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La Media education nell’extrascuola: tra nuovi territori da colonizzare e realtà strutturate

21 giugno 2008 | di Alessia Rosa, dottore di ricerca in pedagogia sperimentale, presso il Dipartimento di Scienze dell'Educazione e della Formazione - Università degli studi di Torino. Media educator MED (Associazione italiana per l'educazione ai media e alla comunicazione)

L’educazione extrascolastica, intesa come attività formativa pensata e strutturata in ambienti estranei alle logiche di organizzazione temporale e strutturale della scuola ed al sistema di valutazione connesso, rappresenta un universo vastissimo, in continua espansione, in cui la media education trova un naturale ambito di applicazione e sviluppo. Presentiamo in questo contributo una breve riflessione sulle possibili configurazioni, nonché sulle specifiche logiche e finalità delle attività di media education nell’extrascuola, pur consapevoli che tale analisi non può essere scissa da un impegno educativo più ampio nei confronti dei media, che coinvolga la scuola, l’extrascuola (1) ed anche il sistema di produzione mediale. Queste tre realtà, in relazione alla media education, non possono infatti pensarsi, né lavorare, a compartimenti stagni. Data tale premessa, cercheremo di evidenziare le specificità della media education nell’ambito dell’educazione extrascolastica a partire dalle ragioni alla base del vicendevole interesse. I media sono oggi non solo una parte integrante della realtà ma vi attribuiscono senso, ponendosi come amplificatori o censori di valori ed opinioni. A tale visione dell’esperienza che ognuno di noi vive quotidianamente nell’universo mediatico, si affianca una prospettiva in parte più tecnica e tecnologica. Quest’ultima enfatizza le opportunità, offerte dai media ad un sempre più ampio bacino di utenza, di stabilire rapporti, di raccogliere e creare informazioni, in definitiva di comunicare. Se quindi da una parte il sistema mediatico, regolato da logiche di tipo economico, politico, e non solo, costruisce e costituisce la nostra esperienza del mondo, dall’altra ci consente di sottrarci ad un destino di “predeterminata attribuzione di senso” attraverso lo sviluppo di strumenti tecnologici con interfacce sempre più “friendly” e semplificate, i cui costi si riducono continuamente. Per fare ciò l’educazione è indispensabile, in quanto da una parte supporta l’acquisizione di strumenti utili all’analisi ed alla comprensione dell’universo mediatico, dall’altra consente di familiarizzare con le tecnologie attraverso cui è possibile partecipare con prodotti propri alla comunicazione mediatica. In tale prospettiva, l’educazione ai media nei contesti extrascolastici raccoglie, ancor più che la scuola, la sfida lanciata dalla realtà impregnata di comunicazione mediale, moltiplicando le sue possibili collocazioni, e conseguentemente i soggetti coinvolti, gli obiettivi e gli stili educativi. Analizziamo con ordine tali aspetti tentando di fornire, senza alcuna pretesa di esaustività, il quadro di una realtà complessa ed in continua evoluzione. Elencare tutti i luoghi in cui è possibile pensare e progettare attività di media al di fuori dei contesti scolastici è praticamente impossibile, in quanto non si configurano come ambienti stabiliti e definiti ma come realtà in continuo sviluppo ed evoluzione: oratori, associazioni, sale della comunità, parchi gioco, ospedali, carceri, biblioteche ma anche strade e piazze hanno accolto negli anni sempre più ampie ed organizzate attività di media education. In una così differenziata gamma di contesti la media education si propone con finalità formative diversificate che possiamo raggruppare in due tipologie:
• obiettivi ricreativi e di animazione del territorio, rivolti ad un’ampia e variegata tipologia di utenza;
