Home » n. 62 maggio/giugno 2009

La blogoclasse come comunità di pratica… intergenerazionale

5 maggio 2009 | di Andreas Robert Formiconi
La rivoluzione digitale
420 kbps. È questa la velocità alla quale pare stia viaggiando la mia connessione in questo momento. Non è un granché, dovrebbe superare 1 mbps. Tuttavia vent’anni fa mi pareva un miracolo comunicare con il resto del mondo a 1.2 kbps. I conti tornano, ora che ci penso: grosso modo le prestazioni di questo genere raddoppiano ogni due anni, vent’anni fanno 10 raddoppi, due alla 10 fa 1024, circa 1000 volte più veloce.

Un progresso tecnologico che solo qualche decennio fa sarebbe stato inimmaginabile consente oggi questa incredibile esplosione delle prestazioni nella memorizzazione, trasmissione ed elaborazione dell’informazione. Un progresso che corre sui binari della teoria dell’informazione le cui basi sono state gettate da Claude Shannon, il matematico che girava per i corridoi dei Bell Labs su di un uniciclo giocolando con tre palline e che si dilettava a costruire robot giocolanti.

L’idea fondamentale Shannon l’ebbe molto presto, nel 1948 quando aveva 22 anni, presentando una tesi nella quale aveva mostrato che si potevano analizzare i circuiti elettrici utilizzati nella telecomunicazioni con il simbolismo dell’algebra di Boole, l’algebra nella quale gli operatori logici AND, OR e NOT operano su variabili che possono assumere solo due valori e che quindi sono le progenitrici dei bit. Nacque così la codifica digitale dell’informazione, una codifica che si è rivelata molto più efficiente e flessibile di quella analogica.

Con la codifica analogica le informazioni venivano disegnate su onde elettromagnetiche nel vuoto o correnti alternate nei conduttori. La trasmissione a lunghe distanze era soggetta a fenomeni di disturbo e dissipazione che rendevano necessario il ricorso ad apparecchiature di amplificazione dei segnali ma era difficile evitare che l’informazione andasse incontro ad un progressivo deterioramento. Con le tecniche digitali si disegnano i bit sulle onde elettromagnetiche o sulle correnti alternate ma l’informazione è codificata unicamente nella sequenza di zero ed uno. Se un bit si deteriora lungo il percorso si può rigenerare, un po’ come quando un messaggero cambiava il cavallo per recare intatto il messaggio.

La codifica digitale e la comunicazione dell’informazione digitale possono essere controllate in modo estremamente flessibile. Quanto devono essere fitti i punti nei quali trasformare un suono o un’immagine in numeri? Se un canale di trasmissione è affetto da errore, con quale accuratezza ci si può trasmettere informazione? In che misura si può comprimere senza errore un insieme di dati? Qual è la violabilità di un algoritmo crittografico? A questo tipo di domande Shannon ha risposto con tale profondità e completezza da essere considerato da tutti il padre dell’era dell’informazione.

Non credo che sia esagerato sostenere che Shannon abbia detto quasi tutto quello che c’era da dire di importante sulla comunicazione dell’informazione tanto che si può dire che il successo di internet oggi sia dovuto in larga misura al suo lavoro. Tuttavia lui medesimo ha tenuto a precisare, nel suo fondamentale lavoro “A Mathematical Theory of Communication” (Shannon, 1948):

The fundamental problem of communication is that of reproducing at one point either exactly or approximately a message selected at another point. Frequently the messages have meaning; that is they refer to or are correlated according to some system with certain physical or conceptual entities. These semantic aspects of communication are irrelevant to the engineering problem.

In mezzo secolo, un istante nella storia dell’Homo Sapiens, siamo giunti al web 2 con il quale chiunque può produrre informazione per chiunque altro sul pianeta. Un risultato stupefacente ma non dobbiamo dimenticare che esso è limitato all’ambito che aveva specificato Shannon e che possiamo riformulare nel modo seguente:

Qualsiasi individuo o organizzazione può produrre informazione utilizzando un qualsiasi congegno e che può essere ricevuta da un qualsiasi altro individuo o organizzazione.

