“Divenuti” digitali: voci dalla blogoclasse della Italian University Line
Andreas Formiconi, nel precedente contributo, ha sottolineato come l’esperienza di una blogoclasse composta da insegnanti nella fascia di età fra 30 e 50 anni sia un brillante controesempio del teorema che attribuisce alle generazioni mature l’incapacità di utilizzare le tecnologie in modo proficuo. Fattore cruciale, in tal senso – molto più dell’età anagrafica – si rivela piuttosto la profonda ed effettiva motivazione personale.
Si è ritenuto quindi opportuno dare spazio alla voce dei protagonisti di tale esperienza, che hanno espresso la loro opinione sulla tematica in questione, nel duplice ruolo di docenti – quali essi sono nella realtà fisica – e di studenti, all’interno di un contesto di apprendimento immateriale.
Quello che segue è un mash-up realizzato con alcuni stralci dei contributi che possono essere consultati integralmente sui blog dei rispettivi autori (qui di seguito elencati):
Emanuela Bramati,
Manublog: http://manubra.blogspot.com;
Maria Grazia Cacciatore,
Butterfly: http://apprenderesempre.blogspot.com;
Michela D’Adamo,
Tarentilla’s blog: http://tarantilla.wordpress.com/about;
Flavia Di Maio,
Emscuola: http://emscuola.blogspot.com;
Claudia Guido, Danilo Moine, Valeria Pasquino,
Noiul: http://noiul.blogspot.com;
Daniela Pinna,
Are you connected?:
http://daniela-areyouconnected.blogspot.com;
Enrico Sitta,
Cooperative learning e LIM:
http://cooperativelearnignlim.blogspot.com.
Buono/cattivo, bello/brutto, angelo/demone, inferno/paradiso, bianco/nero,digital natives/digital immigrants. La vita è piena di contrapposizioni, di distinzioni arbitrarie e inutili, l’uomo tende sempre a distinguere, a separare, a dividere in categorie, settori, ambiti, forse tutto ciò gli dà sicurezza, gli sembra di poter tenere tutto sotto controllo. Siamo talmente abituati a tali meccanismi cerebrali, che tutto scatta automaticamente per cui adesso l’ultima dicotomia del momento è nativi digitali/immigrati digitali. Ma tutto ciò a cosa serve? È veramente utile a qualcosa? E quando poi ci rendiamo conto che non esistono distinzioni nette e precise tra noi e l’ambiente, tra noi e gli altri, tra i nativi e gli immigrati digitali, c’è da riflettere.
Flavia Di Maio
Michela D’Adamo
Apparteniamo alla generazione di individui incapaci persino di utilizzare una macchina da scrivere, che guardavano al computer come ad un entità da tenere a bada con la museruola per evitare di essere morsi. Per noi le tecnologie sono sempre state un arcano, un oggetto misterioso in mano a ‘guru informatici’, finché un giorno il nostro rapporto si è evoluto … Ci siamo appassionati a questi strumenti che ci hanno coinvolti dentro la loro realtà liquida; ci siamo trovati ad essere ‘migranti’, con la nostra valigia culturale, proiettati in questo nuovo mondo. E’ vero. Un immigrant deve crearsi un nuovo tessuto di relazioni, digitali verso le tecnologie e umane verso gli altri naviganti; all’inizio si prova smarrimento, senso di inadeguatezza, bisogno del ‘manuale utente’ che dica come muoversi nel nuovo ambiente.
L’immigrato digitale ha paura di esporsi al tentativo, di agire senza aver compreso la logica che sottende alla struttura, ma questo perchè ha agito per anni secondo una logica lineare, sequenziale, causale, si è mosso seguendo diagrammi di flusso che ha vissuto, sperimentato ed insegnato, i quali fornivano la certezza del risultato. In questo si differenzia dal nativo digitale che è appunto (come suggerisce il termine stesso) un ‘aborigeno tecnologico’ che agisce in multitasking, che si concentra meglio se è immerso in una pluralità di stimoli sensoriali, che azzera il tempo e lo spazio agendo contemporaneamente su più media (chatta mentre messaggia, si mostra in webcam mentre naviga su google e così via). La sua struttura di pensiero è di tipo reticolare, non sequenziale; essa si espande aggiungendo nuovi nodi che originano dalla conoscenza personale, condivisa sui social network, per generare informazioni e abilità nuove…
Alla ricerca dei nativi digitali perduti, mi è capitato di riflettere sul mio percorso personale: io, figlia di Gutenberg, innamorata dei testi letterari fin da bambina, tanto che il mio sogno più grande era possedere un’ enorme biblioteca, adesso se mi occorre un’informazione di qualsiasi genere, non vado a consultare la mia libreria personale, ma apro google, il mio pc è quasi sempre connesso e mi consente uno spazio enorme di conoscenze e di contatti, ma non è stato sempre così. La prima volta che mi è capitato di navigare sulla rete ho provato un profondo senso di smarrimento, tutte queste pagine che si aprivano, incastrate l’una all’altra, un senso di spaesamento misto ad una profonda curiosità, entravo in un sito con un obiettivo ben preciso e attraverso numerosi link mi vedevo catapultata in infiniti sentieri e meandri da cui non sapevo più come uscire, non riuscivo a tornare indietro: tutto ciò succedeva nel lontano 2000. Questa particolare sensazione di smarrimento mi porta a parlare di “capacità negativa della mente”, di cui ho già trattato nel mio blog…
Adesso, dopo un triennio universitario on line, non poteva esserci migliore conclusione che un corso di editing multimediale dove, oltre a realizzare materiale digitale, io ho risentito fortissime le connessioni con un gruppo di lavoro e con un professore che ha saputo lasciare un segno importante nella mia formazione.
