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Insegnare in eTwinning: professionalità virtuale e professionalità reale *

2 ottobre 2009 | di Marina Boscaino e Marco Guastavigna

Anche se la documentazione sul programma eTwinning reperibile su Internet è davvero molto abbondante, non è impresa semplice tracciare un bilancio congruente con lo scopo di questo numero di Form@re a proposito delle esperienze condotte dalle scuole all’interno dei programmi comunitari in tema di TIC e apprendimento e in particolare di E-eTwinning – “Gemellaggio elettronico tra scuole europee, un nuovo strumento per creare partenariati pedagogici innovativi grazie all’applicazione delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione”.

Abbiamo tratto la definizione dal sito dell’Unità Nazionale eTwinning Italia (1) che fornisce ricchissime informazioni di carattere generale relativamente al programma; esiste inoltre molto materiale disponibile relativo alla descrizione delle numerose attività che “hanno ottenuto il Quality Label eTwinning nell’anno 2007/2008; attività e relativi progetti volti tutti a sviluppare le competenze chiave individuate all’implementazione delle quali eTwinning doveva prioritariamente essere finalizzato per quanto riguarda quell’anno scolastico: la competenza matematica e le competenze di base in campo scientifico e tecnologico, le competenze sociali e civiche e la consapevolezza ed espressione culturale (2) ”, insieme a vari altri materiali.

La definizione di un bilancio non è semplice perché, in questo come in altri casi analoghi, ciò che le scuole e i soggetti a diverso titolo coinvolti in un progetto sostengono sul versante ufficiale – per lo più con lo scopo di valorizzare le esperienze verso l’esterno – rende complicato valutare le effettive ricadute o individuare i punti critici.

eTwinning e identità astratta della scuola

La partecipazione di una scuola alle attività di eTwinning è un atto del tutto volontario. Non sono previsti finanziamenti e quindi le procedure di iscrizione sono semplificate e non prevedono alcuna selezione. La scuola deve individuare un docente referente di progetto, che opererà la registrazione sul portale europeo. Se nello stesso istituto si avviano attività indipendenti, servono più registrazioni. Mediante il motore di ricerca TwinFinder si troverà una scuola partner con cui “creare e gestire un progetto comune, un’attività didattica che sia innovativa ma soprattutto prolungata nel tempo. Non ci sono infatti limiti temporali imposti, ma la garanzia di una continuità del progetto è uno dei requisiti richiesti. Partecipare è semplice. Basta pensare a una collaborazione incentrata su un tema curriculare, di interesse specifico per la scuola, oppure su un argomento più generale (l’ educazione interculturale, la pace…) e cercare una scuola che condivida gli stessi interessi” (3).

Alla semplicità delle procedure, insomma, dovrebbe corrispondere la consapevolezza da parte della scuola, nel momento in cui si avventura in eTwinning, della necessità di possedere in partenza o almeno di costruire nel percorso un’identità professionale complessa: si deve essere in grado di collaborare con l’esterno, per un tempo significativo, magari su base almeno parzialmente collegiale, di interagire a distanza, di adoperare con buona autonomia le tecnologie digitali, di comunicare con una lingua veicolare diversa da quella madre – partecipano infatti a eTwinning scuole di tutti i membri dell’Unione Europea, più Islanda e Norvegia.

Abbiamo perciò deciso di verificare per quanto possibile quanto questo modello professionale trovi corrispondenza nella realtà dei fatti.

Struttura dell’intervista

Allo scopo di rispondere all’interrogativo sopra delineato abbiamo rivolto via posta elettronica agli insegnanti referenti sul versante italiano dei 23 progetti premiati con il Quality Label 2007/2008 i seguenti 5 quesiti:

1. Ci sono state esperienze passate, realizzate dalla tua scuola e che tu giudichi significative per le caratteristiche del target e del territorio in cui sono state condotte di cui il progetto eTwinning ha permesso un trasferimento al livello europeo?

2. In che misura il progetto eTwinning ha consentito alla tua scuola di migliorare supporti e strumenti informatici.

3. In che termini la tua scuola ha coniugato rilevazione e/o risposta in merito ai bisogni di formazione e aggiornamento dei propri docenti con le opportunità professionali ?

4. La tua scuola ha valutato l’opportunità di sostenere l’esperienza maturata all’interno di eTwinning negli anni successivi? Quali sono le motivazioni (in caso di risposta sia positiva sia negativa);

5. Altre eventuali osservazioni e riflessioni.

Ci ha risposto in modo utile circa un terzo dei colleghi interpellati. Quello ottenuto ci sembra un buon risultato, tenendo conto delle difficoltà connesse alla chiusura dell’anno scolastico e dell’assoluta volontarietà della partecipazione.