• finalità abilitative e riabilitative, all’interno di strutture e realtà che accolgono soggetti in condizioni di deprivazione o restrizione. Al primo ambito, il più antico e strutturato, appartengono i percorsi di media education realizzati ad esempio nelle biblioteche, negli oratori, nelle università popolari (2), nelle associazioni e così via. Gli oratori, le sale di comunità e i movimenti cattolici sono stati, in Italia, tra i primi ad occuparsi di media education, comprendendo l’esigenza educativa connessa all’universo dei media tanto che già nell’enciclica Divini illus Magisteri del 1929, il cinema, tra i primi e più diffusi media popolari sul territorio italiano, viene descritto come un “potentissimo mezzo di divulgazione, che può essere, se ben governato da sani principi, di grande utilità all’istruzione ed all’educazione, ma che purtroppo viene spesso subordinato all’incentivo delle mali passioni ed all’avidità del guadagno” (3). A partire dalle esperienze realizzate nelle sale di comunità e nei cinema parrocchiali, la comunità ecclesiastica ha percepito in modo sempre più pressante l’esigenza da una parte, di nuove forme di evangelizzazione (4), e dall’altra di formare alla lettura e all’analisi dei media i membri delle proprie comunità. Le differenti esperienze sviluppate nel tempo hanno trovato specifiche indicazioni ed una precisa strutturazione nel “Direttorio delle Comunicazioni Sociali nella Missione della Chiesa”, che promuove l’istituzione dell’animatore “della cultura e della comunicazione: una figura, indifferentemente laica o religiosa, capace di farsi interprete delle odierne istanze culturali, impegnandosi a vivere quest’epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e di smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca della verità e per lo sviluppo della comunione tra le persone e i popoli” (5). I compiti dell’animatore sono quelli di utilizzare tutte le forme di coinvolgimento dei mezzi di comunicazione per supportare i membri della propria comunità nel divenire lettori, ascoltatori e telespettatori consapevoli. In tali finalità la figura dell’animatore non si differenzia dal media educatore, se non per la volontà di porre particolare e specifica attenzione ai media ed ai percorsi di ispirazione cattolica. La formazione degli animatori è oggi affidata ad un corso annuale erogato in modalità e-learning (6) ed organizzato attraverso un lavoro congiunto dell’Università Lateranense, dell’Università Sacro Cuore di Milano e della Conferenza Episcopale Italiana.
Tale iniziativa non ha però limitato altre attività formative, che possiamo definire minoritarie in quanto meno strutturate, e approcci didattici tradizionali nonché tempistiche più brevi, come ad esempio il Festival della Catechesi a cui partecipano i ragazzi che frequentano il catechismo, i loro genitori, i sacerdoti e i catechisti che hanno aderito ai “laboratori di educazione ai nuovi linguaggi dei media” organizzati dal MED. Se le realtà cattoliche affrontano da molto tempo e in molteplici situazioni e contesti l’educazione ai media, più recenti sono le iniziative promosse dalle università popolari che rappresentano in modo emblematico la necessità della società contemporanea di “lifelong education” (7) le cui finalità oltrepassano la sola preparazione alla vita professionale, indirizzandosi verso una più ampia e complessiva promozione della crescita personale. È sufficiente sfogliare i dépliant con i programmi annuali di alcune università popolari, sia di grandi città che di piccoli centri, per notare come in entrambi i casi le proposte formative legate al cinema, alla televisione, alla fotografia, agli strumenti web ed alla radio si siano negli ultimi anni moltiplicate, incontrando il favore dei partecipanti. Anche le associazioni, con fini altri rispetto all’educazione ai media, si trovano sempre più spesso nella necessità di occuparsene, ne è un esempio l’AGE l’associazione Italiana Genitori (8) che ponendosi quale obiettivo principale “la partecipazione alla vita scolastica e sociale per fare della famiglia un soggetto politico” (9) non ha potuto esimersi dall’occuparsi delle tematiche correlate alla comunicazione ed ai media, tanto che da oltre cinque anni fa parte del Consiglio Consultivo degli utenti radiotelevisivi presso il Garante e sostiene una campagna nazionale di sensibilizzazione sul tema “Genitori e televisione”. Altre associazioni hanno deciso di utilizzare alcuni aspetti della media education nell’ambito di progetti di educazione interculturale. Né è un esempio Africa e Mediterraneo (10), associazione di cooperazione internazionale, che ha attivato in diverse regioni italiane due percorsi didattici: “Valori Comuni” ed “Approdi”, che attraverso