Il fatto che l’informazione produca significato nella mente di colui che la riceve è tutta un’altra storia ed è una storia nella quale siamo ancora molto indietro.

Informazione, nativi digitali, conoscenza
Il web 2 oggi è una realtà che coinvolge centinaia di milioni di persone. Se è vera l’idea di McLuhan secondo la quale la cultura di un popolo e le modalità di pensiero degli individui sono forgiati dalla natura dei media più che dai contenuti trasmessi allora è fuori di dubbio che ci dobbiamo attendere mutamenti della società inediti, profondi e pervasivi.

Uno degli aspetti più discussi e controversi è quello del rapporto fra le nuove generazioni e le nuove tecnologie. È il tema dei nativi digitali. Come usano le tecnologie? Le usano bene o male? In che misura ne traggono vantaggio? In che modo gli educatori devono tenere conto di tali presunte competenze? Ma chi sono veramente i nativi digitali?

Le opinioni abbondano e sono disparate. Spesso le discussioni si dicotomizzano e a quel punto non portano più da nessuna parte perché la realtà è sempre più articolata rispetto ad una mera dicotomia.
I nativi digitali esistono ed è anche molto utile tener ben presente questa loro natura. Si tratta di intendersi bene su questa. I nativi digitali sono semplicemente persone cresciute in un mondo nel quale la tecnologia è pervasiva e l’informazione circola con la facilità e la flessibilità che deriva dalla codifica digitale.

Sono nativi digitali perché questo è il loro mondo, perché danno per scontata l’esistenza di un certo numero di cose che sino a qualche anno prima erano inimmaginabili, perché quando lo desiderano imparano ad utilizzare nuovi strumenti con naturalezza, perché vivono premendo tasti. Per esempio, i nativi digitali comunicano primariamente mediante SMS. Date un cellulare nuovo in mano ad un adolescente – magari anche uno di quelli che detesta il computer per qualche motivo – e in un baleno avrà configurato l’apparecchio per le proprie necessità. Il padre del medesimo adolescente, magari appassionato di tecnologia, avrà già fatto numerosi viaggi nel negozio di cellulari per risolvere gli stessi problemi.

I nativi digitali sono tali anche quando aborrono per qualche motivo le tecnologie. Possono essere più o meno competenti, talvolta anche incompetenti, questo dipende dalla loro storia personale, ma quando capita loro di avere la necessità o la curiosità di imparare ad usare una nuova tecnologia allora lo faranno con maggior naturalezza di altri.

Prima di andare avanti facciamo il punto della situazione:
• negli anni 50 Shannon, sposando matematica e tecnologia, ha introdotto la codifica digitale dell’informazione
• in mezzo secolo quasi tutte le tecnologie sono diventate digitali
• oggi esiste una rete che avvolge il pianeta e raggiunge ogni individuo

I nativi digitali sono coloro che sono nati dopo questa rivoluzione tecnologica ed è ovvio che essi mostrino comportamenti e attitudini conformi all’ambiente nel quale sono cresciuti ma se sono giovani rimangono giovani, semplicemente giovani abituati ad utilizzare un certo tipo di strumenti.

Tuttavia la capacità di utilizzare tali strumenti o la facilità nell’apprenderne l’uso non va assolutamente confusa con la capacità di trarre reale vantaggio dalla tecnologia per la propria formazione.

In altre parole, l’aspetto semantico della comunicazione è un’altra cosa. La capacità di costruire significato dalle informazioni, di selezionare le connessioni di valore fra le miriadi di quelle disponibili, la capacità di vivere l’esperienza online come un’esperienza di apprendimento è un passaggio successivo, di livello più elevato che il più delle volte rimane largamente incompiuto.

È un passaggio che si può avvalere in modo cruciale delle opportunità tecnologiche ma che non deriva da esse. È un passaggio che è sempre stato critico e che, forse, è sempre mancato, salvo casi particolari. È un passaggio che dovrebbe essere costruito lungo il percorso formativo ma che nella realtà viene lasciato al caso che determina le singole storie personali.

