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Un PC a tutti gli effetti

1 gennaio 2009 | Marco Guastavigna, docente di scuola superiore, formatore ed autore di numerose pubblicazioni a stampa e digitali, tiene traccia delle proprie attività in www.noiosito.it

Analizzare XO da un punto di vista ergonomico non è affatto semplice, soprattutto se non ci si limita alla prima impressione: la premessa sembra smentire il titolo, ma – per comprendere – è necessario proseguire con la lettura. Pur con tutta la buona volontà e la piena consapevolezza che fosse necessario assumere un atteggiamento “neutrale”, infatti, mi sono accostato al laptop per bambini non potendo ignorare il bagaglio pratico e mentale a mia disposizione, fortemente condizionato dall’abitudine a maneggiare dispositivi che funzionano sulla base dei principi ergonomici tipici dei sistemi operativi “tradizionali”. Tali presupposti hanno determinato un iniziale disorientamento, che ha influito sulle prime suggestioni perfino più della “lentezza” lamentata anche in alcuni contributi contenuti in questo numero della rivista.
L’impianto di XO
Per comprendere appieno come – ad un’analisi più approfondita di XO – le iniziali resistenze vengano progressivamente superate, risulta necessario sottolineare ancora una volta che XO è stato concepito fin dall’inizio del progetto OLPC non come computer per l’ufficio, ma come ambiente di apprendimento per bambini e che questo presupposto è stato tradotto in Sugar, ambiente operativo dedicato e soprattutto interfaccia utente-macchina che nell’immediato appare lontana e diversa dai modelli e dagli standard a cui ci allenano (e con cui ci vincolano!) ogni giorno Windows, Mac OSX e le più diffuse distribuzioni Linux. Dopo un po’ che ci si misura con XO, ci si rende conto che la sua architettura visiva è molto vicina a quella dei palmari, dei cellulari evoluti, dei gadget digitali in grado di funzionare in assenza di un computer; chi avesse anzi voglia di cimentarsi con Sugar – magari prima di proseguire nella lettura – può scaricare e installare un emulatore di XO.

Il condizionamento principale delle scelte hardware sull’interfaccia è dovuto alle ridotte dimensioni dello schermo. In primo luogo, Sugar rinuncia alle finestre sovrapponibili, così tipiche dei sistemi operativi residenti sui computer per adulti da sembrare indispensabili: è ovviamente possibile passare da una schermata ad un’altra, e quindi da un software ad un altro, dal programma di scrittura all’ambiente di gestione della rete Wifi e così via; ma per farlo si devono utilizzare particolari pulsanti della tastiera (replicati anche in una porzione delle schermate stesse), a ciò dedicati in modo univoco ed esclusivo. In secondo luogo, Sugar rappresenta il contenuto del disco – e delle diverse periferiche installabili sulle porte USB – non già con la metafora delle cartelline (proiezione digitale degli oggetti e dei metodi di classificazione tipici di un ufficio adulto), ma con il Journal (diario di bordo), che organizza e permette di richiamare i prodotti del bambino in ordine di tempo. Queste due scelte sono davvero fonte di imbarazzo (e di fastidio, siamo sinceri!) per un utente abituato ad operare in modo diverso. Ma – considerando il destinatario privilegiato di questo prodotto – tali difficoltà, imposte da un diverso addestramento e non da aspetti critici intrinseci al sistema – non possono né devono avere alcuna conseguenza nella valutazione di XO: un bambino di un paese in via di sviluppo non ha probabilmente questi “pre-giudizi” ed è quindi perfettamente in grado far diventare le modalità logico – operative di XO automatismi riflessi dello stesso tipo di quelli innescati dalle interfacce “ordinarie”.

La rinuncia alla rappresentazione classica del file system, peraltro, ha un significato molto netto per valutare il possibile impatto di XO sul piano cognitivo. Sul piano operativo – ma anche concettuale – l’interfaccia di XO fa riferimento ad Activity (“Attività”, nelle versioni “localizzate” in italiano di cui dispongono i bambini bresciani). Siamo di fronte non a un’acrobazia nominalistica, ma alla necessità di segnalare in modo inequivocabile che XO è impostato per favorire il percorso formativo globale, gli apprendimenti, del bambino; e non l’addestramento alle funzioni astratte del computer. La matrice teorica di riferimento di XO e del progetto OLPC dal punto di vista psicopedagogico è infatti esplicitamente il costruzionismo, come testimoniano in modo molto evidente una versione di Logo, realizzata appositamente; e la presenza di numerosi giochi e ambienti di elaborazione: dal disegno alla musica, accanto a strumenti che non possono mancare su di un computer; e ancora programmi per la scrittura, la navigazione su Internet, lo scambio di posta elettronica.

Sugar o Windows? Un falso problema
L’equivoco tra utilizzo di XO come ambiente per gli apprendimenti o come occasione di alfabetizzazione informatica è – nonostante questi presupposti piuttosto evidenti – tutt’altro che risolto: lo dimostra il fatto che alcuni utenti e soggetti istituzionali si sono dichiarati interessati al progetto a patto che sui laptop sia installato Windows; convincendo Negroponte ad accordarsi con Microsoft e ad annunciare che sarà realizzata una versione di XO con un costo di licenza di Windows poco più che simbolico.