l’utilizzo del fumetto, soprattutto africano, invitano i partecipanti a riflettere sulle potenzialità di questo medium e su molteplici tematiche interculturali sino a coinvolgere i ragazzi, supportati da fumettisti professionisti ed incontri con disegnatori africani, nella produzioni di tavole a fumetti. Il progetto “Approdi” ha trovato non solo nella scuola ma anche all’interno di altre Associazioni, come per esempio il Gruppo Giovani Musulmani d’Italia (11), sezione di Torino, partecipanti interessati ed entusiasti, che attraverso la realizzazione di tavole a fumetti hanno potuto raccontare la propria quotidianità con spirito ironico e divertito. Anche AMREF (12), organizzazione sanitaria privata senza fini di lucro, presente in Africa Orientale, ha proposto in Italia la mostra “Schizzi d’Acqua”, composta da vignette satiriche sul tema dell’iniqua distribuzione delle risorse idriche. Attraverso un percorso didattico e di animazione i visitatori più giovani vengono condotti a riflettere sui conflitti legati all’acqua nei paesi in via di sviluppo e sul valore etico insito nel rispetto delle fonti idriche. Infine, anche i Comuni propongono sempre più spesso attività di animazione ed educazione ai media. Tra tante importanti ma episodiche esperienze, la realtà torinese (13) si configura come primatista per efficienza organizzativa e stabilità nella proposta, all’interno dei Centri di Cultura per la Comunicazione e i Media, di percorsi di formazione per insegnanti ed educatori e laboratori didattici per i minori e le loro famiglie. Il principale obiettivo di tali strutture è la promozione di “percorsi e opportunità di accompagnamento culturale e pedagogico che offrano spunti di riflessione e confronto, di formazione, di sperimentazione e ricerca, nei diversi linguaggi comunicativi. Il raccordo con Enti, istituzioni ed associazioni ed il monitoraggio dei bisogni e degli interessi dei ragazzi consentono la creazione di reti di supporto agli insegnanti e alle famiglie” (14). Le realtà sin qui descritte non rappresentano che una selezione ridotta ed esemplificativa delle molteplici esperienze che si vanno quotidianamente moltiplicando nell’ambito dell’animazione del territorio, trovando continua partecipazione ed entusiasmo da parte dei soggetti coinvolti. Quest’ultimo aspetto è indice della comprensione (a volta inconscia) da parte del “grande pubblico” di come lo sviluppo di competenze critiche nei confronti dell’universo mediatico possa rappresentare un mezzo, sebbene non l’unico, per tutelare la libertà personale ed i valori della democrazia (15). Con le medesime istanze si sono moltiplicate negli ultimi dieci anni le proposte di media education indirizzate a soggetti che vivono condizioni di disagio e sofferenza a causa di deprivazioni fisiche, sociali, culturali o problematiche psicologiche.
Un esempio di questo tipo di attività sono i laboratori di video teatro realizzati nell’Istituto penitenziario Minorile di Treviso (16) i cui i principali obiettivi sono: “Trasformare la tv in un mezzo che permette di trovare un linguaggio di comunicazione comune, coinvolgere i ragazzi in una situazione di relazione all’interno del laboratorio, stimolare lo sviluppo di modalità espressive in un ambiente che non la favorisce, aumentare il livello di socializzazione, sviluppare un senso critico nei confronti della tv, far acquisire ai ragazzi consapevolezza sulle modalità tecniche del mezzo televisivo”(17). I ragazzi tra i 14 e i 21 anni sono stati così impegnati prima nell’analisi di film, (sia proposti dal media educator che dal gruppo stesso), e successivamente nella produzione di cortometraggi, condivisi nell’ambito di uno spettacolo finale con gli studenti di scuole secondarie superiori. Decisamente interessante è anche il progetto “Il diario di Romeo e Giulietta”, documentario realizzato a Bologna con un gruppo di ragazze migranti ed alcuni ragazzi detenuti all’interno dell’Istituto Penale Minorile. Attraverso le riflessioni scritte sui loro diari dai partecipanti al laboratorio, è nata una sceneggiatura originale il cui tema è l’ideale incontro tra “Romeo” e “Giulietta” (18). In contesti come quello carcerario le attività di media education acquisiscono ulteriori funzioni e significati sia nei momenti di fruizione che di produzione.