Riprendo a questo proposito un post di Gianni Marconato, Stravaganze, dove dice

Un oggetto è una entità che ha una sua valenza neutra (non di “oggettiva” perché così non è) ma, per questo, ancora non ha nessun significato, nessuna utilità per me. Solo quando questo oggetto avrà assunto un significato per me, quando saprò cosa farne, come, saprò quando e perché usarlo, diventerà finalmente uno strumento nelle mie mani.

Fintanto che le informazioni non si saranno trasformate in conoscenze saranno sempre entità esterne (ed inutili) a me.

Possiamo, quindi, vedere l’apprendimento come quel processo di trasformazione delle informazioni in conoscenze. Come un processo di attribuzione di senso, di significato.

L’apprendimento si verifica attraverso il pensiero, attraverso una attività mentale, cognitiva. L’insegnamento, in questa prospettiva, dovrebbe escogitare, attivare e sostenere adeguate strategie di pensiero (o cognitive) perché l’apprendimento abbia luogo.

Associato a questa visione dell’apprendimento è il concetto di Conceptual Knowledge o Knowledge in Action – conoscenza che mi serve per fare qualcosa.

L’apprendimento, che potremo chiamare anche apprendimento significativo, è l’opposto della memorizzazione. …

Molta scuola e formazione si accontenta di trasmettere informazioni e di farle memorizzare. Forse, anche, per ragioni di economicità: costa certamente meno tempo e meno fatica (per chi insegna e per chi apprende).

Ma com’è che l’oggetto può assumere significato e le informazioni relative ad esso trasformarsi quindi in conoscenze? Perché questo passaggio non è così scontato?

Grazie ad un post dell’amico Jørgen Carstensen che ho conosciuto nel corso Connectivism & Connective Knowledge dell’autunno scorso, sono venuto a conoscenza del concetto di exformation, introdotto dal fisico danese Tor Nørretranders.

L’idea si basa sul fatto che quando si comunica si trasmette dell’informazione ma si omette una gran parte di contesto perché si assume che il destinatario del messaggio lo conosca. Tutta questa parte di informazione che viene omessa è l’exformation.

La corrispondente voce di Wikipedia, riporta il seguente aneddoto in proposito:

In 1862 the author Victor Hugo wrote to his publisher asking how his most recent book, Les Misérables, was getting on. Hugo just wrote “?” in his message, to which his publisher replied “!”, to indicate it was selling well. This exchange of messages would have no meaning to a third party because the shared context is unique to those taking part in it. The amount of information (a single character) was extremely small, and yet because of exformation a meaning is clearly conveyed.

L’informazione passata è minima ma l’exformation condivisa dal mittente e dal ricevente ha consentito che si realizzasse la comunicazione.

L’idea si collega con quella di conoscenza tacita introdotta dal filosofo Michael Polanyi negli anni ‘80 e resa popolare dal lavoro di due studiosi giapponesi Ikujiro Nonaka e Hirotaka Takeushi (Capra, 2004, pp.114-116). In quel contesto essi chiamano conoscenza esplicita l’informazione che può essere comunicata e documentata con il linguaggio mentre la conoscenza tacita è quella che deriva dall’esperienza e dal contesto nel quale essa ha avuto luogo. La conoscenza esplicita può essere comunicata effettivamente solo se esiste una conoscenza tacita che sia condivisa dagli interlocutori. Nonaka e Takeushi hanno utilizzato questi concetti per lo sviluppo di un modello di creazione della conoscenza nelle organizzazioni.

Nel campo delle scienze cognitive e precisamente con la teoria cognitiva di Santiago (Capra, 1996, pp.263-265), si arriva addirittura a negare l’esistenza dell’informazione in quanto caratteristica obiettiva di un mondo esterno e indipendente. Nella teoria di Santiago gli organismi viventi sono sistemi cognitivi e la vita è di fatto un processo cognitivo. I sistemi cognitivi sono sistemi che reagiscono ai disturbi dell’ambiente mediante proprie modifiche strutturali. Anche l’uomo è un sistema cognitivo, non solo la sua mente. La mente è quella parte del sistema cognitivo umano che presenta la caratteristica emergente della coscienza del se. L’uomo conosce non tanto ricevendo informazioni relative al mondo esterno quanto portando continuamente avanti un proprio mondo come risultato della continua interazione del proprio corpo con gli stimoli esterni, di qualsiasi tipo essi siano.

