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Linee guida per la sperimentazione nelle Cl@ssi 2.0

1 novembre 2009 | di Italo Tanoni

Dietro le fortune seguite al DPR 419/74 che ne regolava l’organizzazione, la sperimentazione nelle scuole di ogni ordine e grado ha attraversato nel nostro Paese alterne vicende. La secondaria superiore ha praticamente covissuto con i percorsi sperimentali avviati soprattutto dopo i programmi Brocca e la scuola primaria sia con la Moratti (R.I.So.R.S.E, 2004) poi con Fioroni (Indicazioni per il curricolo, 2007) ha messo in moto processi sperimentali con esiti e ricadute positive anche nella scuola dell’infanzia. A memoria d’uomo però non si riescono a rintracciare i segni di un processo di sperimentazione che abbia visto coinvolta la scuola media. Di conseguenza per questo segmento scolastico le centocinquantasei Cl@ssi 2.0 che fanno parte della prima tranche del progetto Scuola Digitale, rappresentano il primo ingresso in una sperimentazione metodologico-didattica che avrà durata triennale. Un terreno che fin dall’inizio andrebbe comunque rassodato. Fuor di metafora: non è facile fare sperimentazione con gruppi di docenti che non l’hanno mai praticata. La scesa in campo di diciannove Università e dell’Agenzia Scuola, per certi versi positiva riguardo al rigore scientifico che dovrebbe caratterizzare il processo sperimentale, non garantisce dai rischi che possono derivare dal carente quadro operativo nell’ambito del quale si dovrebbe collocare l’intero percorso che – ricordiamo-, dovrebbe far leva sulle nuove tecnologie multimediali e sulle risorse e gli ambienti del web 2.0 come supporto all’innovazione metodologico-didattica nella scuola media. La valutazione alla fine del triennio, riguarderà i livelli di apprendimento raggiunti in queste classi sperimentali che dovranno puntare su una didattica innovativa. La domanda che ci si pone allora come educatori è se una classe tecnologicamente attrezzata rispetto a un’altra dove viene attuato il modello di insegnamento istruttivo tradizionale, possa raggiungere con risultati migliori in ognuna delle otto competenze previste dalla UE? La sfida è ragguardevole e sarà l’INVALSI a valutare gli esiti finali, mentre le Fondazioni Agnelli e Banca S.Paolo monitoreranno questo processo per tutto il corso del triennio. Allo start della sperimentazione nazionale mancano però delle specifiche linee guida che dovrebbero indirizzare l’intero percorso. Dovrebbero indicarle gli atenei universitari, ma in questo caso il condizionale è d’obbligo, perché l’Università negli ultimi venti anni- fatte le debite eccezioni- non si è mai occupata di sperimentazione. Nel recente passato lo hanno fatto gli IRRE ma questi Istituti sono stati aboliti dal Ministro Fioroni. Proviamo dunque ad avanzare in questa sede delle ipotesi di linee guida per una sperimentazione i cui obiettivi generali possono essere desunti da alcuni documenti MIUR che sono circolati su scala nazionale:

1-Innovare gli aspetti metodologico-didattici del fare scuola.
2-Individuare nuove modalità di rappresentare la conoscenza attraverso i linguaggi multimediali e digitali (Re-mediare).
3-Riorganizzare l’ambiente formativo nei tempi e negli spazi.
4-Rendere più motivante il processo di apprendimento.
5-Incentivare negli studenti il pensiero divergente e creativo.
6-Favorire la personalizzazione dei processi cognitivi.
7-Prevenire l’insuccesso scolastico con il raggiungimento da parte di ogni studente delle otto competenze chiave fissate dalla UE.

