Strategie di gestione di una classe multietnica
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Le attività di cui parlerò si sono svolte in una classe quinta di scuola primaria statale e si sono sviluppate in parte durante la mia frequentazione del Master presso l’Università di Firenze “Internet, costruzione della conoscenza, ambienti di apprendimento in rete” e hanno rappresentato la base per la tesi finale. L’obiettivo era rappresentato dalla ricerca di strategie di attenzione in classe utilizzando l’indagine/intervento con questionari pedagogici (Vincenzi, 2005). La ricerca è stata predisposta da un’attività di confronto/scambio tra i partecipanti ad un gruppo di lavoro sulle strategie e tra questi e il loro tutor (Vincenzi), sollecitata da un questionario pedagogico per docenti (si veda il contributo Collaborare a distanza cercando strategie di G. Casanova e M.R. Villa in questo stesso numero).
Nell’esperienza svolta hanno avuto un peso considerevole le seguenti attività: - il lavoro di gruppo sia con i colleghi del Master che con gli alunni - i questionari pedagogici, sia quello iniziale per docenti che quello per gli allievi - il “funzionaclasse”, per favorire l’ambiente più adatto alla ricerca di strategie - l’ “appello delle emozioni”, per iniziare ogni giorno con il piede giusto - i contributi al “programma sul rischio” elaborato a livello di istituto. E’ l’insieme di queste attività che ha reso particolarmente significativa l’esperienza compiuta: dalla motivazione generata dal Master, sostenuta e alimentata dai colleghi del gruppo di lavoro e dal nostro tutor, al trasferimento a livello del “programma sul rischio” delle acquisizioni relative alla cura e alla gestione dell’attenzione degli alunni. Tralasciando le attività del gruppo di lavoro (oggetto del citato contributo) e quelle espressamente dedicate all’indagine in classe con il questionario pedagogico (Parlare di strategie nella scuola primaria di M.R. Villa in questo numero), qui voglio soffermarmi su due tecniche (funzionaclasse e appello delle emozioni, la cui descrizione succinta verrà corredata da esempi e illustrazioni) che hanno contribuito alla creazione delle condizioni al contorno, cioè l’ambiente di classe atto a favorire la ricerca (si veda Strategie e ambiente di classe di A.B. Vincenzi in Form@re n. 48). Si tratta essenzialmente di momenti didattici che molti docenti utilizzano e che in questo caso sono impiegati con bambini in gran parte extracomunitari e comunitari che non parlano italiano. La loro efficacia viene meglio evidenziata proprio con questi bambini. Per questo mi soffermerò a delineare le particolari condizioni ambientali della nostra scuola. L’ambiente La scuola primaria si trova nella periferia sud di Alessandria, una città della bassa piemontese, al di là della ferrovia che collega la città a Torino, Genova e Milano. Una zona considerata da tempo immemorabile e con il metro di giudizio dell’epoca… povera, da contadini. Ora suddivisa a sua volta nella parte storica detta Il Cristo, dove abitano impiegati, operai, manodopera specializzata di origine piemontese, veneta (a seguito dell’alluvione del Polesine), calabresi, siciliani e sardi (a seguito della grande migrazione interna verso il nord industrializzato degli anni ‘50 e ‘60); e la zona di passaggio, quasi un porto costituito da un grande agglomerato di case popolari e di palazzi a otto piani costruiti al risparmio e quando gli strumenti urbanistici erano molto elastici. Il termine porto indica che la permanenza delle famiglie non è di lungo termine, qui sono arrivate le prime famiglie dei meridionali, i disperati albanesi, i montenegrini, i russi, i romeni, ed ora diverse etnie di lingua araba: si fermano per due, tre, anche cinque anni e poi si trasferiscono dall’altra parte, al Cristo, oppure in altre città, in altre nazioni. In questa realtà insegno da ormai trent’anni e ne conosco i diversi aspetti. L’edificio della scuola esce dalle nebbie padane ed è divenuto il centro sociale, il momento di aggregazione laico di questa zona della città; ma questo porta con sé diversi fatti negativi, a cominciare dal calo repentino delle iscrizioni di bambini di origine italiana, dal continuo innescarsi di conflitti dovuti ai motivi più vari: dalla religione al cibo, dal vicinato agli animali domestici, dalle faide tribali alle liti di strada, … Oltre ai conflitti vi sono tuttavia momenti che giustificano