Ogni informazione che viene ricevuta è uno stimolo che giunge dall’esterno e che contribuisce a modificare il proprio mondo e solo se in tale mondo esiste già il contesto appropriato per accogliere quell’informazione allora questa assumerà significato.

In ultimo, per quanto riguarda le scienze sociali, le comunità di pratica sono un altro esempio nel quale l’acquisizione l’informazione per se gioca un ruolo secondario nell’apprendimento. Nelle comunità di pratica infatti l’enfasi è sulle relazioni e le attività all’interno di una comunità. Come dice Etienne Wenger:

Communities of practice are groups of people who share a concern or a passion for something they do and learn how to do it better as they interact regularly.

I membri di una comunità di pratica

1. si riconoscono nell’identità creata da un dominio condiviso di interessi;

2. danno luogo ad una comunità svolgendo attività insieme, discutendo, aiutandosi a vicenda e scambiandosi informazioni;

3. sviluppano un insieme di pratiche comuni per condividere risorse quali storie, esperienze, strumenti, metodi per risolvere problemi.

La comunità di pratica rappresenta la prospettiva più interessante per la trasformazione dell’informazione in conoscenza.

La blogoclasse: un nuovo metodo di insegnamento

Da alcuni anni, precisamente due anni accademici, applico un nuovo metodo di insegnamento a corsi di informatica di base, tecnologia di comunicazione online e editing multimediale presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia, la Facoltà di Scienze della Formazione e la Italian University Line.

I bisogni che mi hanno spinto a questa nuova impostazione didattica (in continua evoluzione a partire dal 2001 grazie anche alle indicazioni fornitemi dai sondaggi proposti agli studenti) e le sue caratteristiche sono descritti negli atti del V Congresso annuale della Società Italiana di e-Learning (Fiore e Formiconi, 2008a).

Quella che abbiamo definito come una blogoclasse è caratterizzata da una strategia didattica finalizzata all’imparare a fare e non dall’imparare e basta. Capacità di esplorazione autonoma, iniziativa personale, attitudine a condividere e collaborare, capacità di espressione e di comunicazione sono i punti cardine su cui è focalizzato lo svolgimento di un percorso formativo pensato per un mondo nel quale le aziende danno sempre meno valore al voto di laurea o diploma, a favore della capacità di risolvere problemi e della capacità di relazionarsi positivamente con i collaboratori (Stella, 2006, p. 144).

Tecnicamente, una blogoclasse nasce da un insieme di blog e dall’impiego accorto dei feed RSS. Tuttavia, tali requisiti tecnici rappresentano una condizione necessaria ma assolutamente non sufficiente affinché la community prenda vita. La prima cosa che un insegnante deve fare in una nuova blogoclasse è di creare un’atmosfera nella quale tutti percepiscano il valore della condivisione come il motore fondamentale delle attività di apprendimento: l’insegnante insegna ma chiunque può divenire insegnante non appena ha imparato qualcosa. La lezione frontale ed il seminario sono gli strumenti adatti a creare questa atmosfera, soprattutto se progettati a tal fine.

Blogoclasse: qualche dato
La percezione più forte che il docente coglie nell’ambiente blogoclasse è sicuramente la reazione emotiva degli studenti che si manifesta in partecipazione intensa e dichiarazione di soddisfazione alla fine del percorso. Gli esempi riportati nella versione pre-print degli atti del Convegno Siel 2008 (Fiore e Formiconi, 2008b) – in cui ho cercato di descrivere questa atmosfera insieme a Maria Grazia Fiore – sono relativi al semestre primaverile 2008 e sono ottimamente rappresentativi delle testimonianze ricevute gli anni successivi. Per quanto riguarda il semestre corrente segnalo il post di valutazione di una studentessa di medicina che riassume bene gli interventi arrivati sino ad ora e la pagina e le Tracce del corso di Editing Multimediale ricostruite dagli studenti della IUL.

