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Dove comincia il discorso

21 dicembre 2007 | di Alessandro Efrem Colombi Libera Università di Bolzano - Scienze della Formazione
Tra i padri dell’informatica didattica e primo ad interessarsi concretamente dell’idea di robotica applicata alla formazione, Seymour Papert, è uno studioso decisamente atipico, che oltre a potersi fregiare del titolo di “ultimo allievo” (in ordine cronologico) di Jean Piaget, può inequivocabilmente esser posto alla base di qualsiasi discorso che voglia appunto affrontare non solo la storia ed il passato delle tecnologie didattiche, ma anche valutarne il futuro e soprattutto le possibilità ancora aperte, quelle restano praticamente quasi tutte da esplorare. Agendo in tal senso rispetto all’opera di uno studioso assolutamente unico nella storia delle scienze cognitive (tentando con questo termine una sorta di sintesi, ovviamente parziale, dei molteplici ambiti a cui potremmo complessivamente ricondurre il lavoro di Papert) non mancherebbero quindi ottimi spunti da cui partire per individuare e sistematizzare possibili strategie per il rinnovamento del sistema formativo.
Troppo spesso, anche a causa del gravare di un’eredità tanto importante, non si discute realmente della sua opera e delle sue idee, se ne parla praticamente solo in forma citatoria, usando alcune frasi divenute ormai classiche e/o riportando soltanto in minima parte quei pensieri spesso realmente “illuminati” e sempre modernissimi che ci ha regalato a partire dai primi anni sessanta. Pensieri e proposte che fortunatamente non hanno ancora smesso di emergere da una mente fervida, operosa e brillante sopra ogni altra. Il rischio che sta chiaramente correndo anche il sottoscritto è che parlando di Papert si fatichi a varcare la soglia della famosa sala operatoria paragonata alla classe scolastica o, ancor peggio, che si ometta di evidenziare quanto il “progetto Logo”, nonostante risalga ad oltre 40 ani or sono, resti non soltanto innovativo, ma letteralmente radicale e perfettamente rivoluzionario nel senso migliore che possiamo dare a questo termine (in particolare pensando alla veicolazione ed approfondimento di alcuni dei saperi che continuiamo a ritenere – con più o meno convinzione – fondamentali, ma che fatichiamo sempre più a veicolare).
Fortunatamente, per chi si interessa dell’evolversi della scuola e di modelli e sistemi di apprendimento, esistono innumerevoli articoli, decine d’interventi raccolti nelle sedi più varie, e una manciata di libri, purtroppo non tutti reperibili in lingua italiana, che partecipano a descrivere un panorama estremamente ricco e variegato d’idee, suggestioni, analisi e proposte che, meglio ribadirlo, per la gran parte non hanno ancora trovato completa (più spesso neppure parziale) applicazione.
Per parlare di robotica e di quello che significa -e/o potrebbe significare per la scuola del terzo millennio-, ho scelto, quindi, di cogliere alcuni spunti non tanto dall’opera generale di questo vulcanico autore, ma di rifarmi alla sua più recente apparizione in pubblico. Purtroppo l’ultima prima di un gravissimo incidente che lo terrà ancora a lungo lontano dallo studio e dalla ricerca.
Circa un anno fa, esattamente alla fine di luglio 2006, ho avuto infatti la fortuna di incontrarlo personalmente durante un “piccolo workshop” presso la Columbia University, a Chicago.

Fig. 1 Seymour Papert uno di noi

In quella sede ho potuto non solo ascoltare direttamente le sue idee dalla sua viva voce, ma anche farmi un’idea più concreta della sua statura intellettuale e della reale portata ed importanza del suo pensiero. Parte di quello che andrò a proporre a seguire, quindi, non compare per ora in alcuna pubblicazione, neppure in lingua inglese, e attinge a vari livelle sia dalla sintesi delle idee seminali su Logo e la tartaruga, sia da considerazioni legate all’attualità, ad esempio alla sostenibilità dei modelli di sviluppo, e che riferiscono naturalmente non solo all’ambito formativo. Per certi versi non molto di quanto segue attiene direttamente a un ambito tecnicamente riferibile alla robotica in quanto “disciplina” vera e propria, ambito di ricerca o nuova opportunità didattica, d’altro canto, se osservato in chiave prospettica, molto di quello che cito indica senza dubbio alcuni dei margini fondamentali a cui la robotica non può che riferire. E lo fa per tramite del pensiero recente del primo e più importante studioso ad essersi occupato di tali concetti, grazie alle riflessioni di colui da cui possiamo far partire “tutto”, o quasi.