un lavoro in questa realtà: il confronto continuo con varie culture, con aspetti diversi del vivere quotidiano, con musiche, suoni odori e sapori diversi, porta ad una familiarità, ad un atteggiamento di ricezione positiva che innesca nuovi meccanismi di conoscenza; che poi è il fine ultimo, a mio avviso, non solo di ogni insegnante ma anche di ogni persona. La scuola è strutturata come i conventi religiosi, con il cortile interno su cui si affacciano i corridoi e le aule, un po’ distaccata la palestra e il campo da calcio; i colori piuttosto grigi e monotoni sono una costante del repertorio piemontese e abbiamo cercato di ovviarvi utilizzando gli (scarsi) strumenti a disposizione: con colori a tempera e un po’ di colla vinilica di finitura abbiamo dipinto le porte così da trasformarle in momenti di passaggio da una realtà triste (il corridoio) ad una più allegra (l’aula): il tentativo neppure troppo nascosto è quello di trasformare un ambiente con un aspetto tetro e scostante in un luogo che ti accoglie con gioia, con colori che normalmente non ci sono e che rendono più vivo e vario il contesto in cui si vive, lavora e gioca per più di metà giornata. Il tempo scuola sia per i bambini che per gli insegnanti è quantomai vario e alternato: abbiamo iniziato negli anni ‘60, ‘70 con i doppi turni mattina/pomeriggio e poi proseguito con il Tempo pieno (che rimane, per delle realtà simili a questa, il modo più costruttivo per aiutare a risolvere il problema scuola), quindi siamo passati a soluzioni miste Tempo pieno/Tempo normale, Tempo pieno/Moduli, per finire alla soluzione prevalente di oggi del Tempo pieno/Moduli allungati. |
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Un ultimo aspetto che vale la pena sottolineare è quello dell’uso degli spazi: abbiamo sempre fatto di necessità virtù, che poi è il comandamento dei poveri; abbiamo sopperito alle diverse mancanze istituzionali ingegnandoci nella trasformazione e adattamento di quello che avevamo a disposizione. Ed ecco allora atrii che diventano laboratori di musica, corridoi che si trasformano in atelier di disegno, aule che si mutano in sale di proiezione, angoli delle aule trasformate in laboratori aperti. Il tutto aiutato da genitori attenti e partecipi (molto di più nel tempo passato) e da organizzazioni di volontariato. |
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La scuola multietnica e l’attenzione
La descrizione precedente della scuola ha potuto fornire un quadro almeno visivo della realtà in cui opero. Scendendo nel particolare, e rifacendosi al focus del nostro intervento (ricerca di strategie che permettano di migliorare l’attenzione in classe), mi sono accorto dell’importanza dell’appartenenza etnica. Questo poiché essere marocchino o albanese, cinese o cossovaro non è la stessa cosa nei confronti dell’attenzione. Ogni etnia porta necessariamente con sé un insieme di comportamenti, regole, modi di vita, suoni, odori, sapori, ritmi, credenze, che determinano un mondo di significati, delle categorie di valori di riferimento che sono assolutamente differenti da quelle delle altre. Si evidenzia come sia sbagliato considerare tutte le persone uguali, così come considerare tutti i bambini uguali: occorre considerarli tutti disuguali o, al più, solo i componenti degli stessi gruppi etnici possono essere visti tra loro meno disuguali. L’appartenenza ad una determinata etnia favorisce una risposta comportamentale a determinati stimoli simile a quella degli altri appartenenti alla stessa etnia e differente da quella di altri gruppi; per alcuni versi sarei portato a dire che anche la pratica di una religione comporta atteggiamenti affini a quelli descritti. La frequentazione trentennale di quest’ambiente variamente etnico (Gallissot R., Kilani M. e Rivera A. (2001), L’imbroglio etnico, Bari, Dedalo), di insalata di diversi colori e sapori e odori, mi aveva portato ad intuirlo, ma solo un esame attento, una considerazione massima alle risposte ottenute a stimoli preparati e pensati, ha reso evidente che le risposte emozionali sono determinate in buona parte anche dall’appartenenza etnica e religiosa. Nei gruppi di lavoro creati in classe, volti ad avere al loro interno una rappresentazione il più possibile varia delle provenienze natali dei bambini, difficilmente riuscivo ad ottenere un lavoro proficuo e un’attenzione abbastanza continua. Solo quando attorno ai tavoli o