Qui mi preme solo mettere in evidenza come tali testimonianze rivelino il senso della comunità che nasce e che si manifesta in modo molto forte durante il corso. Al di là delle tante considerazioni interessanti che si possono fare sui testi scritti dagli studenti, questo è il dato importante e incontrovertibile che emerge da tali considerazioni di natura qualitativa.

Tuttavia, le percezioni emozionali e le considerazioni qualitative sono effettivamente forti ma da sole non sono sufficienti per un’analisi corretta.

Aggiungo quindi, riportati nella tabella qui di seguito, alcuni dati quantitativi ricavati dai questionari di fine corso che vengono proposti agli studenti alla fine dei corsi.

Un primo dato importante è costituito dalla percentuale delle risposte.

Per ciò che concerne i dati parziali disponibili per il corso di medicina di quest’anno, l’adesione al sondaggio è attualmente del 41%, un dato sostanzialmente in accordo con quello dell’anno scorso.
Queste proporzioni bilanciano un po’ le sensazioni fortemente positive generate dalla blogoclasse.

Credo che in buona parte giochi il fatto che gli studenti non sono abituati a questo tipo di resoconto perché non fa parte della nostra cultura universitaria e scolastica in generale. Il parere dello studente non conta e lo studente si abitua a compiere gli atti strettamente necessari al conseguimento del risultato. A fronte di questa situazione le percentuali che rasentano il 50% mi sembrano già un buon risultato ma non ci si deve accontentare.

In particolare è evidente la partecipazione particolarmente ridotta degli studenti del corso di infermieristica, pari al 15%, il cui trend è sostanzialmente confermato dai dati parziali relativi al semestre in corso.

Fermo restando che anche gli studenti dei corsi di laurea delle professioni sanitarie, quando partecipano lo fanno con la stessa intensità emozionale degli altri (ho in mente varie splendide collaborazioni), è inevitabile domandarsi perché il loro numero sia tuttavia così ridotto rispetto agli altri.

Credo che i fattori principali siano due: da un lato chi si iscrive a questo tipo di corso di laurea mediamente è ancor più orientato al conseguimento del risultato pratico; dall’altro, l’organizzazione della maggior parte di questi corsi comporta un ritmo estremamente serrato fra lezioni, tirocini ed esami. Sono corsi nei quali ritmo, quantità e motivazioni pratiche formano un cocktail che non favorisce né gli approfondimenti, né le aperture mentali che invece in molte di queste professioni sarebbero importanti.

Tra le varie informazioni che si possono desumere dal questionario riporto qui quelle prettamente quantitative desumibili dalle due domande sul gradimento relativo alla possibilità di interagire con gli altri partecipanti e al metodo applicato nel corso.

Ad ambedue i quesiti, è possibile rispondere attribuendo un punteggio numerico che va da 1 a 4. Nella seguente tabella sono riportati i punteggi medi definitivi relativi alla totalità dei corsi per i due semestri del 2008 e i valori provvisori per il semestre che si sta chiudendo.

È certamente da rilevare la ripetibilità dei risultati che conforta il valore che possiamo dare loro: sia la possibilità di interagire con gli altri partecipanti che l’impostazione generale dell’insegnamento sono stati graditi molto.

Il caso della Italian University Line

Mentre fino all’anno accademico scorso (2007/08) mi sono dovuto occupare solo degli studenti dei corsi di laurea della Facoltà di Medicina, quest’anno ho dovuto seguire gli studenti del CdL in Teorie della Comunicazione (insegnamento di Tecnologie della Comunicazione Online) e gli studenti del CdL in Metodi e tecniche delle interazioni educative presso la Italian University Line (Insegnamento di Editing Multimediale).

