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Editoriale

20 gennaio 2006 | Pier Giuseppe Rossi e Filippo Bruni, Università di Macerata

L’attenzione e l’interesse catalizzati dalle comunità di pratica continuano ad essere alti. Non si tratta solo di un fenomeno italiano. Un segnale è il successo editoriale di Communities of practice, il più significativo scritto di Etienne Wenger: pubblicato nel 1998, è stato ristampato una volta nel 1999, due volte nel 2001, due volte nel 2002, e infine nel 2003.

Di fronte a tanto successo e ad una numerosa letteratura (Form@re tra l’altro si è ampiamente occupato del tema anche con due numeri monografici di cui l’ultimo nel 2003, curato da Antonio Calvani) perché occuparsene ancora? Una prima risposta può consistere nell’opportunità di iniziare ad indagare le cause di tanto interesse nei confronti delle comunità di pratica. Il permanere di una attenzione così elevata è testimonianza che sono state toccate esigenze e/o processi di mutamento significativi. Si possono formulare delle ipotesi:

- ricerca di modalità di apprendimento legate alla relazione tra identità e gruppo e a forme di partecipazione e di coinvolgimento innovative;
- stanchezza verso approcci top down e tentativi di rivitalizzare processi istituzionali ed organizzativi;
- desiderio (ma anche constatazione) di più labili confini tra istruzione, formazione e lavoro;
- uso delle nuove tecnologie.

Una seconda risposta nasce dalla constatazione che tanto più un termine ha fortuna, tanto più si espone a possibili abusi. Cercare di individuare gli snodi tematici delle comunità di pratica può essere utile per ridefinirne gli ambiti, le peculiarità e le evoluzioni e per evitare le facili volgarizzazioni e semplificazioni di alcuni interpreti locali.
Ci sembrava importante pertanto ridare la parola ad Etienne Wenger.
L’occasione per iniziare a dare corpo alle due esigenze è stato il corso di eccellenza promosso nell’aprile 2005 dalla Facoltà di Scienze della formazione dell’Università degli Studi di Macerata tenuto da Etienne Wenger sulle comunità di pratica.
I video che documentano, in maniera pressoché integrale, il corso sono disponibili on line all’indirizzo http://www.sbilf.org/wenger/index.htm.
Il corso è stato una opportunità per cogliere anche l’evoluzione di alcuni aspetti della sua teoria. L’idea di partecipazione periferica legittimata, che ha ricevuto, anche Italia, molta attenzione, è oggi in via di rivisitazione da parte dello stesso Wenger. Se si assume come prioritaria – è questa in sintesi l’argomentazione presentata – la prospettiva del futuro della comunità, non ha più senso distinguere tra centro e confine: di fronte al futuro tutti i componenti della comunità sono in qualche modo periferici.
I contributi raccolti cercano di fornire un quadro degli snodi della riflessione di Wenger. Per non banalizzare l’idea di comunità di pratica, va affrontato il tema dell’identità che si rimodula costantemente in relazione al rapporto tra conoscenza ed esperienza (Lorella Giannandrea Tempo, spazio e costruzione dell’identità nelle Comunità di pratica). Similmente l’idea di pratica può essere adeguatamente compresa facendo riferimento a processo di negoziazione di significati centrati sull’interazione di partecipazione e reificazione (Filippo Bruni Partecipazione/reificazione: comunità di pratica versus learning object?). E’ stato lo stesso Wenger ad evidenziare ripetutamente all’interno del corso come la sua sia una teoria sociale della conoscenza e non una teoria della conoscenza sociale: la conoscenza nasce da una continua tensione tra esperienza e competenza (Giuseppina Gentili, Apprendimento, esperienze e competenze). Ai tre temi dell’identità, della pratica e della conoscenza si affiancano quelli del rapporto con le organizzazioni e con la tecnologia (Chiara Laici, Comunità di pratica e organizzazioni, Martina Paciaroni, Comunità di pratica e tecnologie). Un ulteriore contributo si collega alla metafora della relazione di coppia proposta dallo stesso Wenger che evidenzia l’importanza della cura da prestare alle reti di relazioni interne ad una comunità di pratica (Alessandra Rucci, Il ciclo di vita della comunità di pratica. Una metafora romantica). Si sono infine raccolte, con una attenzione particolare nell’individuare le risorse on line, alcune indicazioni bibliografiche (Chiara Laici, Etienne Wenger: bibliografia e sitografia).
I contributi vanno letti come una specie di canovaccio per gli interventi di Wenger; ogni contributo è connesso, con uno o più link, ai video di Wenger.
I video sono il nucleo di questo numero di Formare, numero che vuole sperimentare la strada della rivista ipermediale. Nostro intento è quello di mettere a disposizione della comunità scientifica italiana un patrimonio di idee e di esperienze.

Va anche detto che, nonostante la multimedialità, gli articoli e i video non riescono o riescono solo parzialmente a rendere il calore e il coinvolgimento emotivo vissuti dai partecipanti nel workshop. Se dovessimo in breve sintetizzare il contributo datoci da Etienne dovremmo parlare della ricchezza di idee, ma sarebbe riduttivo, della carica umana, ma sarebbe anche questo settoriale, della forza comunicativa, della modalità di organizzare le attività tra relazioni e lavoro di gruppo, ma anche questo è solo un aspetto di un percorso che ci ha affascinato e sedotto anche per come emotività e idee, esperienze e vissuti personali si sono intrecciati. Abbiamo parlato di comunità, abbiamo vissuto, sebbene per un breve periodo, l’embrione di una comunità.


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