negli angoli di lavoro si accorgevano che il compagno vicino a loro apparteneva alla stessa nazione, allora il lavoro procedeva spedito, si iniziava lo scambio di opinioni, si sceglievano i percorsi, si produceva. Se il gruppo è formato da bambini nati nella stessa nazione, i risultati sono migliori: più veloci, più rispondenti alle consegne, necessitano di meno correzioni (Silva C. (2002), Educazione interculturale: modelli e percorsi, Pisa, Ed. del Cerro). Prima di continuare vorrei sottolineare che quanto sto dicendo non è un giudizio di merito, ma appartiene al campo delle osservazioni che svolgo normalmente in classe e che mi permettono di modulare meglio i miei interventi didattici, se non ne tenessi conto credo che otterrei dei risultati inferiori e mancherei in parte al mio dovere di docente. Le considerazioni espresse sull’attività dei gruppi sono particolarmente vere per i bambini marocchini e in genere con gli abitanti dei paesi a religione islamica: sono abituati fin dalla nascita a tenersi per mano, ad aiutarsi vicendevolmente, a dividere il proprio con gli altri. Questo tipo di cultura porta ad offrire delle risposte alle difficoltà che si incontrano di tipo corale, di aiuto reciproco e si differenziano, a volte notevolmente, da quelle, ad esempio, dei popoli occidentali, che tendono ad una risposta individuale, molto personalizzata, anche in coloro che seguono la religione cattolica. Attività sperimentate Per creare un clima di classe più favorevole al discorso sulle strategie ho introdotto nella mia pratica quotidiana due tecniche, due modi di affrontare delle situazioni che si presentano normalmente in una scuola primaria. Il primo – il funzionaclasse (A.B. Vincenzi, Conoscere la classe e lo studente, Trento, Erckson, 2005) – riguarda la creazione di norme e regole nel gruppo classe, nei gruppi di laboratorio, nelle relazioni d’intergruppo all’interno della scuola; il secondo – l’appello delle emozioni (U. Mariani e R. Schiralli, Costruire il benessere personale in classe. Attività di educazione alle competenze affettive e relazionali, Trento, Erckson, 2002) – considera l’umore, stato momentaneo della sfera emozionale personale, come un elemento importante nell’attività didattica e ne ipotizza una condivisione mirata al miglioramento del clima di gruppo. Il funzionaclasse - L’applicazione di regole e asserzioni come stili di comportamento per una classe che voglia funzionare L’appello delle emozioni – Iniziare la giornata verificando di quale umore è ciascun alunno |
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Abbiamo in seguito messo accanto ai voti delle faccine che esemplificassero visivamente i sentimenti provati da ciascuno; due bambini a turno sono incaricati di compilare il Registro dei sentimenti che conservo assieme al registro di classe. Mi è stato utile in molte situazioni per evidenziare momenti di difficoltà di alcuni bambini a cui non si sapeva dare spiegazione e, con l’abitudine alla discussione, riuscire a farle venire allo scoperto e tentare di risolverli (le discussioni di questo tipo non sono sempre pubbliche, quando si avverte un disagio profondo vengono spostate in momenti più privati e alcune volte anche con i genitori, con l’unica avvertenza che quando si intuiscono disagi e problematiche non attinenti alla sfera scolastica, vengono indirizzati verso personale competente).
Il momento della verifica periodica è importante in quanto permette di seguire in modo puntuale e conseguente l’andamento di ogni bambino e, come ricordano molti autori (vedi p.es. L. Mariani in Dalla parte di chi impara: le strategie di apprendimento, Form@re, n. 48), la costruzione della conoscenza non è un processo univoco, ma deriva da diversi e svariati fattori, tra cui quelli emotivi non sono gli ultimi, e la costruzione della conoscenza di sé è il gradino su cui essa poggia. Gli effetti sulla pratica d’insegnamento I fattori evocati sopra comportano una notevole mole di problemi per la pratica d’insegnamento che assumono, rispetto al nostro tipo di ricerca, valenze particolari: L’attenzione: i problemi attentivi sono differenti in una classe dove il linguaggio parlato è uno solo, rispetto a realtà dove vi sono gradi differenti di assimilazione dell’italiano e quindi di comprensione di quanto detto, a questo proposito si può vedere nell’Appendice il lavoro svolto con i questionari per favorire strategie di attenzione. Comportamenti