In ambedue i casi i risultati sono stati ottimi. Probabilmente la ragione è duplice. Da un lato gli studenti sono anagraficamente più maturi poiché il CdL in Teorie della Comunicazione è una laurea magistrale (età 24-30 anni) mentre gli studenti della IUL sono docenti della scuola primaria e secondaria (età 30-50 anni), si tratta quindi in media di persone particolarmente motivate. La seconda ragione forse risiede nel fatto che sono classi di dimensione più limitata, 37 studenti nel primo caso e 23 nel secondo e questo è un altro fattore che può incidere positivamente.
Qui vorrei soffermarmi sul caso degli studenti IUL che per me rappresentavano l’incognita maggiore per i seguenti motivi:

Tipologia di studenti, vale a dire che gli studenti sono in realtà professionisti che studiano per il proprio aggiornamento professionale;

Modalità totalmente online. Questa era un’incognita perché in tutti gli altri casi ho sempre potuto contare sull’”ancoraggio fisico” della blogoclasse;

• Maggiore incertezza sulla natura dei contenuti in relazione alle aspettative degli studenti.

Ebbene, benché il percorso non si sia ancora esaurito vale la pena soffermarsi sull’esperienza in corso con gli studenti IUL perché hanno dato vita alla blogoclasse più viva di tutte le altre.

Su 24 studenti 17 hanno partecipato con un gradimento pari a 4 nella scala 1-4. Il coinvolgimento è stato pressoché totale considerato che probabilmente alcuni dei rimanenti 7 studenti devono ancora completare il percorso.

Nei primi due mesi e mezzo sono stati scritti 346 post e 308 commenti, un dato che è interessante confrontare con la classe di medicina dell’anno scorso dove 220 studenti produssero 2379 post e 1693 commenti nell’arco di quattro mesi. Troviamo quindi che gli studenti IUL che hanno seguito il percorso sino ad ora hanno scritto in media 20.3 post per persona contro i 16.3 post della classe di medicina. Anche il confronto del valore medio del rapporto fra numero di post e di commenti è interessante perché è rappresentativo del grado di interazione fra i partecipanti: otteniamo 1.12 post/commenti per la IUL contro 1.4 per la classe di medicina.

Il confronto fra la performance degli studenti della IUL, docenti della scuola con età comprese fra 30 e 50 anni, e quella degli studenti di medicina, quasi tutti ventenni, è interessante in relazione alle considerazioni sulle conseguenze dell’appartenenza o meno alla categoria dei nativi digitali.

Gli studenti IUL sono studenti lavoratori che devono affrontare tutte le difficoltà derivanti dagli obblighi del lavoro e della famiglia, svolgono la totalità del corso online e non appartengono alla categoria dei nativi digitali.

Gli studenti di medicina sono studenti a tempo pieno, hanno la possibilità del contatto con i docenti e sono nativi digitali.

Il metodo di insegnamento in questione è un metodo che dovrebbe avvantaggiare in modo decisivo i nativi digitali perché richiede un impiego molto intenso di strumenti web che sono comparsi negli ultimi dieci anni, quali per esempio blog, wiki, social bookmarking, aggregatori di feed.

La performance della classe IUL è quindi decisamente sorprendente benché i risultati ottenuti con al classe di medicina siano già molto soddisfacenti.

Il risultato è ancora più sorprendente e significativo sotto il profilo qualitativo.

La natura delle attività svolte ed il coinvolgimento emotivo nella vicenda sono desumibili dalle “tracce del percorso” che gli studenti vanno accumulando in un’apposita pagina wiki a formare una sorta di caleidoscopio di scoperte ed emozioni.

Da queste stesse tracce emerge che la blogoclasse IUL si è sviluppata dando vita ad una identità comune derivante dall’individuazione di una serie di obiettivi condivisi. Al tempo stesso la comunità non si è formata chiusa dall’esterno ma anzi si è alimentata dei contatti con altre comunità. Frequenti infatti sono stati i contatti con le altre blogoclassi attive. Vi sono per esempio delle conversazioni fra maestri-studenti IUL e studenti di medicina dove gli interlocutori si sono accorti solo successivamente di appartenere non solo a classi diverse ma a generazioni diverse, regioni diverse e condizioni di lavoro o studio molto diverse.