In tutti i casi, quanto ci accingiamo ad esporre non ha per forza di cose certezza scientifica; si tratta di nostre impressioni e riflessioni sulla base degli spunti ricevuti: le risposte dei colleghi ci sembrano raccontare una realtà quotidiana che – anziché di realtà professionali mature, ci parla piuttosto di eterno pionierismo, di latente ostruzionismo, di disilluso realismo.

La valenza professionale delle risposte

Non ci stancheremo di ripetere quanto sia antitetica rispetto allo scorrere del tempo l’anteposizione dell’aggettivo “nuove” al termine “tecnologie”. Allo stesso modo, tuttavia, non ci stancheremo di ripetere come la scuola continui a trattare gli strumenti tecnologici della comunicazione con occhio ora sospettoso e resistente, ora acriticamente entusiasta, ora sopraffatto ed atterrito da presunte difficoltà di gestione che – guarda caso – si usa proprio davanti alle cose “nuove”.

Ma andiamo in ordine.

Le domande sollecitavano su una serie di tematiche che possono essere riassunte così:

- tipologie di progetti proposti e realizzati;

- atteggiamento della scuola rispetto all’entrata in eTwinning;

- ricadute sul profilo professionale del docente;

- conseguenze sull’azione didattica

Le risposte raccolte ci hanno permesso di considerare eTwinning come uno strumento per sondare quale autovalutazione della propria identità abbia la scuola e di abbozzare una riflessione sull’identità stessa della scuola italiana nel complicatissimo rapporto con le tecnologie e non solo. Perché quello che ci sembra evidente è che l’esperienza eTwinning rappresenta un paradigma attraverso il quale capire come sia davvero parziale la capacità della scuola italiana – ora come nel passato – di vivere in maniera consapevole, attraverso l’apporto combinato di tutte le sue componenti l’autonomia di ricerca, sviluppo e sperimentazione di cui da 10 anni si parla, ma che stenta ad affermarsi quale principio orientatore delle azioni delle scuole. Molto più spesso, invece, opportunità che potrebbero rappresentare un passo significativo in quel senso vengono bruciate, affidate come sono esclusivamente allo spirito di iniziativa e alla buona volontà di singoli docenti. Sotto l’ipotetica voce “danni”, legati ad una dimensione collegiale asfittica e spesso solo di facciata occorre rubricare – e si tratta certo di una delle conseguenze più significative – l’incapacità che la scuola dimostra nell’individuare e nel concretizzare la dimensione culturale in senso ampio di esperienze e di approcci.

Tipologie ricorrenti

In linea generale, possiamo dire che le considerazioni prevalenti nelle risposte dei docenti sono state intorno all’esigenza di reperire finanziamenti per implementare una visione della scuola eTwinning e alla necessità di maggiori risorse umane; le considerazioni negative sono state espresse soprattutto per quanto riguarda l’atteggiamento complessivo delle scuole. Le resistenze dei singoli colleghi, invece, sembrano determinate in prevalenza dalla paura di cimentarsi con “la macchina” e con la lingua “straniera”. In quelle scuole in cui eTwinnig si è servito in maniera soddisfacente della dotazione tecnologica, il miglioramento di tale dotazione è stato determinato da finanziamenti di altri progetti e, in qualche caso, da un’autotassazione dei genitori. Pochi insegnanti si sono soffermati nelle loro risposte sul concetto di uso consapevole delle tecnologie da parte degli studenti.

Vogliamo sottolineare, inoltre, che le risposte dei colleghi sono state fortemente caratterizzate dalla vocazione di ciascuno ad aderire ad una sorta di profilo che ha accompagnato il rapporto che la scuola dagli anni Ottanta ha avuto con le tecnologie. La classificazione che stiamo per proporre non implica alcun giudizio di merito; è piuttosto funzionale a sottolineare, magari in modo un po’ enfatico ma certamente efficace, i caratteri dominanti delle tipologie più diffuse di insegnanti che usano quelli tecnologici come strumenti essenziali nel loro percorso pedagogico e didattico; caratteri che però raccontano approcci che hanno mediato l’inserimento della tecnologia nelle scuole e ne hanno determinato sorti ed esiti. Troviamo:

a) “entusiasti, pionieri, avventurosi”, che cavalcano questa “nuova frontiera” come qualcosa di straordinario. Dotati di autonomia nell’uso, fiducia e forte motivazione, sono spesso però restii a analizzare in modo critico le modalità – spesso discutibili – attraverso le quali gli istituti decidono di portare avanti i progetti;