sociali: diverse culture portano differenti modi di relazionarsi con i vicini, i conoscenti, le istituzioni, se questo può risultare per alcuni versi un arricchimento per chi ne viene a contatto, per altri può essere motivo di difficoltà fino a sfociare in crisi se non adeguatamente gestiti, l’appello delle emozioni può essere un primo momento. Regole: i comportamenti sociali sono espressione diretta del complesso di abitudini, regole, costumi, …, che normalmente vanno sotto il nome di cultura e tendono ad uniformarsi agli abitanti di una stessa nazione; quando questi si ritrovano all’estero come comunità si acutizzano fino a diventare, in alcuni casi, motivo di scontro; la scuola diviene il luogo in cui tutte queste culture si esprimono e la formazione di regole di convivenza (il funzionaclasse) è uno strumento impareggiabile per tentare un approccio equo e condiviso alla vita in comune. Considerato che con questa classe ho lavorato sul tema dell’attenzione in pratica per non più di 20 ore e che l’attività non era prevista negli anni precedenti, che non era adeguatamente programmata, che si trattava di una classe quinta e che quindi non si sarebbe potuta seguire negli anni passati, devo dire che l’impressione che ho avuto (trent’anni di esperienza varranno bene qualcosa…) è che gli strumenti utilizzati siano validi, se non altro perché inducono un modo di porsi nei confronti di un problema che apre nuove strade e nuove possibilità. Una prima considerazione osservando il lavoro svolto e lo sviluppo dei lavori di gruppo è che si è affinato il mio modo di considerare lo stare attenti e quindi, anche se l’accostamento meriterebbe maggiori approfondimenti, il mio modo di considerare l’imparare. Conclusioni Sull’appello delle emozioni vorrei qui ribadire gli effetti più positivi che ho riscontrato: tutte le mat-tine, nel momento normalmente dedicato all’appello, dedicavamo circa mezz’ora a quest’attività: i bambini, alzandosi in piedi, davano un voto da 1 a 10 per come si sentivano in quel momento. Confermo la descrizione sopra citata di questo momento: nel momento in cui si iniziava la presentazione, dopo un primo attimo di confusione per sistemarsi nei banchi, si avvertiva un’atmosfera di partecipazione attenta e, perciò, silenziosa. Abbiamo presto introdotto un’aggiunta: anziché i voti sul tabellone abbiamo messo delle faccine che esemplificassero visivamente i sentimenti provati da ciascuno; due bambini a turno erano incaricati di compilare il Registro dei sentimenti che conservavo assieme al registro di classe. Mi è stato utile in molte situazioni per evidenziare momenti di difficoltà di alcuni bambini a cui non si sapeva dare spiegazione e, con l’abitudine alla discussione, riuscire a farle venire allo scoperto e tentare di risolverli. Gli interventi erano, a volte, divertenti e persino poetici:…oggi mi sento pieno di cielo (Simone)…oggi sto male come un maiale che ha mal di pancia (Luca)…, ma anche rivelatori di momenti di disagio ambientale, … vorrei andare in Marocco dai miei nonni (Youssef). Come ha detto, le discussioni che spesso seguivano queste espressioni non erano sempre pubbliche; quando avvertivo un disagio profondo le spostavo in momenti più privati. Appendice La fase preparatoria è un momento importantissimo nell’attività didattica, ma vorrei dire in ogni momento dell’esistenza, per quanto riguarda questo progetto mi sono rifatto alle decisioni, o come si dice oggi, alla road map che avevamo concordato sul forum Lte: 1 FASE – brainstorming a classe intera sulle seguenti domande: Tenendo sempre presenti le sollecitazioni e i consigli del tutor, nell’esame della metodologia propo-sta ci si sofferma sugli strumenti, pensando ad adattarli. Forse, però, sarebbe più opportuno mettere a fuoco l’obiettivo: come fare emergere le eventuali strategie utilizzate da alcuni in classe. Prendia-mo il tema/problema dell’attenzione: disponendo di un repertorio di comportamenti ritenuti perti-nenti (gli item della prima parte del questionario ATTENZIONE), ci si potrebbe chiedere: L’approccio attuato all’indagine/intervento in classe |
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Ci siamo allora divisi in sei gruppi di due o tre bambini ed ognuno ha preso un foglio su cui si sarebbe dovuto scrivere: 1 – qual era la cosa più importante di quel concetto; 2 – quali erano i modi migliori per ottenerla; 3 – quale era la cosa contraria.