Mentre ogni nuovo successo mi spinge a continuare l’esplorazione del mondo digitale e non, ogni nuova sfida ripresenta nuovamente l’angoscia, ma non è più l’angoscia iniziale, quella dei primi anni al pc, è assolutamente diversa, sempre più gestibile perché sempre più conosciuta, imparo a conoscere me stessa, i miei limiti e le mie possibilità che sono infinite, come le infinite connessioni. La rete mi consente di esplorare continuamente, mi sottopone all’imprevisto e questo ‘allenamento’ ha ridotto le mie paure di fronte al nuovo.
Tutto ciò avrei potuto realizzarlo anche solo con i libri? Non lo so, comunque non credo, perché il libro, al di là dei numerosi sentieri mentali a cui certamente mi può portare, rappresenta sempre un percorso più sicuro, tranquillo e lineare.
In definitiva io credo che il vero fenomeno del momento siamo noi, noi nativi analogici diventati digitali, noi che abbiamo vissuto entrambe le esperienze, che abbiamo conosciuto sulla nostra pelle la sofferenza dell’apprendere. Ma soprattutto noi studenti dell’università IUL che siamo anche docenti in servizio!
E’ questo il punto chiave: chi siamo noi veramente? Tutto ciò a mio avviso dimostra che solo lo sforzo costante e determinato di ogni giorno può portare al miglioramento personale, avere fiducia in se stessi e nelle proprie capacità, credo sia la strada vincente per aprirsi al mondo e quindi ad ogni nuova occasione di apprendimento. Tutto ciò non proviene dalla rete, è già dentro di noi, il digitale ci consente solo di poter esprimere ciò che siamo, la rete libera la nostra creatività repressa e imbrigliata dalla trasmissione unidirezionale dei saperi.
Il corso di Editing ha proposto un percorso completamente diverso. L’inizio è stato uguale per tutti, ma poi ognuno, attraverso il suo blog, ha costruito un suo personale percorso di “studio”, un PLE che è stato messo a disposizione di tutti. La blogoclasse è stata vissuta come spazio di lavoro, di pensiero, di azione personale aperto a tutti, una blogoclasse che si è andata costruendo e arricchendo giorno dopo giorno e che può continuare a vivere anche al termine del corso, sollecitando nuove connessioni.
All’inizio ho fatto un po’ fatica, ho avuto un attimo di spaesamento, senza libri mi sentivo senza punti di riferimento. La mia esperienza da studentessa ha lasciato tracce profonde in me…
Ma quando ho cominciato a esplorare questo nuovo territorio formativo, la strada si è spianata e la curiosità ha fatto la sua parte. La blogoclasse mi ha permesso di “vedere” da vicino il mondo e le esperienze dei colleghi, mi ha consentito di leggere le loro idee/opinioni che hanno stimolato in me nuove riflessioni, nuove idee, nuove proposte, nuove acquisizioni. Non si impara solo sui libri, anzi, si impara di più interagendo, rispondendo, approfondendo, sollecitando. A mio parere si tratta di una conoscenza più vissuta; ecco, quello che manca alla conoscenza acquisita tramite i libri è il coinvolgimento, la partecipazione; ciò che si legge sui libri rimane sempre un po’ freddo, un po’ staccato dall’esperienza quotidiana. È chiaro che occorre anche la riflessione teorica, ma se ci si ferma ad essa che cosa ci dà in termini di ricadute sulla nostra professione, sul nostro essere persone/docenti? Rimane qualcosa calato dall’alto, qualcosa che aleggia sopra di noi ma non incide sulle nostre menti, non “stravolge” le nostre convinzioni, il nostro modo di agire (almeno, per me è così…).
Emanuela Bramati
Ma è vera virtualità quella che ha caratterizzato le nostre interazioni all’interno della IUL? Le nostre interazioni hanno determinato dinamiche molto ben definite che sono andate, alle volte, ben oltre la mimesi del rapporto diretto. La CMC, nel mio caso ha offerto nuove opportunità di espressione e di conoscenza che la mia emotività, la mia titubanza, non avevano consentito di esprimere… Una virtualità che, a mio modo di vedere, diviene iperreale e non virtuale, proprio perché permette di disvelare i tratti più autentici della persona, dissimulando un modo di essere che il mondo reale aveva represso.