In pratica nella scuola media, attraverso la sperimentazione Cl@ssi 2.0, si tratta di passare da una didattica basata sulla lezione frontale, sul libro di testo e sull’insegnamento espositivo, a un modello centrato sulla organizzazione di un diverso ambiente (setting) formativo e su stili d’insegnamento e modalità di apprendimento completamente differenti da quelli tipici della “tradizione”espositivo-istruttiva di questo segmento scolastico. Su tre capisaldi andrebbero orientate le linee guida del processo sperimentale metodologico-didattico delle Cl@ssi 2.0:
A) Il contesto educativo e formativo riorganizzato secondo modalità autoapprenditive.
B) Uno stile d’insegnamento del docente orientato al modello dell’ apprendistato cognitivo (tipico della bottega artigiana).
C) Una modalità di apprendimento dello studente che faccia leva sull’ edutainment, sul cooperative learning e sui nuovi linguaggi digitali multimediali.
Sul piano metodologico: la ricerca azione on line, il problem solving, le concaptual maps, il lavoro di gruppo, l’utilizzo della rete e dei social network per l’interscambio informativo e comunicativo tra le classi impegnate nella sperimentazione, dovrebbero corredare l’intero percorso progettuale con una matrice operativa comune rappresentata dalle tre aree di riferimento programmatico per il primo ciclo: Linguistico-artistico espressiva, storico-geografica-sociale, matematico scientifico tecnologica (1). Un progetto di sperimentazione metodologico-didattica, intenzionalmente orientato (Becchi e Vertecchi, 2006), non può fare a meno di operare all’interno di linee guida che, anche se sottotraccia, conferiscono maggiore rigore scientifico all’esperienza stessa. Infine, per coordinare un percorso sperimentale che nei prossimi mesi vedrà coinvolte in Cl@ssi 2.0 la scuola primaria e la secondaria superiore, a livello nazionale si sta discutendo se istituire in ogni regione dei Centri di Innovazione Tecnologica Sostenibile (CITS), poli di eccellenza che dovrebbero presiedere all’assistenza tecnica-pedagogico-didattica e formativa nei confronti delle istituzioni scolastiche autonome che avanzino richiesta. Fino a un anno fa questo compito veniva assolto egregiamente dagli IRRE che in alcuni casi si erano dati una struttura decentrata costituendo nel territorio delle succursali finalizzate a dare risposte plausibili alle esigenze e ai bisogni alla scuola dell’autonomia. Attualmente presso ogni USR per presiedere all’intera operazione delle Cl@ssi 2.0, sono in funzione dei nuclei regionali composti da Università, agenzie formative, esperti e ANSAS. Non vorremmo che a questi organismi istituzionalizzati si aggiungesse l’ inutile orpello di Centri (CITS) con compiti di sola assistenza tecnica alle scuole. La storia passata di FORTIC insegna: in mancanza di un chiaro indirizzo strategico – programmatico sul versante metodologico – didattico, tutta l’operazione della formazione sulle nuove tecnologie (corsi A, B e C), si è conclusa con un nulla di fatto perché non ha inciso con la dovuta efficacia nel vissuto della nostra realtà scolastica.

Note
(1) I. Tanoni e R. Teso (2009), Il curricolo tecnologico, Proposte per la scuola dell’infanzia e primo ciclo, Erickson, Trento.

Bibliografia
AA.VV (2004), Strumenti per la Riforma. Progetto R.I.So.R.S.E. Rapporto Nazionale, in “Annali dell’istruzione”, 3-4, Le Monnier, Firenze.
AA.VV(2004); Strumenti per la Riforma. Progetto R.I.So.R.S.E. Rapporti Regionali a cura degli IRRE, in “Annali dell’istruzione”, Vol.1-2, supplemento al 3-4, Le Monnier, Firenze.
AA.VV(2007); Le indicazioni per il curricolo: un cantiere di lavoro, una prospettiva di rinnovamento, In “Annali della Pubblica istruzione”, 4-5-, Le Monnier, Firenze.
Becchi E. e Vertecchi B. (a cura di )( 2006), Manuale critico della sperimentazione e della ricerca educativa, FrancoAgeli, Milano.


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