Coloro che hanno polemizzato con questa scelta dichiarandosi a favore di Linux a qualsiasi costo hanno addotto a favore di questa tesi numerose argomentazioni tecniche ed etiche, ma quasi nessuno ha voluto o saputo far presente che XO è dal punto di vista ergonomico e cognitivo un computer a tutti gli effetti.

XO propone infatti un’interfaccia grafica intuitiva, in cui all’utente non viene chiesto di imparare comandi, ma di interpretare simboli: il suo uso può essere dunque improntato alle medesime caratteristiche di spontaneità e di immediatezza che caratterizzano la capacità di servirsi di gran parte dei dispositivi attuali di largo consumo – dai pc veri e propri alle macchine fotografiche digitali ai lettori di video e di musica – dotati di icone che simboleggiano azioni e proprietà di oggetti virtuali.

XO è inoltre attrezzato in misura assolutamente adeguata e efficiente per mettere l’utente in grado di apprezzare ed utilizzare la dimensione multimediale e la sintassi ipertestuale delle conoscenze; per navigare su Internet, già i primissimi XO proponevano un browser – derivato da Mozilla Firefox – che anticipava una soluzione molto intelligente per la gestione dei siti: la riproposizione per quanto riguarda i “Bookmarks” memorizzati non degli URL ma dei nomi dei siti, ovvero la sostituzione del codice con il linguaggio naturale.

XO mette poi l’utente in ottime condizioni di interoperabilità: non solo riconosce con grande facilità periferiche USB di diversa natura, ma è in grado di dialogare con i più importanti ambienti di produzione intellettuale, dal momento che utilizza formati di file assolutamente standard, per esempio HTML, TXT e RTF. Questi ultimi sono i formati in cui è possibile salvare un’attività di scrittura: è interessante notare come sia stato scelto anche il formato per la rete, l’html. Il bambino, pertanto, è invitato fin da subito a pensarsi come “crossmediale”, ovvero come produttore potenziale di contenuti destinati a supporti diversi e a scopi culturali differenti e complementari, in perfetta coerenza di una piena autonomia intellettuale nella società dell’informazione.

Sono del resto presenti anche i requisiti di “intraoperabilità” tra le applicazioni (copia e incolla tra diversi ambienti; reimpiego in un ambiente di prodotti di un altro e così via) e XO consente il multitasking, ovvero la fruizione contemporanea di più applicazioni, con tutti i vantaggi e le complicazioni che questa caratteristica dell’operare con i computer comporta.

La dotazione software di XO è ovviamente espandibile. Ai programmi installati all’origine si possono infatti aggiungere numerose altre Activities, ovvero software configurati apposta per il laptop per bambini; ma non è escluso né inibito il ricorso anche ad altre tipologie di software: nella scheda tecnica, per esempio, Zucchini fa riferimento a OpenOffice.

XO è – lo ripeto – un computer a pieno titolo: propone infatti l’architettura logico-visiva e le potenzialità operativa tipiche di un dispositivo digitale classificabile in questa categoria dal punto di vista cognitivo. Non è vero, pertanto, che utilizzare XO sia un modo per escludersi dalle pratiche tecnologiche standard.

Potenzialità dell’ingresso di XO a scuola
È evidente, dunque, che usare (anche) XO nelle scuole del “mondo occidentale” costituisce una prospettiva promettente, al di là del valore etico e solidaristico della partecipazione al progetto. Ci sono – oltre a quelli che ho evidenziato – una serie di motivi che argomentano questa affermazione e sui quali occorre fermarsi per un attimo.

Innanzitutto deve essere valorizzato il messaggio di fondo: per i bambini ci sono soluzioni diverse da quelle rappresentate da un computer organizzato per l’automazione d’ufficio e più o meno adattato alle esigenze dei più giovani. Questa rappresenta di per sé una ragione sufficiente per interrogarci su elementi più generali che investono la dimensione didattico-educativa dell’uso delle tecnologie nella scuola: gli educatori sono collocati in un posizione di riflessione e di “straniamento” rispetto alle abitudini consolidate. L’accostamento di XO ai computer tradizionali rappresenterebbe la possibilità di fare finalmente un passo indietro e comprendere in modo più generale e inclusivo quali siano le caratteristiche, le potenzialità e le implicazioni cognitive connesse all’impiego di un PC nei percorsi di apprendimento. Un momento di riflessione importante e necessario, che non potrebbe che arricchire i profilo professionali del settore educativo.

C’è però anche un altro motivo per augurarsi che XO penetri nelle nostre scuole, almeno con qualche esemplare per quanto limitata rappresentanza accanto a vari personal computer tradizionali (magari corredati di tutti i diversi sistemi operativi più diffusi), a qualche ultraportatile, a qualche console per i giochi (in grado però anche di navigare su Internet) e così via. Realizzare non più laboratori monoculturali, ma ambienti arredati con strumentazioni diversificate è a mio giudizio la sola soluzione praticabile per consentire ai nostri giovani di acquisire davvero la flessibilità mentale e operativa necessaria per sostenere efficacemente i continui cambiamenti degli strumenti digitali, degli ambienti di comunicazione e di interazione e dei paradigmi della società della conoscenza globalizzata.


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