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Editoriale

20 maggio 2009 | di Maria Grazia Fiore

“Quella volta che siamo diventati umani, da qualche parte fra l’Africa e l’Eurasia,” – scrive Telmo Pievani (2004) – “si è aperta la danza coevolutiva fra natura e cultura, fra innato e acquisito, fra eredità ancestrale e apprendimento”.

Linguaggio e intelligenza simbolica ci hanno reso protagonisti di un meccanismo evolutivo interno alla nostra stessa specie, in cui i riti, le istituzioni, i rapporti sociali, il costume

(la “cultura” nella sua totalità antropologica, insomma) altro non sono che forme simboliche in cui l’uomo racchiude la sua esperienza per renderla interscambiabile.

Da questo punto di vista, la comunicazione diviene dunque un elemento qualificante della socializzazione e la natura degli strumenti del comunicare si rivela un fattore di trasformazione del pensiero, della cultura e dunque della società.
Se precedentemente all’invenzione del telegrafo, le tecnologie erano state estensioni degli organi fisici – afferma McLuhan in un inedito del 1963 pubblicato quest’anno da Lettera Internazionale – con i media elettronici abbiamo esteso il cervello e i nervi dell’uomo in tutto il globo.

Per questo de Kerckhove (1996) parla di una realtà psicologica costantemente creata e ricreata dalle nostre stesse invenzioni ma anche di un tech-lag, di un periodo più o meno lungo di latenza, che intercorre spesso tra una scoperta tecnologica e la sua diffusione nella vita quotidiana di migliaia di persone (come è stato ad esempio per il fax o la televisione), la cui origine non è da ricercarsi unicamente in fattori di carattere tecnico-scientifico o economico.

L’accettazione di una certa tecnologia passa attraverso l’azione di complessi meccanismi sociali e culturali che, solo col passare del tempo, permettono che questa trovi spazio nell’immaginario individuale e collettivo.

Ancora McLuhan ci ricorda come l’automazione terrorizzi l’uomo meccanico proprio “perché non sa che cosa fare nella fase di transizione… Quando nuove tecnologie si impongono in società da tempo abituate a tecnologie più antiche, nascono ansie di ogni genere…”

In quest’ottica, il dibattito alimentatosi a partire dall’ormai famosa contrapposizione tra Digital Natives e Digital Immigrants (Prensky, 2001) sembra in parte riflettere quell’ansia inespressa di dover convivere con una generazione di cyborg, con uno stile cognitivo e relazionale sconosciuto alle generazioni nate prima dell’avvento e della diffusione delle tecnologie digitali.

Contrapposizione che ha dato origine poi ad una serie di dicotomie concettuali che rischiano di enfatizzare un fenomeno per ora non estendibile e generalizzabile al di là di specifici confini nazionali e culturali.

E’ una metafora che, come ha affermato Jenkins (2007), serve a mettere in luce alcuni aspetti di questa realtà emergente ma anche a nasconderne altri, come dimostrano diverse ricerche empiriche (già realizzate ma anche in fieri), che ci aiutano a ricostruire un quadro eterogeneo e complesso sulle competenze digitali delle nuove generazioni.

E’ chiaro quindi che ragionare dividendo il mondo in immigrati e nativi, in Sapiens e Zappiens, in docenti (necessariamente analogici) e studenti (naturalmente digitali) risulta poco proficuo ai termini dello studio e della comprensione di questa realtà emergente. Una “classificazione”, quindi, che non può essere fatta – sic et simpliciter – in base all’età quanto piuttosto in base alla condivisione di una cultura globale comune, come viene sostenuto anche in una ricerca interdisciplinare sull’argomento delle Università di Harvard e di St. Gallen.

Ed è da questa comunanza che scaturiscono i contributi che compongono questo numero di Form@re, prima ancora che dalle specificità accademiche e professionali. Tutti gli autori sono blogger, “divenuti” digitali e non “nati” tali. Ognuno di loro ha offerto il proprio frammento di esperienza e la propria riflessione nella consapevolezza che sia probabilmente più adeguato – soprattutto in un’era di transizione e assestamento quale quella che stiamo vivendo – assumere un punto di vista che prescinda dall’età anagrafica tout court.

A partire quindi da una breve panoramica sulle ultime ricerche nazionali ed internazionali sulla competenza digitale dei cosiddetti nativi (Maria Grazia Fiore), la prospettiva si arricchisce della testimonianza di un immigrato digitale della prima ora (Davide Mana) sull’evoluzione della popolazione del web e del mutato approccio alla Rete, introducendo il tema di competenza digitale. Un concetto che chiama in causa la mancanza – ad oggi – sia di una chiara definizione di tale concetto sia di strumenti idonei a misurare le effettive abilità nell’uso critico dei media digitali da parte degli studenti, il che ci porta a guardare con particolare interesse a progetti quali quello del Digital Competence Assessment (Antonio Calvani, Antonio Fini e Maria Ranieri), in cui si dà la possibilità alle scuole di sperimentare di un set di strumenti per effettuare tale valutazione a diversi livelli e nel breve/medio periodo. Non meno interessante risulta poi l’esperienza di chi (Andreas Formiconi) ha la possibilità, grazie alla Rete, di interagire con una platea di studenti estremamente differenziata per età, indirizzi di studio e competenze (digitali e non), permettendogli di constatare – nonostante i timori iniziali – come proprio gli “immigrants” abbiano dato vita alla blogoclasse più viva di tutte le altre. Si è ritenuto quindi opportuno dare spazio anche alla voce di alcuni dei protagonisti di tale esperienza (Emanuela Bramati, Maria Grazia Cacciatore, Michela D’Adamo, Flavia Di Maio, Claudia Guido, Danilo Moine, Valeria Pasquino, Daniela Pinna, Enrico Sitta), che hanno espresso la loro opinione sulla contrapposizione natives/immigrants, nel duplice ruolo di docenti – quali essi sono nella realtà fisica – e di studenti – all’interno di un contesto di apprendimento immateriale quale è quello di una blogoclasse – rivendicando il riconoscimento di una specificità che non si riconosce nell’angusta definizione di immigrato.
“In definitiva – scrive Flavia – io credo che il vero fenomeno del momento siamo noi, noi nativi analogici diventati digitali, noi che abbiamo vissuto entrambe le esperienze, che abbiamo conosciuto sulla nostra pelle la sofferenza dell’apprendere… E’ questo il punto chiave: chi siamo noi veramente?”.

Riferimenti sito-bibliografici
De Kerckhove D. (1996), La pelle della cultura, Genova, Costa & Nolan.
Jenkins, H. (2007). Reconsidering Digital Immigrants. http://tinyurl.com/39r9q3
McLuhan M. (2008), Rimorso di incoscienza (1963), Lettera internazionale, n. 98, IV Trimestre 2008.
Pievani T. (2004), Quella volta che siamo diventati umani, Lettera Internazionale, n°80, II trimestre 2004. http://tinyurl.com/coh4eq.
Prensky M. (2001), Digital Natives, Digital Immigrants. Pubblicato su On the Horizon,MCB University Press, Vol. 9 No. 5, October 2001. http://tinyurl.com/ypgvf.


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