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Editoriale

21 settembre 2007 | di M. Ranieri, Università di Firenze
Le sfide del Digital Divide. Ricerche ed esperienze

Risale al 1997 il Primo Congresso Internazionale sugli Aspetti Etici, Legali e Sociali dell’Informazione Digitale, organizzato dall’UNESCO nell’ottica di delineare le nuove sfide inaugurate dal cyberspazio. Tra queste una delle più urgenti viene indicata nel superamento del digital divide che a livello globale divide il pianeta in “info-ricchi” e “info-poveri” con pesanti conseguenze sul piano etico e sociale.

Da allora due sono gli elementi che in queste sede ci preme sottolineare rispetto al dibattito che ha coinvolto progressivamente organismi internazionali, singoli paesi, società civile ed esperti.
In primo luogo, l’ampia convergenza sull’idea secondo cui una strategia fondamentale per ridurre il divario tecnologico consista nel promuovere interventi formativi sull’alfabetizzazione digitale (digital literacy). Per quanto il possesso delle infrastrutture tecnologiche rimanga una condizione necessaria, esso non è sufficiente affinché l’individuo possa trarre benefici dall’impiego delle ICT. Non basta quindi avere accesso alle nuove tecnologie, ma occorre anche e soprattutto sapersene avvalere. Che cosa significa “sapersene avvalere”? Un’indicazione importante la si può ricavare dal nuovo framework delle competenze di base, che include tra le nuove competenze, la competenza digitale. Secondo la definizione che ne viene data, essa comprende la capacità di utilizzare in modo critico le ICT nel lavoro, nel tempo libero e nella comunicazione. Comporta una buona conoscenza della natura, del ruolo e delle opportunità che le ICT offrono nella vita quotidiana, privata, sociale e lavorativa, ed in particolare delle potenzialità di Internet per lo scambio di informazioni e la collaborazione in rete, l’apprendimento e la ricerca. Si sottolinea inoltre che l’uso delle ICT richiede un atteggiamento critico e riflessivo, ossia un’attenzione verso i problemi legati alla validità e affidabilità delle informazioni e un interesse ad impegnarsi in comunità e reti per fini culturali, sociali e/o professionali.
Quest’ampia definizione preannuncia un programma rispetto al quale le istituzioni educative sono chiamate oggi ad intervenire, venendo così ad assolvere una delle principali funzioni che la scuola ha da sempre rivestito, ossia l’alfabetizzazione di base dei cittadini.
Un secondo elemento che ci pare rilevante evidenziare riguarda la consapevolezza, emersa soprattutto nella letteratura scientifica degli ultimi anni, del fatto che il divario digitale è una conseguenza di ineguaglianze preesistenti di natura sociale, culturale ed economica con le quali esso si combina e sovrappone. E’ dunque un fenomeno multidimensionale e le sfide che esso apre vanno valutate su più fronti. E’ per questa ragione che il numero accoglie contributi che si soffermano su aspetti differenti. Più specificamente, esso si apre con un contributo di Chiara Paganuzzi che offre un quadro introduttivo sul fenomeno del digital divide, analizzando i fattori che ne condizionano l’evoluzione e presentando le principali tematiche che attraversano il dibattito in corso. Il lavoro si sofferma inoltre sugli indicatori adottati a livello internazionale per la misurazione del divario tecnologico, evidenziando le criticità che sono emerse nel tempo.
Il numero prosegue con un intervento di Antonio Cartelli sul tema della formazione all’uso delle ICT, indicata dagli organismi internazionali e dalla letteratura corrente come una delle principali strategie per superare il digital divide. L’autore affronta nello specifico il problema delle difficoltà di apprendimento nell’acquisizione dei concetti di base dell’ICT, presentando i risultati di alcune indagini che mostrano come, anche in questo campo, possano intervenire fattori dipendenti dalle modalità con le quali le tecnologie interagiscono con schemi mentali già presenti nei soggetti durante la costruzione di nuova conoscenza.
Elisabetta Risi si focalizza sul rapporto tra le “vecchie generazioni” e la cosiddetta digital literacy, illustrando i risultati di una ricerca empirica quali-quantitativa condotta con un campione di 200 soggetti di età uguale o superiore ai 55 anni del Nord Italia. Tali risultati descrivono una relazione complessa tra anziani e nuovi media, che è importante tenere in considerazione soprattutto da parte di organizzazioni pubbliche e private impegnate nella riduzione del digital divide generazionale.
Chiara Pozzi restituisce uno spaccato sulla lenta penetrazione delle nuove tecnologie in un paese africano, attraverso il resoconto delle fasi di un progetto che prevede l’avvio di corsi di formazione a distanza per gli insegnanti di un un’area rurale del Kenya. Ne emerge un quadro sicuramente problematico, ma anche ricco di spunti nell’ottica di considerare le tecnologie non tanto come strumenti neutri da trasferire da un luogo ad un altro, quanto come artefatti culturali che interagiscono con i contesti locali secondo modalità proprie che non possono essere trascurate.
Il numero si chiude con un contributo di Luca Bianchi sulle problematiche relative all’e-Inclusion, guardando alle implicazioni del dislivello tecnologico dalla punto di vista dell’accessibilità. Per le persone con disabilità le tecnologie possono avere un ruolo ambivalente: da un lato, possono diventare un’ulteriore fonte di esclusione, se la loro diffusione non è sostenuta da una visione basata sull’idea dell’accesso universale (Access for all); dall’altro, le tecnologie stesse possono diventare strumento di inclusione, consentendo loro di partecipare ad attività di socializzazione, formazione e lavoro. Come sottolinea l’UNESCO (Bindé, 2005), la sfida su questo terreno è però ancora tutta aperta anche nei paesi in cui le tecnologie hanno avuto una maggiore penetrazione.


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