Si è verificato così un abbattimento di quelle che sono le barriere sociali convenzionali che dividono per esempio il mondo in studenti e lavoratori, umanisti e scienziati, giovani e anziani, nativi digitali e non digitali.

E come vi sono stati addirittura numerosi scambi inter-classe, così sono stati numerosissimi gli scambi all’interno della classe come testimonia il numero di 308 commenti rispetto ai 346 post. Ogni commento al post di un altro rappresenta un’apertura, un atto di attenzione per l’altro, una richiesta o offerta di collaborazione. In effetti, durante il percorso si è svolta un’intensa attività di collaborazione. Ogni studente ha appreso dagli altri studenti certamente non meno di quanto abbia appreso direttamente dal docente.

Nel corso di queste attività si sono quindi sviluppate delle pratiche condivise. Cioè dopo breve tempo dall’inizio del percorso tutti hanno acquisito delle abitudini nuove e necessarie allo svolgimento del medesimo. Per esempio tutti hanno imparato ad utilizzare proficuamente i feed RSS utilizzando quotidianamente un aggregatore di feed per controllare gli accadimenti più recenti nella blogoclasse e nei suoi paraggi. Tutti hanno sviluppato l’abitudine di esprimere mediante testi nei loro blog pensieri, osservazioni, scoperte, domande e tutti hanno preso l’abitudine di leggere con attenzione gli scritti degli altri ed eventualmente commentarli, tutti hanno partecipato alle sessioni di videoconferenza online.

Il senso di appartenenza ad una comunità che si è così formato è anche particolarmente significativo perché nella maggior parte dei casi i protagonisti non si conoscono fisicamente trovandosi tutti in regioni diverse d’Italia e svolgendosi il corso interamente ed esclusivamente online. Ciò nondimeno il senso della comunità che si è sviluppato in poco più di due mesi è talmente intenso da dar vita la proposito di incontrarsi tutti in un evento conviviale e di continuare a mantenere in vita la comunità, essendo il sentimento dei più che il percorso sia di fatto appena iniziato malgrado la conclusione accademica imminente.

Due sono i fatti importanti che si possono desumere da questa singolare esperienza.

Il primo è che l’appartenenza alla categoria dei nativi digitali è marginale al fine di un esperienza formativa di successo, pur totalmente imperniata sull’impiego di tecnologie.

Il secondo fatto è che non si può non pensare alla comunità nata nella blogoclasse come ad una comunità di pratica, così come essa è definita da Etienne Wenger (Wenger, 1998, p. 72).

Lo sviluppo di un’identità comune derivante dall’individuazione di una serie di obiettivi condivisi, l’intensa attività di collaborazione e l’adozione di un insieme di pratiche abituali comuni sono proprio i tre elementi che caratterizzano una comunità di pratica secondo Wenger.

Blogoclassi e comunità di pratica
È opportuno sottolineare che la blogoclasse presenta i connotati tipici delle comunità di pratica ma solo quando essa funziona. L’osservazione è importante perché non funziona sempre nella stessa misura e vi sono casi nei quali funziona poco o anche per niente.

L’insorgenza della comunità di pratica è un processo di crescita vero e proprio, caratterizzato da una nascita, un’infanzia e una fase matura. Il processo, in quanto processo di vita, può anche fallire. Sarà interessante analizzare con cura i fattori che influenzano questo processo ma le esperienze fatte sino ad ora con questo metodo applicato a regime, quindi con più di mille persone in circa due anni, suggeriscono che le motivazioni reali delle persone che entrano nel percorso rappresentino certamente uno degli elementi più importanti.

È bene precisare cosa intendo con la locuzione “motivazione reale” e precisamente mi riferisco non solo ad un preciso proposito, magari anche molto determinato, ma anche ad un coinvolgimento emotivo. Per esempio, essersi posti l’obiettivo di acquisire il diploma di infermiere perché, considerando tutta una serie di possibilità le probabilità di trovare impiego sono migliori, è una cosa. Avere il desiderio di essere infermiere, cioè immaginare di gratificarsi mediante la pratica di quell’attività e quindi predisporsi a compiere i passi necessari per poterla praticare è tutta un’altra cosa.

