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XO nella pratica didattica della scuola Primaria

1 gennaio 2009 | Raffaella Berlucchi, Docente in una IV classe della scuola Primaria “Martiri Libertà” dell’Istituto Comprensivo Chiari

La mia è una scuola elementare di provincia situata a ridosso del centro storico di Chiari ed io insegno in una classe quarta. È stato relativamente facile accettare con entusiasmo l’invito a partecipare al progetto OLPC promosso dalla provincia di Brescia, che associa, oltre al collegio al quale appartengo, altre cinque scuole bresciane. I motivi principali dell’adesione stanno nella condivisione dei principi fondanti del progetto, che ben si coniugano con i valori ispiratori del Piano dell’Offerta Formativa del nostro istituto che si traducono nella didattica dell’imparare facendo, dell’imparare riflettendo, dell’imparare insieme ed infine dell’imparare divertendosi.

Imparare facendo: il bambino come creatore di contenuti
È bene sottolineare che la classe coinvolta è composta da 25 alunni, che fin dall’inizio del loro percorso scolastico hanno l’abitudine ad avvalersi delle Nuove Tecnologie nell’ambito di percorsi d’apprendimento in attività a carattere disciplinare o trasversale, ricorrendo al laboratorio multimediale della scuola.
Quindi l’andare al “lab-Multi” è pratica comune, il collegarsi in rete è routine, il “copiare” informazioni ricavate da Internet è risorsa utilizzata per rielaborare ed esprimere.
Un unico laboratorio conteso tra più classi in una stessa scuola ne limita però la disponibilità oraria per ciascun gruppo di bambini e questo comporta che al momento della progettazione didattica sia necessario concepire e organizzare in modo molto analitico i percorsi didattici che possono trovare giovamento dall’impiego delle tecnologie digitali.
Nel nostro caso, invece, poiché a ogni bambino è stato affidato un laptop XO, sono possibili un rapporto 1:1 tra bambini e computer e quindi una dimensione quotidiana e personale dell’uso della “macchina”: nello zaino, accanto alla penna, al libro e al quaderno, c’è il portatile.
All’inizio XO in classe è sicuramente oggetto di distrazione, poiché i bambini sono desiderosi di esplorare le diverse Attività, e appare come elemento scardinante dell’idea di ordine e silenzio in cui si dovrebbero svolgere le lezioni in una classe diligente.
In realtà ciò si crea una condizione ideale di partenza per un processo di apprendimento e di insegnamento che voglia valorizzare apertura e curiosità spontanee, in un contesto classe fortemente motivato al nuovo.
Ho deciso infatti di non fornire ai bambini istruzioni specifiche né sull’utilizzo dello strumento né sulle procedure di gestione. Gli alunni, individualmente e soprattutto in gruppo, hanno così scoperto in prima persona le diverse Attività (dalla chat alla registrazione di suoni e di immagini, dai giochi all’acquisizione di nuove applicazioni) in una autentica acquisizione “evolutiva” di conoscenze e capacità procedendo sia con vari, ma mai frustranti, tentativi sia mediante scoperte o con la traslazione consapevole di abilità acquisite in altre situazioni, secondo lo schema classico del problem solving; ne è un esempio la volta in cui ci siamo chiesti come assegnare un nome diverso a un compito frutto di elaborazione personale di materiali già memorizzati, per conservarli nel diario di bordo di XO evitando la ridondanza di più attività con lo stesso nome.
Come ulteriore esempio di impiego didattico di XO, riporto l’esperienza di un’attività linguistica che ha valorizzato l’impiego dell’Attività Scrivi (il word processor del laptop): definito il topic “Emozioni”, abbiamo comparato tipologie testuali differenti e analizzato testi soggettivi oggettivi manipolando parole scritte sul supporto digitale.
Più in generale: facendo, i bambini hanno acquisito non solo specifiche tecniche legate all’applicazione usata, ma anche, contestualmente e parallelamente, conoscenze relative al codice del linguaggio scritto e delle strutture morfosintattiche, sviluppando competenze linguistiche specifiche.
Avremmo potuto raggiungere lo stesso obiettivo didattico con un metodi e strumenti tradizionali? Probabilmente sì, ma i bambini non avrebbero potuto sperimentare la valenza anche formativa, sicuramente costruttiva, della riscrivibilità dei testi, dell’archiviazione e della documentazione.