Riguardando al rapporto con le tecnologie di noi “immigrants”, l’esempio ci sembra calzante. Quando iniziammo ad utilizzare il computer, rigorosamente per uso personale ed in locale, pensavamo di imparare ad utilizzare uno strumento: uno strumento per fare le solite cose, ma in meno tempo. Procedendo, ci rendemmo conto che si poteva fare qualcosa “di più” e “di diverso” dalle solite cose.
Da quando, nella connessione ad Internet, siamo passati dal vecchio modem analogico e dalla tariffa a tempo , al modem ADSL con tariffa flat, si è verificato un cambiamento rilevante: non si è trattato soltanto di maggior velocità nell’accesso, è cambiato il modo di accedere e contemporaneamente l’utilizzo del computer e lo stile di elaborazione di un testo.
La Rete non era più una risorsa da usare con parsimonia e sotto la spinta dell’urgenza , ma uno strumento sempre disponibile. Tuttavia era ancora più uno strumento, che un “luogo“…
Claudia Guido, Danilo Moine, Valeria Pasquino, Daniela Pinna
Ecco, forse è questo che dovremmo creare nelle nostre classi/scuole, è questo che sto cercando di fare nella mia classe. Dare più spazio e voce al gruppo, stimolando il contributo di tutti, accettando i contributi di ciascuno; cogliere ogni occasione, ogni idea, ogni risposta dei bambini, anche e soprattutto quelle non inerenti l’argomento che si sta trattando, come nuova occasione di apprendimento. Dobbiamo staccarci dalle discipline. Il sapere non deve essere settoriale ma circolare; tutto è collegato e collegabile in un percorso pluridisciplinare e reticolare che va, appunto, al di là delle discipline, perché ciò che conta non sono i contenuti, ma le abilità, cognitive e sociali. Il contenuto è solo un mezzo, ciò che conta è il processo.
E poi, anche noi siamo cambiati, stiamo tuttora cambiando. Anche noi abbiamo avvertito l’esigenza di una università diversa, di una formazione diversa, rinnovata, più contestualizzata, più vissuta, attualizzata e sperimentata. Anche noi abbiamo molto apprezzato e ci siamo trovati perfettamente a nostro agio nella blogoclasse.
Perché anche i nostri alunni non ci si potrebbero trovare bene? Perché non dovrebbero avvertire il bisogno del cambiamento? Perché non accontentarli? Lasciamoli e aiutiamoli a “coltivare le loro connessioni”…
Il multitasking che può caratterizzare questo genere di interazioni, induce sicuramente una maggiore tolleranza alla gestione simultanea degli stimoli. Ma questi stessi effetti, di cui è possibile cogliere il carattere positivo, serbano altresì aspetti discutibili, quali la superficialità nella gestione dei testi e della relativa densità concettuale, il ricorso più frequente a banalizzazioni, come un abuso di un “copia e incolla” troppo poco ragionato. Il tutto può generare stereotipie linguistiche e un certo manierismo del modo di esprimersi e di pensare che non favorisce certamente la riflessione, la rielaborazione intima, personale, originale.
Maria Grazia Cacciatore
Un altro salto di qualità si verificato, partecipando all’esperienza di lavoro collaborativo in rete. Abbiamo trovato ben più di quanto cercassimo: uno spazio ed una comunità, che non avevamo mai sperimentato. La Rete ha permesso di stabilire contatti, scoprire affinità, realizzare prodotti, prescindendo dalla distanza fisica tra i partecipanti. Citando Raniero Regni (Geopedagogia. L’educazione tra globalizzazione, tecnologia e consumo, Armando Editore, 2002): “La persona ha un’identità negoziata all’interno di una comunità, radicata in un gruppo e in una località”, pensiamo di poter affermare che il Web 2.0, contribuisce a restituire un’immagine di sé, attraverso la costituzione di connessioni che annullano le distanze. Ci entusiasmava la possibilità di acquisire tecniche innovative per migliorare il nostro modo di insegnare. Ancora una volta, procedendo, ci siamo resi conto che si trattava di un obiettivo ingenuo: non si può pensare di appropriarsi di strumenti nuovi per riprodurre modelli vecchi. L’ uso di un artefatto in qualche misura ci cambia.
Gradualmente abbiamo acquisito questa consapevolezza: editare per il web non è semplicemente tradurre ciò che era nato come testo lineare, integrandolo con immagini o video. L’effetto è “stonato”, tanto quanto il tentativo di tradurre letteralmente in una lingua straniera , una frase pensata in italiano. Altro testo, altra sintassi.
Da qui un po’ di spaesamento, perché si può imparare ad usare una tastiera o un software, ma codice e sintassi sono ben più duri da apprendere e richiedono una lunga pratica.
In questo dobbiamo consolidare la nostra “competenza”: evitare adulti amiconi da facebook o smaneggioni delle tecnologie… purché ci siano vanno bene. Non è vero!!! O le piego alle mie esigenze o è meglio non usarle….







