Home » n. 58 ottobre 2008

L’educatore nella rete Evoluzione delle competenze dell’educatore nei contesti di progettazione di rete simulata in ambiente virtuale

1 ottobre 2008 | di Simona Modica, Responsabile dei Servizi per la Cooperativa Sociale DONO di Genova e Collaboratrice alla Cattedra di Didattica Generale presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Genova.

Se dovessi individuare almeno due competenze indispensabili per il lavoro di educatore, elencherei senza dubbio per quanto riguarda gli aspetti di backoffice, la progettazione mentre per gli aspetti di front office le capacità relazionali; tra queste ultime sicuramente capacità di mediazione, confronto e lavoro di rete.
Con la trasformazione della società in società complessa si assiste sempre più ad una ridefinizione dei compiti dell’educatore (1) che si trova a dover implementare, per poter operare adeguatamente nei diversi ambiti, non solo le proprie competenze che ne connotano il lavoro di osservazione, progettazione e valutazione ma anche quelle competenze che potremmo definire interazionali, quali ascolto attivo, comunicazione delle proprie percezioni e del proprio vissuto relazionale,ovvero tutte quelle competenze che l’educatore deve possedere per la costruzione di una relazione efficace e personalizzata che non sia imperniata esclusivamente su trasmissione di contenuti (2).
La didattica stessa si sta sempre più evolvendo verso una concezione sempre meno legata esclusivamente alla scuola ma più indirizzata al territorio visto come contesto non solo geografico ma anche antropologico (3).
L’educatore in questi ultimi anni ha dilatato molto i propri interventi, diversi sono ad oggi gli ambiti in cui opera : famiglia, scuola, gruppo dei pari, mass media, mondo del lavoro, pertanto la sua azione deve essere necessariamente considerata “azione mediale” poiché “media” tra soggetto o gruppo di soggetti in formazione e oggetto culturale.
L’educatore si spende in momenti di apprendimento molto differenti tra loro ma sempre dinamici che oscillano tra promozione della persona, prevenzione del rischio; la sua azione si sviluppa in un costante “raccordo” tra bisogni e risorse personali del soggetto educando, anche perché le esperienze educative si sviluppano non solo in contesti formali secondo un’intenzione “pensata” e con un obiettivo ben preciso da raggiungere, ma anche in contesti definiti informali (4) che riguardano l’intera esistenza dei soggetti e le esperienze che in essa si agiscono come ad esempio l’esperienza dei rapporti interpersonali.
Certamente l’educatore, nei contesti formali e non formali propri dell’esperienza educativa, deve organizzare interventi guidati dai principi dell’agire: intenzionalità, reciprocità, progettualità, ma oggi si fa sempre più cogente la necessità di saper mediare l’ apprendimento in contesti che parlano linguaggi differenti, l’educatore deve acquisire quelle abilità che gli permettono di diventare mediatore di processi, egli si inserisce in reti di relazioni di soggetti che appartengono a culture diverse e quindi deve porre sempre più attenzione alla sfera comunicativa…
L’educatore è quasi costretto a plasmarsi, a seconda della realtà in cui opera ed è imprescindibile a questo punto acquisire linguaggi diversi per poter sostenere un confronto nei vari territori educativi con gli altri agenti che in qualche modo interagiscono con il soggetto “educando”: «l’educatore non può certo chiamarsi fuori da questo novero, sia perché spesso deve confrontarsi e provare a contrastare l’influenza di messaggi omologanti ed educativamente negativi che investono con un potere travolgente i soggetti in formazione…..» (5).
Il laboratorio aveva tra le varie finalità elencate anche quella di “mettersi in gioco” come educatore sperimentando, tra i diversi atteggiamenti e le diverse competenze necessarie per il proprio operato, quelle competenze proprie della dimensione sociale-affettiva ed emotiva con cui ci si confronta quotidianamente.
Saper affrontare il confronto con altri soggetti diversi, partendo da una riflessione sulle proprie esperienze di vita, significa consapevolizzare i limiti personali e saperli controllare, condizioni necessarie per giungere alla costruzione di significati comuni e di un linguaggio condivisi.
Primo obiettivo dei gruppi partecipanti era costruire un significato condiviso.
Ripensando poi alla fase di progettazione, terzo step, non si può fare a meno di definire la progettazione come «….. un’attività cognitiva e come tale si basa sulle competenze degli attori, è infatti questa un’attività di produzione di mondi possibili» (6)
Partendo da questa definizione allora non possiamo che ricordare che quando si progetta un servizio «…molte e diverse sono le tipologie organizzative, le culture organizzative e professionali…i progetti sono realizzati quindi grazie all’interazione di una pluralità di organizzazioni e di istituzioni sia pubbliche che private, che parlano linguaggi diversi, inoltre la realizzazione di un progetto da parte di una rete è proporzionale al gradi di interazione e di scambi preesistenti dei diversi soggetti di rete» (7).
Partendo da questo principio, si è palesata sempre più forte la necessità di far si che gli educatori, a cui è delegata la progettazione, acquisissero competenze comunicative sempre più raffinate.
Ma se la progettazione dipende dagli scambi preesistenti degli attori e le organizzazioni sono costituite da persone, allora assume notevole importanza lo scambio esperienziale tra soggetti appartenenti alla stessa organizzazione e tra soggetti di enti diversi chiamati alla progettazione partecipata.