Durante la fruizione i valori e i modelli proposti dai media possono essere spunto di riflessione ed analisi, incitando il gruppo ad individuare criticità e limiti di questi stessi modelli a cui troppo spesso, provenendo per lo più da realtà familiari fragili, si ispirano acriticamente. Sulla base di un progetto di analisi e riflessione sarà possibile costruire la struttura di un modello valoriale proprio, demistificando le procedure di semplificazione che i media utilizzano per rappresentare la realtà. Inoltre il lavoro e la discussione di gruppo sono utili per il rafforzamento dei legami affettivi tra i membri del gruppo e con gli educatori. La creazione di un prodotto mediale, può infine supportare i soggetti ad elaborare il proprio vissuto e la condivisione con un gruppo allargato permette di rendere “visibile” alla società realtà spesso scarsamente considerate, e per lo più iniquamente giudicate, dalla società.
Le comunità penitenziarie sono solo uno dei possibili contesti di disagio in cui la media education può trovare spazio: anche nel lavoro con i diversamente abili o con i loro genitori, l’uso dei media è risultato vincente, ne è un esempio il laboratorio Mediateca organizzato dall’Associazione Area onlus di Torino, in cui le “immagini filmiche sono utilizzate come strumento per permettere ai genitori con figli disabili gravi di prendersi cura di sé” (19).
In questo caso il video diviene una specie di strumento ‘terapeutico’ ponendo tale esperienza ai confini degli ambiti di lavoro della media education, ma che non escludiamo possa rappresentare il futuro sviluppo di una parte della stessa.
Al di là dei possibili esempi che testimoniano l’efficacia dei percorsi di media education nei contesti di disagio, crediamo che il valore aggiunto dell’educazione ai media in tali realtà risieda nell’offerta di strumenti utili per leggere un universo, quello mediatico, in cui il “diversamente bello”, il “non esasperatamente ricco” e il “non stereotipato uomo di successo” viene scarsamente rappresentato, se non all’interno di proposte mediali di nicchia, oppure attraverso modalità in cui la rappresentazione della realtà diviene stravolgimento della stessa.
Attraverso la media education è possibile in definitiva prendere coscienza di ciò. Inoltre attraverso la familiarizzazione con i media è consentito ai “non mediaticamente perfetti”, quindi a tutti, di presentare all’esterno la propria realtà, fatta di difficoltà ed insuccessi, ma la cui dignità di esistere non deve pagare lo scotto della rappresentazione. In conclusione possiamo definire le caratteristiche della media education nell’extrascuola come una realtà formativa caratterizzata dalla prospettiva della life long education, in cui la partecipazione alle attività è volontaria, i tempi e i luoghi non sono rigidamente definiti e la progettazione non è legata a programmi e curricoli consentendo una maggior libertà d’azione propositiva. A tale autonomia sono connessi specifici limiti quale, ad esempio, la carenza di un sistema di catalogazione delle esperienze, la cui documentazione viene spesso dispersa ed i risultati raramente valutati. Siamo comunque ottimisti e crediamo che tali limiti troveranno presto una soluzione costruttiva sia attraverso le tante realtà di educazione ai media ormai strutturate, sia attraverso l’individuazione di ulteriori risvolti formativi nell’ambito dei territori da “colonizzare”.

Note
(1) Si veda a questo proposito ROSA A. e TOSCO D., “La media education nell’extrascuola un sistema di vasi comunicanti” in PAROLA A. (a cura di), Territori mediaeducativi, Trento, Erickson 2008.
