Motta dedicato alla formazione online. Il sito si rivolge in particolar modo al mondo della scuola e, oltre ad offrire il catalogo dei corsi disponibili, è un punto d’informazione per tutte le attività e le iniziative del Gruppo Editoriale Motta.
(3) a cura di Bruna Andreani e Milena Mencarelli
(4) v. intervista a Domenico Parisi, Roma, 18 gennaio 2004, nella seconda parte della ricerca
(5) Golem, l’indispensabile è la rivista online fondata insieme a Umberto Eco e Gianni Riotta: www.golemindispensabile.it
(6) D. Singer, Piattelli Palmarini, Cognitive Science in Europe, 1990, presentato al Cognitive Science Meeting tenutosi al MIT, nel luglio 1990
(7) a cura di Bruna Andreani e Milena Mencarelli
(8) a cura di Bruna Andreani e Milena Mencarelli


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