Non ultimo, il discorso dovrebbe senza dubbio “tenere”, al di fuori del respiro tecnico dichiaratamente limitato, anche soltanto perché il suo inventore non ha ancora smesso di pensare alla robotica ed alle sue molteplici applicazioni didattiche, come ad alcune delle chiavi fondamentali per attuare quella “riforma impossibile” di cui tutti parliamo da oltre un secolo.
Innanzitutto l’intervento puntava a chiarire immediatamente il fatto che la riforma della scuola è e rimarrà sostanzialmente impresa impossibile.
Meno che mai la riforma potrà accadere grazie ai computers o in alcun modo per loro tramite, anche indiretto. La scuola ha assunto da tempo il ruolo di primo e più grande datore di lavoro del pianeta, ed anche senza entrare nella discussione della scuola da vedersi o meno come azienda, siamo di fronte ad un apparato globale dalle dimensioni sconfinate, ben altro anche rispetto alle coorporations di cui tanto amiamo parlare ultimamente.
Questo non viene detto con tono di sfregio o con la spocchia dello scienziato ben protetto dall’avorio della propria torre, ma con l’aria piuttosto affranta di chi continua a provare senza requie a proporre innovazione, ma non ottiene che sporadiche soddisfazioni e la sensazione che, in ogni caso, nulla sia realmente ancora cambiato nel fare scuola. Anche se nel distretto di residenza di Papert tutti gli studenti delle scuole medie inferiori possiedono un computer fornito dalla scuola stessa, non cambia comunque molto. Lui stesso lo considera soltanto “un buon inizio” e –purtroppo- agito in ritardo visto che il periodo critico è quello della prima infanzia, e se il cambiamento non avviene in quel contesto, tende a non avvenire del tutto. Non tanto riforma, quanto rivoluzione; non tanto innovazione a partire dall’esistente, ma cambiamento radicale delle pratiche formative. Più o meno come accade studiando gli angoli, le frazioni, o il calcolo differenziale, con la robotica.
Il cambiamento, qualsiasi evoluzione reale e sostanziale nei metodi, nelle idee, nei processi, sembra naturalmente inviso alla scuola, questo è in sintesi il secondo pensiero forte della giornata. La scuola continua ad assumere il ruolo di protettrice assoluta e inossidabile di uno status quo che risale ormai all’alba dell’industrializzazione.
Temo che nessun terzetto di vocali creativamente giustapposte possa aiutarci a modificare lo stato reale delle “cose della scuola”, fortunatamente queste pratiche sono molto poco diffuse in ambito anglosassone. Quello che poi risulta invece utile annotare secondo Papert è come, anche per il computer, la scuola sia riuscita ancora una volta “a bollire la rana” senza che la malcapitata potesse accorgersene per tempo. Un esempio, a suo dire, piuttosto banale e che il nostro rispolvera citando un film visto di recente che ne fa uso a sua volta per questioni ambientali e per il rischio legato ai problemi dell’atmosfera.
Il computer, a scuola, è stato infatti “integrato” (concetto sbagliatissimo, secondo Papert) così da potergli far assumere l’aspetto e la sostanza delle restanti, pluricentenarie, pratiche e modelli formativi. Così da poter diventare un altro pezzo della collezione, pronto ad impolverarsi su di uno scaffale in un angolo della classe o in compagnia di svariati suoi simili in un apposito laboratorio informatico.
Riforma impossibile, ostinazione contro l’innovazione, rane bollite… non che tutto questo tendesse a dipingere un quadro disfattista o semplicemente dolente e fine a sé stesso. Queste e molte altre affermazioni che sono seguite, erano corollario di un discorso molto semplice, al tempo stesso molto ampio e potenzialmente complesso per le connessioni che ci obbliga a considerare; non per questo necessariamente complicato o semplicemente irrealizzabile. Il fatto che la tecnologia in generale, la robotica, l’ultima idea che ci verrà voglia di mettere alla prova, dovrebbero puntare sempre e comunque a proporre una differenza reale nel fare scuola quotidiano, non tanto o non solo l’ennesima “esperienza” di sperimentazione.