b) i realisti (pochi), che vedono questi limiti, ma talvolta non riescono a mirare la propria valutazione ad un respiro più ampio. Sottolineano frequentemente che eTwinnig è esclusivamente un’occasione professionale che offre la dimensione dello scambio e della condivisione, ma che per far finanziare i progetti devono passare per Comenius

c) “le vittime”, quelli che si sentono soli, abbandonati dalle proprie scuole, che spesso fanno addirittura azione di ostruzionismo. Una situazione che, purtroppo, è abbastanza diffusa nelle scuole del nostro Paese, a prescindere dall’uso delle tecnologie digitali.

Definite queste sommarie categorie, possiamo ora riflettere più nel dettaglio sugli altri nodi tematici emergenti dalle interviste.

L’atteggiamento della scuola rispetto ad eTwinning

Si tratta, diffusamente, dell’elemento più critico. “Inizialmente la mia richiesta di fare lezione in un laboratorio di informatica è sembrata strana”; tuttavia in breve viene tollerata: “ma nessuno mi ha ostacolato e ho avuto l’appoggio della dirigenza”, fino a diventare pratica consueta, benché vissuta spesso in una dimensione non collegiale, spesso isolata ed autoreferenziale. Varie le gamme di atteggiamento. C’è l’approvazione, purché a costo zero: “Quando, con alcuni colleghi, ci siamo recati a (…) dalla nostra twin teacher, abbiamo avuto il permesso del dirigente, del Collegio Docenti, del Consiglio di Istituto, non abbiamo pesato sulle casse dello Stato, perché le lezioni non erano ancora cominciate, ma siamo andati a nostre spese!!!!”. C’è l’ostruzionismo: “La mia scuola non sostiene con finanziamenti i progetti eTwinnig. Non ho avuto sostegno neppure nella gestione economica di uno dei miei progetti eTwinnig trasformato in Comenius. (…). Il mio liceo non solo non sostiene l’esperienza, ma di fatto la ostacola; e solo l’entusiasmo e la passione che – per ora – mi animano, mi permettono di resistere e continuare, non so fino a che punto, visto che gli ostacoli sono sempre più insormontabili”.

Finalmente due buone notizie: “La scuola sta allargando e promuovendo la diffusione di eTwinning sia al proprio interno sia attraverso contatti con altre scuole della Lombardia”. “I percorsi che la comunità scolastica ha battuto e batte sono stimolo di riflessione collegiale sia all’interno dell’istituto che con i partners stranieri”.

Tuttavia: “A dire il vero le ricadute del QL ottenuto l’anno scorso per il progetto (…), sono state minime. L’incentivo da parte della scuola a continuare sulla strada tracciata è stato nullo”. Solo un’insegnante, a fronte della positiva esperienza dell’anno precedente, si è cimentata in eTwinnig. Oppure “Direi quindi che la risposta non è né positiva né negativa in quanto non c’è stato mai ostacolo da parte del Dirigente Scolastico , devo dirlo con estrema sincerità, ma neanche un vero incoraggiamento o investimento”.

Per arrivare a situazioni eccellenti: “I gemellaggi eTwinning sono ormai parte del Piano dell’Offerta Formativa della mia scuola, che tende ad attuare una “dimensione europea dell’istruzione”, e i progetti sono condivisi dai consigli di classe, che li inseriscono nella loro programmazione curriculare e multidisciplinare. I nostri progetti eTwinning sono progetti d’istituto, perché coinvolgono un grande numero di classi e di docenti.”

Le ricadute sul profilo professionale del docente

Molti denunciano la propria solitudine e stigmatizzano l’incapacità di molti colleghi di vincere resistenze di carattere culturale rispetto ad un uso significativo delle tecnologie nella didattica. L’impressione generale è però quella di un grande dinamismo, di una spinta alla condivisione, di un’attitudine alla riflessione, sebbene fortemente circoscritta a coloro che conoscono il know how, i cosiddetti “esperti”.

Ripetiamo, però, che quegli importanti elementi – spesi in una dimensione realmente collegiale – potrebbero incidere sulla diffusione di una cultura della tecnologia e di una tecnologia della cultura: una visione alla quale le scuole sembrano intenzionate a resistere.