Il giovedì seguente di prima mattina abbiamo raccolto i disegni su due cartelloni e i testi in un nuovo libro dedicato all’attenzione. Quindi abbiamo iniziato la discussione sui tre punti che nella setti-mana precedente non eravamo riusciti a sviluppare: Domanda 1 Simone: L’attenzione è quando mi concentro talmente che vedo solo le figure del fumetto e tutt’intorno scompare. Youssef: Io sono attento quando vedo alla televisione un programma che mi piace…mia mamma mi chiama tante volte che alla fine viene a prendermi. Rachida: Io invece sono attenta quando ballo, il mondo diventa di tutti i colori e io sono al centro. Domanda 2 Wen-li: Io per raggiungere l’attenzione massima chiudo gli occhi e penso forte…. Rachida: se voglio stare attenta attenta immagino di essere in un posto con tutti gli amici Luca: invece io inizio a camminare e a ripetere nella mente le cose che voglio ricordare |
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Domanda 3
Hajar: non riesco a stare attenta quando sento i profumi della cucina Arianna: se c’è troppa gente intorno, come al pranzo della domenica, non riesco a concentrarmi Giulia: il silenzio mi disturba e non riesco a pensare Queste erano le affermazioni che abbiamo ritenute degne di essere scritte, perché rappresentative anche delle altre, su tre cartelloni; cosa che è stata subito fatta e sotto a ciascuna ogni bambino ha disegnato quello che lui faceva e pensava in quell’occasione. |
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La seconda parte della mattinata è stata destinata all’analisi dello schema visto in precedenza: abbiamo esaminato un punto per volta (cercare e scrivere le cose più importanti – concentrarsi – essere pronti a cambiare opinione/seguire altre strade) cercando di strutturare per ogni punto delle domande conseguenti che potessero essere utilizzate per un questionario da sottoporre anche ad altre classi. Il lavoro era diviso per gruppi formati da tre bambini dove c’era lo scrittore che prendeva nota, il parlatore che avrebbe relazionato al gruppo classe i risultati ottenuti e il disegnatore che avrebbe trasformato le domande in disegni. Interessante è il modo che in alcuni gruppi si svolge il lavoro: lo scrittore scrivendo l’argomento da discutere dice ad alta voce anche la prima affermazione che gli viene in mente, da quella inizia la discussione che porta alla stesura delle domande o delle stesse af-fermazioni e, normalmente, vengono scritte tutte poiché ritenute degne di nota, solo con quelle scherzose si sono avuti dubbi (probabilmente perché si temevano le risate dei compagni, o perché la scrittura è considerata una cosa seria o per non causare l’ira del maestro).
Al termine ci si riunisce tutti e i parlatori spiegano alla classe quanto hanno scritto. Assieme (per votazione o per acclamazione) si decidono quali sono le domande/affermazioni da privilegiare che io scriverò sui cartelloni preparati e sui quali vengono anche incollati i disegni preparati dai disegnatori (dimenticavo di precisare che questi ruoli non hanno un carattere definitivo, ma vengono decisi di volta in volta, e devo dire che nel corso dell’anno sono intervenuto rare volte per indirizzare le scelte). Un aspetto che vorrei sottolineare è la grande capacità dei bambini, se adeguatamente sollecitati, di compiere delle analisi sui processi e di scovare e intuire nuovi e alternativi percorsi di soluzione. Possiedono una grande attenzione reticolare, con questo vorrei dire che utilizzano anche strutture sensoriali e accostamenti quali quelli tattilo-visivi o musico-visivi che non sono abituali alla mia generazione, ma che essi assorbono fin dalla nascita e che divengono nuove terminazioni che veico-lano informazioni non differenti, ma differentemente strutturate. Un elemento che vorrei rimarcare è che il momento di analisi e di discussione ha permesso ad ognuno di individuare nel proprio comportamento delle strategie efficaci e quindi di poterle comunicare affichè altri potessero utilizzarle; negli adulti questo interscambio è assai meno attuato. L’abitudine ad individuare degli obiettivi, la discussione partecipata e democratica, l’esame dei processi, la ricerca e lo sviluppo degli aspetti positivi che ognuno di noi possiede e che possono essere valorizzati nel momento in cui sono vengono resi espliciti, sono sicuramente delle modalità che necessitano di approfondimenti e pratica didattica quotidiana. * Giuseppe Casanova (gianni534@alice.it) è insegnante di scuola primaria ad Alessandria ed esperto di didattica multimediale e di metodologie in contesti multietnici. Laureato in “Formatore multimediale” all’Università di Firenze, Master “Internet, costruzione della conoscenza, ambienti di apprendimento in rete”, sta conseguendo la laurea specialistica in “Dirigente e coordinatore dei servizi socio-educativi”. |