Un punto assolutamente focale della discussione puntava infatti ad evidenziare la sostanziale inefficienza dei modelli d’innovazione che insistono nel concentrarsi su gruppi di scuole o insegnanti lavorando al loro fianco per poi riproporre ed estendere quelle esperienze che hanno dimostrato di possedere un particolare valore.
La chiave non è “l’innovazione assistita”, e neppure la nostra amatissima e proteiforme ricerca-azione; il cambiamento non giungerà dalle istituzioni o dalla loro eventuale (e comunque preziossissima) capacità di operare realmente con efficacia in modo autonomo a livello locale. Il cambiamento potrà avvenire, e la progressione verso una scuola migliore, che richiederà decenni di lavoro, prenderà vita dall’operare consapevole di singoli insegnanti, singole classi e scuole, regioni, nazioni, che sapranno affrontare davvero la realtà di trovarsi di fronte ad una macchina “anti-cambiamento”, un meccanismo che se non aggiorniamo prima di tutto a livello di considerazione individuale di quanto può esser concretamente fatto, non potrà che continuare a peggiorare.
Cosa sappiamo davvero dell’inquinamento o del riscaldamento globale, delle centinaia di guerre o della morte per fame o per malattie di cui non ricordiamo quasi più il nome? Come possiamo dar ragione di simili problemi nella nostra didattica? Siamo disponibili e preparati, a discutere dei problemi veri dell’epoca contemporanea con in nostri studenti e, insieme a loro, lavoriamo per sviluppare risposte che ci portino nel frattempo ad imparare, nozioni, concetti, saperi utili al nostro futuro, a quello della specie e dell’intero pianeta? Lavoriamo davvero per sviluppare intelligenze critiche e non soltanto per distribuire voti?
Secondo Papert, per risponderci e rispondere attivamente, tra le molte altre cose che possiamo fare, esiste l’uso critico e consapevole del PC, non la sua “integrazione nella didattica”.
Sono le buone idee, o se preferite le “powerful ideas”, a dover esser integrate, il computer rappresenta solo un’ottima opportunità per mettere al lavoro i cervelli sullo sviluppo delle idee medesime. Il computer è soltanto uno strumento tra tanti, e come tale andrebbe considerato anche in ambito scolastico, se ci si vuol fare qualcosa va visto in funzione di quella singola cosa, non come oggetto quasi magico e dall’intrinseco valore innovativo.
La robotica, dopo il computer, da cui discende e prende avvio, può continuare a indicarci nuovi percorsi e nuove “powerful ideas”, prima fra tutte quella dell’interazione con l’ambiente circostante ed il relativo abbassamento del livello di virtualità con cui naturalmente c’immaginiamo di interagire quando si tratta appunto di macchine informatiche.
Il robot che abbiamo programmato con il nostro computer, spiegava Papert camminando allegramente attorno ad un tavolo dell’auditorium, può girare attorno al tavolo e darci delle informazioni importanti, sugli angoli, sul concetto di misura, sul valore del ragionamento finalizzato alla reale soluzione di un problema o di una semplice, ma non per questo meno valida, sfida cognitiva.
La robotica didattica, nelle parole del suo iniziatore, diventa così una delle opportunità tecnologiche meno artificiali e distanti dalla realtà che si possano immaginare, diventa molto più tecnica di gioco costruttivo che tecnica in quanto tale. Diventa più semplice, ma diviene al tempo stesso opportunità radicale, non solo un altro fenomeno “da integrare” nel tradizionale modo di fare scuola. Se giriamo attorno ai tavoli con i bambini a indicarci la strada, chissà che la rana non riesca a saltar fuori dalla pentola prima di bollire viva!
Seymour Papert sta ancora lottando per recuperare appieno la sua proverbiale vitalità e irrequietezza intellettuale, le notizie riportatemi dai colleghi a lui più vicini fanno ovviamente ben sperare, ma sarebbe sciocco negare quanto siano (siamo!!!) ancora tutti molto preoccupati per lui. Grazie per questi primi 40 anni, Seymour, ti aspettiamo al più presto possibile con nuove idee e progetti per aiutarci cambiare la scuola!

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