“La realizzazione del blog è stata una chiara intenzione di dare un’opportunità ai docenti di discutere di letteratura infantile. Inoltre le docenti chiedevano di approfondire determinate tematiche e da qui sono nati i corsi di formazione che abbiamo frequentato (l’uso delle nuove tecnologie in età prescolare, la letto-scrittura in età prescolare, il laboratorio di musica)”. “eTwinnig non dà alcun finanziamento alle scuole, ma opportunità professionali, di incontro e formazione”. “Oserei dire che il bisogno di aggiornarsi è sentito da alcuni “anziani” che non ne possono più della routine e da pochi “giovani” molto volenterosi. La scuola approva le iniziative di aggiornamento personali, purché non abbiano costi”. “L’uso degli strumenti informatici e la lingua veicolare diversa dalla lingua madre hanno ‘costretto’ diversi colleghi ad aggiornare in modo, a volte forzato ma costruttivo, il loro modo di fare scuola”. “Credo che lavorare ad un progetto eTwinning costituisca una risposta ad un bisogno di formazione, anzi di ‘autoformazione’ per quei docenti che vogliono sperimentare un nuovo ambiente di apprendimento/insegnamento. (…) In questo modo ho arricchito la mia formazione professionale, che si è affinata sempre di più, grazie anche alla partecipazione ai seminari regionali e ad eventi eTwinning nazionali ed internazionali. Ecco come il bisogno di aggiornamento e formazione si è coniugato con le opportunità professionali che si sono via via create”. “Per mia natura io sono curiosa e forse anche un po’ avventurosa, mi piace imbarcarmi in nuove esperienze e inoltre ho la fortuna di avere studenti che sono sempre pronti ad assecondarmi nelle mie iniziative”.

Le conseguenze sull’azione didattica

Le valutazioni sono tutte estremamente positive e rendono ancora più inspiegabile l’incapacità di molte scuole di spendersi per uno sviluppo significativo delle iniziative eTwinning. Nonché la mancanza di finanziamenti per favorire procedure che – a detta degli intervistati – consentono di osservare ricadute molto positive sugli alunni.

“Nella mia realtà scolastica i progetti eTwinnig si sono protratti per diversi anni ed hanno espresso tutte le possibili conseguenze in termini di impatto formativo. Ciascun progetto è stato ideato sulle caratteristiche delle singole classi e sulla specificità del corso di studio per garantire una reale integrazione di un progetto europeo nel curriculum degli alunni coinvolti”. “Riteniamo che l’esperienza sia positiva per molti motivi: forte motivazione e ruolo attivo degli studenti; modalità di lavoro basata sull’interscambio tra studenti e tra docenti; sviluppo delle competenze chiave; approccio interdisciplinare che permette di trattare argomenti diversi attraverso l’uso della lingua inglese”.

“Usufruire di strumenti quali la posta elettronica, Skype, Msn Messenger per comunicare con coetanei stranieri crea sicuramente nuove motivazioni allo studio della lingua ed anche diverse aspettative nei confronti dell’apprendimento della lingua stessa e una maggiore duttilità nell’apprendimento delle lingue straniere in generale. Gli alunni imparano ad usare una lingua veicolare per confrontarsi su argomenti studiati anche in altre materie scolastiche, ed è così che le parole superano i confini, le idee trovano un confronto reale, l’importanza di apprendere una lingua straniera incontra una motivazione concreta e si aprono nuovi orizzonti all’interno di blog, forum e classi virtuali”. In molti, ripetiamo, hanno sottolineato la discrasia tra opportunità in termini di spendibilità didattica ed educativa di eTwinning e l’atteggiamento della scuola: “Con i patners all’estero, abbiamo cercato di contribuire a realizzare un ambiente di ‘pratica’ virtuale il più possibile efficace per permettere al discente di intraprendere i primi passi nella strada che va dal ‘sapere’ al ‘saper fare’: tutto questo è stato ed è per noi il blog dii-voix in sincrono ed in asincrono in cui insegnanti ed alunni hanno una sola ed unica password, in cui gli alunni pubblicano in assoluta autonomia, senza censure, un blog in cui si studia e si vive come i giovani di solito fanno. Abbiamo inoltre cercato di attribuire al linguaggio un valore funzionale, come mezzo per comunicare pensieri e stati d’animo. Abbiamo infine voluto arricchirci attraverso la cultura e l’umanità dell’altro. Siamo convinti che in una scuola sempre più lontana dalla realtà in cui i nostri alunni e noi stessi viviamo, sia molto importante ricreare la didattica, riallacciare il filo tra l’insegnamento e l’apprendimento, motivare i discenti attraverso una didattica per scoperta che abbia come obiettivo il ‘fare’ e che tenga conto della presenza delle tecnologie non come fine ma come mezzo. Per diffondere tale “messaggio” crediamo che i momenti di formazione debbano essere sostenuti dall’esterno, poiché all’interno della scuola sono attive dinamiche di reazione e di ostacolo ad una pratica didattica che implica una volontà di rimessa in discussione da parte dei docenti”.