(2) “L’Università popolare è un’istituzione generalmente privata che giuridicamente si propone come associazione di promozione sociale o di volontariato”. Definizione tratta dal sito www.wikipedia.org.
(3) EILERS F.J., GIANNATELLI R., Chiesa e comunicazione sociale. I documenti fondamentali, Torino, Leumann, 1996, p.16.
(4) È interessante la riflessione proposta dalla Conferenza Episcopale Italiana in relazione alla sala della comunità secondo cui “L’evangelizzazione della cultura e l’inculturazione della fede, ovvero l’impegno di annunciare il Vangelo assumendo concretamente il linguaggio della vita e della cultura di oggi”. Conferenza Episcopale Italiana, La sala della comunità un servizio pastorale e culturale. Scaricabile all’indirizzo internet www.avvenire.it
(5) CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunicazione e missione: direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, Città del Vaticano, Libreria editrice Vaticana, 2004, p.8.
(6) Tutte le indicazioni relative al corso ANICEC possono essere trovate all’indirizzo internet www.anicec.it.
(7) MALIZIA G., Media education nella scuola e nell’extrascuola, in MORCELLINI M., RIVOLTELLA P.C., La sapienza di comunicare: dieci anni di media education in Italia ed Europa, Trento, Erickson, 2007.
(8) L’AGE fondata nel 1968, è la Federazione nazionale delle associazioni dei genitori.
(9) Si veda il sito internet www.age.it.
(10) Si veda il sito internet www.africaemediterraneo.it.
(11) Si veda il sito internet www.giovanimusulmani.it.
(12) Si veda il sito internet www.amref.it.
(13) Torino è stata la prima città ad occuparsi di media education, ma altre importanti iniziative stanno diventando di sempre maggiore interesse sia dal punto di vista didattico che organizzativo come ad esempio la città dei bambini di Genova e la Città dei Ragazzi di Cosenza.
(14) Si veda la presentazione dei laboratori sul sito del Comune di Torino all’indirizzo internet: www.comune.torino.it/servizi-educativi/crescere-in-citta/IM/premessa.htm.
(15) BUCKINGHAM D., Media education, Cambridge, Polity Press, 2003.
(16) Anche negli istituti penitenziari per adulti le proposte di attività con i media si sono moltiplicate.
(17) GROLLO M., NARDO E., Educare con i media. Dalle competenze orizzontali alla consapevolezza. Proposte e progetti di educazione ai media, Azzano S. Paolo (BG), 2007, p. 171.
(18) STORELLI S., PATUELLI M.C. (a cura di), Il diario di Romeo e Giulietta. Fare teatro in un carcere minorile, Bologna, Pendragon, 2005.
(19) PAGANI S., TESIO E., Rimettere in gioco il futuro: riabilitare attraverso le immagini, in PAROLA A. (a cura di), Territori mediaeducativi, Trento, Erikson 2008. p.253.

Riferimenti bibliografici
BUCKINGHAM D., Media education, Cambridge, Polity Press, 2003.
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunicazione e missione: direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, Città del Vaticano, Libreria editrice Vaticana, 2004.
EILERS F.J., GIANNATELLI R., Chiesa e comunicazione sociale. I documenti fondamentali, Torino, Leumann, 1996.
GROLLO M., NARDO E., Educare con i media. Dalle competenze orizzontali alla consapevolezza. Proposte e progetti di educazione ai media, Azzano S. Paolo (BG), 2007.
MORCELLINI M., RIVOLTELLA P.C. (a cura di), La sapienza di comunicare: dieci anni di media education in Italia ed Europa, Trento, Erickson, 2007.
PAROLA A.(a cura di), Territori mediaeducativi, Trento, Erikson 2008.
STORELLI S., PATUELLI M.C. (a cura di), Il diario di Romeo e Giulietta. Fare teatro in un carcere minorile, Bologna, Pendragon, 2005.

Sitografia
http://www.avvenire.it
http://www.anicec.it
http://www.age.it
http://www.africaemediterraneo.it
http://www.giovanimusulmani.it
http://www.comune.torino.it
http://www.amref.it


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