Ebbene, la mia esperienza mi porta a sostenere che la soglia di funzionamento di una blogoclasse dipenda dal numero di persone che hanno il secondo tipo di motivazione, cioè una motivazione profonda che abbai anche una valenza emotiva, passionale.

Questo elemento è certamente di gran lunga più influente di altri fattori quali l’essere nativo digitale, in generale l’età, il tipo di lavoro, il grado di istruzione.

Conclusione
La categoria dei nativi digitali esiste ed è ben definita essendo rappresentata da coloro che sono cresciuti al termine della rivoluzione digitale, intesa in senso strettamente tecnico come completa digitalizzazione della comunicazione e diffusione pervasiva della medesima. I nativi digitali apprendono ed utilizzano con naturalezza i dispositivi di accesso alla rete. Questa è una caratteristica delle nuove generazioni che di per se non è ne buona ne cattiva, semplicemente esiste. Compito del formatore è di farne buon uso ai fini formativi. Ignorarla o peggio condannarla può solo avere l’effetto di allontanare l’esperienza scolastica dalle esperienze vissute dai giovani al di fuori dalla scuola e forse anche di perdere alcune buone occasioni formative.

Le capacità “innate” dei nativi digitali non hanno niente a che vedere con la capacità di vivere le esperienze online in modo positivo. Questo richiede educazione ed è responsabilità dei formatori far sì che il personal environment, che tutti i giovani si portano comunque dietro, anche in “classe”, si trasformi in un personal learning environment.

La confidenza con gli strumenti di comunicazioni digitali non è appannaggio esclusivo dei nativi digitali. Vi sono ampie quote di popolazione che hanno grande confidenza con le nuove tecnologie e molti impieghi creativi vengono proprio da queste. L’esperienza della blogoclasse composta da insegnanti nella fascia di età fra 30 e 50 anni è un brillante controesempio del teorema che attribuisce alle generazioni mature l’incapacità di utilizzare le tecnologie in modo proficuo. I fattori cruciali sono la profonda ed effettiva motivazione personale, molto più dell’età anagrafica.

Il metodo della blogoclasse trasforma la classe tradizionale in una comunità di pratica, cioè in un’esperienza nella quale l’apprendimento della teoria è bilanciato da attività di espressione, collaborazione, ricerca e collaborazione. La nascita di una comunità di pratica nel territorio di una classe trasforma l’esperienza scolastica in un’esperienza di vita che coinvolge la sfera emotiva e non solo quella razionale, un fatto fondamentale per l’apprendimento in qualsiasi ambito dello scibile umano.

Bibliografia
Shannon C. (1948), A Mathematical Theory of Communication, Bell System Technical Journal, 1-55.
Capra F. (1996), The Web of Life, London, Harper Collins.
Capra F. (2004), The Hidden Connections, New York, Anchor Books.
Fiore M. G. – Formiconi A. R. (2008a), Insegnare Apprendere Mutare: la blogo-classe va in scena in Je-LKS – Journal of e-Learning and Knowledge Society, n.3, vol.4, Firenze, Giunti, settembre 2008, pp.51-59.
Fiore M. G., Formiconi A. R. (2008b), La blogoclasse va in scena!,
URL: http://www.scribd.com/doc/11553050/La-blogoclasse-va-in-scena (verificato il 29/05/09).
Stella R. (2006), Lettera a una studentessa, Venezia, Nuova Dimensione.
Wenger E. (1998), Communities of Practice, Cambridge, Cambridge University Press

* Si è laureato in fisica, ha lavorato intorno a vari problemi di ricostruzione di tomografie mediche e infine si è trovato ad insegnare informatica ai corsi di laurea della Facoltà di Medicina dell’Università di Firenze sotto forma di professore. Attualmente esplora nuovi territori dell’apprendimento a partire dal suo blog: Insegnare Apprendere Mutare http://iamarf.wordpress.com.


<< Indietro Avanti >>