«La comunicazione, come ci ricorda Dozza, è un’attività eminentemente sociale poiché definisce l’essere nel mondo di ciascuno e quindi connota l’esistenza stessa di una comunità, è azione e partecipazione dal momento che ogni messaggio provoca conseguenze sul destinatario e sui diversi scambi e partecipazione poiché determina, come nel caso nostro, la costruzione di regole e la condivisione di significati, è ancora attività cognitiva e affettivo-emotiva dal momento che permette di condividere i mondi interiori dei soggetti attraverso diverse forme» (8)
Dagli scambi in piattaforma tra corsisti emergeva la necessità di comunicare, necessità non solo finalizzata al mandato dello step ma anche al piacere di comunicare, il mezzo informatico diventava quindi “media” di comunicazione profonda, di ascolto empatico, di attenzione ai significati personali di ciascuno, di rispetto del silenzio.
Il laboratorio online ha rappresentato una possibilità di riconoscimento di un’integrazione dialettica dei sistemi naturale-biologico e artificiale finalizzata alla costruzione di un rapporto autentico attraverso un’autonarrazione intersoggettiva e intrasoggettiva nel pieno rispetto dell’unicità del soggetto (9).
Passando poi alla valutazione del processo potemmo dire che il laboratorio on-line ha anche raggiunto un meta-obiettivo latente: la sperimentazione di un ambiente tecnologico di apprendimento cooperativo.
Luigi Guerra in un recente articolo “Le tecnologie dell’educazione” (10) invita il lettore ad una riflessione sull’utilizzo degli strumenti tecnologici in educazione e ricorda che potenzialità e/o limiti delle macchine non sono da imputarsi alle macchine stesse e quindi alla tecnica.
L’autore dell’articolo sollecita l’educatore ad un utilizzo critico delle nuove tecnologie al fine di rivendicare la superiorità del modello educativo rispetto al modello tecnologico che è a servizio del primo!
Ma se l’educatore ha come obiettivo l’agire educativo deve appiattirsi e subire le tecnologie o può ancora “cavalcare criticamente le nuove tecnologie” decidendo cosa, come, quando e perché utilizzarle?
Potremmo quindi affermare che il laboratorio si è mosso in direzione fantacognitiva come possibilità offerta ai partecipanti di “rivisitare” la cultura utilizzando approcci originali attraverso un’esplorazione autonoma dei propri e degli altrui mondi interiori.
Poter conoscere un ambiente e-learning e poterlo sperimentare ha permesso, non solo di superare la paura della tecnologia, ma anche di acquisire quella consapevolezza necessarie per la scelta degli strumenti a cui fa riferimento Guerra.
Alla luce di quanto detto prima possiamo definire questo laboratorio come un processo didattico finalizzato a stimolare negli studenti, futuri educatori, la costruzione di percorsi originali attraverso l’utilizzo di nuove strumentazioni per superare l’autoreferenzialità e sviluppare le capacità di comprendere gli altri in modo creativo e originale, partendo dall’esperienza soggettiva dei propri vissuti, e dalla consapevolezza dei propri saperi, a dimostrazione che il pc, ad esempio, e gli ambienti virtuali, sono “protesi percettive” (11) quindi semplicemente strumenti.
Educatore nella rete poi come soggetto di una relazione gruppale in cui si manifestano differenze bio-psicologiche e socio-culturali che necessitano di costruzione di significati, di socializzazione e di continuità trasversale tra gli attori della progettazione pur salvaguardando il riconoscimento per la unicità di ciascuno.
La rete diventa anche “sostegno emotivo” nei diversi mandati del laboratorio, si ricordi che «il bisogno di sostegno è specifico di ciascun individuo: variano il tipo di sostegno richiesto e le persone che possono darlo…» (12) , il sostegno fornito dalla rete di partecipanti ha permesso di fronteggiare lo stress dovuto al tipo di lavoro e di crescere professionalmente; il confronto sereno fatto di relazione con l’altro (dove per altro, nel caso di un progetto di rete, si intendono tutti i soggetti della rete e non solo l’utente) ha permesso di sviluppare anche competenze autovalutative e di riflessione sul proprio operato, i partecipanti hanno avuto modo di riflettere sull’esperienza on line e di valutare limiti e potenzialità del laboratorio e del loro percorso all’interno dello stesso.
Questa esperienza che potremmo connotare anche come esperienza di apprendimento cooperativo ha offerto a ciascun partecipante (compreso le tutors) la possibilità di riflettere sulle competenze assertive che si sono manifestate in atteggiamenti di responsabilità e fiducia in se stessi e negli altri e su competenze prosociali.
Comunicazione, prosocialità assertività sono i meta obiettivi che sono emersi durante il percorso, elementi necessari per costruire relazioni interpersonali positive che salvaguardino l’identità, la progettualità e la creatività di ciascuno, condizione funzionale al raggiungimento di obiettivi educativi condivisi con soggetti diversi.

Note
(1) www.anep.it: definizione di educatore
(2) H. Franta, Atteggiamenti dell’educatore. Teoria e training per la prassi educativa, LAS, Roma, 1988
(3) D. Maccario Le nuove professioni educative, Carocci, Roma , 2005
(4) ibidem
(5) ibidem, p. 24
(6) L. Prezza La progettazione sociale Franco Angeli, Milano 1991
(7) ibidem
(8) L. Dozza, Educazione alla comunicazione come necessità per la vita, in Pedagogia più didattica. Teorie e pratiche educative, n° 1, gennaio 2008, Centro Studi Erickson, Trento p.69-71
(9) ibidem
(10) L. Guerra, Le tecnologie dell’educazione, in« Pedagogia più didattica. Teorie e pratiche educative», n° 1, gennaio 2008, Centro Studi Erickson, Trento p.79-83
(11) ibidem
(12) G. Bernstei, J. Halaszyn Io, operatore sociale, Centro Studi Erickson, 1993, Trento p.130-131


<< Indietro