“Gli alunni sono sempre stati parte attiva e centrale del processo di apprendimento, durante il quale sono state usate le metodologie della ricerca e dell’apprendimento cooperativo”.

Significativo ci è sembrato il contributo della scuola dell’infanzia: “I bambini comunicano prima all’interno del proprio gruppo attraverso il circle time, poi decidono la fase operativa ed infine si accordano sui materiali e sulla comunicazione da inviare ai loro amici lontani. Quando ricevono la posta, la lettura viene fatta insieme e si ripete il percorso fatto precedentemente. I bambini usano sotto la guida dell’adulto il computer, la camera digitale, la web camera, lo scanner e il microfono”.

In molti dei Paesi partner esperienze come quelle raccontate dai nostri intervistati vengono incentivate, sostenute senza riserve, tesaurizzate, sistematizzate, trasformandosi in opportunità culturali per gli studenti e in significativi scatti di professionalità dei docenti e della qualità della scuola. In Italia – oltre alla situazione generale di colpevole risparmio sulla scuola – il pregiudizio e il disinvestimento culturale sull’uso della tecnologia nella scuola, il precedente frequente sperpero di fondi a pioggia in imprese i cui esiti non sono mai stati monitorati, una dimensione collegiale mai autenticamente vissuta, un’interpretazione dell’autonomia troppo spesso in una logica mercantilista che obbliga alla parcellizzazione dei fondi nei rivoli di mille progetti spesso inutili o inefficaci, impediscono alle medesime esperienze, spesso mortificate o “tollerate”, di esprimere il respiro educativo, formativo, culturale che potrebbero avere, mortificando intelligenza, creatività e disponibilità: “Incoraggio chiunque voglia farlo, e non solo i professori di lingue straniere, a intraprendere questo tipo di esperienza. Non credo, personalmente, che degli incontri per ‘sollecitare’ i colleghi indecisi possano veramente dare un impulso al desiderio di cimentarsi in questa avventura. Questa voglia deve venire dal di dentro, si ama o non si ama. Purtroppo l’entusiasmo dell’inizio è spesso fugace; in un secondo momento si rischia di scontrarsi con le difficoltà di tutti i giorni e di lasciare cadere tutto perché ‘non ne vale la pena’, se la decisione non è stata frutto di una vera e personale ambizione. Una cosa è certa: l’arricchimento professionale è assicurato.”

In prospettiva

Un’ultima osservazione, questa non dedotta dalle interviste che abbiamo effettuato, ma dalla nostra esperienza personale e da lavori che abbiamo insieme elaborato sull’argomento.

La semplicità delle procedure di accesso ad eTwinnig, se da una parte configura un’esperienza accessibile a tutti e dunque potenzialmente vocata all’emancipazione anche di quella parte della scuola che non si è mai avvicinata allo scambio di esperienze convogliato dalle tecnologie, dall’altra implica necessariamente nei fatti la mancanza di una selezione in merito ai progetti da parte di un’authority.

Insegnare con eTwinning, quindi, costituisce un connubio affascinante e potenzialmente significativo, ma nei fatti ogni tanto alla professionalità implicita si sovrappone quella reale, non sempre tale da rappresentare un elemento di garanzia, considerati i criteri spesso meramente addestrativi a cui è stata per lo più improntata la formazione dei docenti italiani nel settore delle tecnologie.

Sarebbe il caso forse, prima di caldeggiare o meno la continuazione di un’esperienza sulla carta valida, di inaugurare una riflessione più consapevole e profonda sui processi di formazione e sui criteri di creazione di profili professionali degli operatori.

Note

(1) http://eTwinning.indire.it/

(2) Dalla Premessa editoriale al volume “Le competenze chiave nell’apprendimento peramente: il contributo di eTwinning. Espressione culturale, scienze e cittadinanza. Alcune storie di successo in eTwinning”, disponibile all’URL

http://www.bdp.it/lucabas/lookmyweb_2_file/eTwinning/eTwinning-

pubblicazioni/eTwinning2.pdf

(3) Cfr.

http://eTwinning.indire.it/content/index.php?action=read_cnt&id

_cnt=207&area_menudx=istituzionale

* Ringraziamo i colleghi Altamura, Bielli, Branconi, Cippitelli, Congedo, Fiore, Marino, Pintus, Soudaz, per aver risposto alle nostre domande.

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