Imparare riflettendo: il bambino si autocorregge
Intraprendere azioni che coinvolgano XO e che abbiano carattere di intenzionalità costringe alla riflessione e al controllo dell’agire e alla previsione dei risultati:
I bambini che utilizzano l’XO imparano presto che ad un loro comando corrisponde un’azione, che a sua volta produce un effetto visibile e consequenziale. Ora se, l’obiettivo è concludere un lavoro, portare a termine un compito, i bambini comprendono da subito che è necessario pensare prima e durante il loro agire.
Ciò è stato evidente quando ho proposto ai bambini di creare una nuova partita di Memorize, una sorta di gioco “Memory”, che, utilizzando la lingua inglese, andasse a creare coppie di carte digitali dove ad una precisa struttura linguistica corrispondesse l’immagine relativa.

La comprensione del comando, l’articolazione delle fasi di realizzazione, lo sviluppo delle attività richieste sollecitano nei bambini continue risposte a domande interiori: “Da dove inizio e come proseguo? Quali modalità scegliere? Cosa sto pensando e come sto pensando? Quali risultati prevedo? Come ho già sbagliato in una situazione simile? Cosa mi ricorda questo modo di procedere?”.

La fase di abbinamento e acquisizione del nuovo gioco è infatti solo l‘ultimo passo di una procedura più complessa, che necessariamente deve essere progettata prevedendone fasi, risorse, passaggi sia a priori sia in itinere. Lo sforzo cognitivo produrre il risultato atteso non si realizza unicamente nella fase d’attuazione, ma anche sul controllo del pensiero pensato, sulle strategie di problem solving da adottare per risolvere situazioni critiche, sulla “memoria” di schemi coscientemente scelti.

Imparare Insieme: When we talk together we stay together
La grande novità dell’XO risiede nella connettività che permette ai laptop di dialogare tra loro utilizzando una rete senza infrastruttura.
Sul piano didattico ciò consente numerose applicazioni anche in contesti “ fuori dall’aula”, per esempio lavori a casa a due o in piccolo gruppo per attività di consolidamento.
In termini di apprendimento collaborativo è efficace l’utilizzo a scuola dell’attività “Scrivi” con l’opzione “Condividi con i vicini”che permette al testo in corso di scrittura di diventare un documento condiviso che, con modalità sincrona, viene costruito da due o più compagni che assumono realmente il ruolo di autori/attori nella costruzione dei testi originali da loro prodotti in un susseguirsi di scritture – revisioni – riscritture a più mani.
La collaborazione nel contesto educativo della costruzione di conoscenze assume carattere sociale quando travalica i confini dell’individualità soggettiva (“questo lavoro è mio”) per diventare risultato delle ricchezze di tutti coloro che vi hanno preso parte attiva in un reale ambiente d’apprendimento a portata di bambino (“questo lavoro è nostro”).
Le dinamiche nelle relazioni si arricchiscono di competenze diversificate, non legate unicamente al successo scolastico in un determinato ambito disciplinare; e ciò favorisce la concreta inter/azione anche di alunni stranieri non italofoni o diversamente abili.
Ho visto un alunno neo arrivato, insegnare ai compagni “stabili” e comunicare con loro in Indi e con immagini avviando una interazione multilingue veicolata dalle applicazioni multimediali dell’XO.

Imparare divertendosi: il bambino “indossa” l’XO
Imparare divertendosi si può: non solo come risultato di approcci ludici, ma facendo leva sulla forte motivazione, sul senso di responsabilità che l’avere l’XO like my pair of shoes comporta.
I bambini della mia classe, come del resto tutti i bambini, sono curiosi e la ripetizione di modelli e contenuti li annoia e li demotiva. Avere a disposizione uno strumento che incuriosisce, che viene considerato proprio e che diventa consueto è invece fonte di motivazione. E ciò rende interessante il doverci lavorare. Il divertimento infatti non è unicamente utilizzare un gioco, ma essere soddisfatti di ciò che si sta facendo perché corrisponde alla gestione autonoma ed originale del proprio lavoro. Gli alunni della classe hanno presto abbandonato i giochi preistallati sul portatile, come “Labirinto” o “Implode”, preferendo, anche in momenti “di pausa”, comunicare, scrivere, registrare con l’XO.

Un bilancio molto provvisorio
Non tutto è roseo. L’esperienza da me vissuta come docente e come non è stata scevra di difficoltà.
a. Difficoltà di carattere tecnico
- La rete MESH non supporta un numero sufficientemente adeguato di utenti collegati simultaneamente, in rapporto alla numerosità della classe; è necessario compensare con le USB pendrive.
- L’XO è lento rispetto allo standard di velocità di azione al quale siamo ormai abituati.
- La gestione dei file non prevede l’architettura ad albero e quindi i file sono registrati nel “Diario di bordo” in ordine cronologico; questo comporta per chi, come me, è abituato ad una logica operativa diverso, alcuni disorientamenti.
- L’accesso alla rete Web è difficoltoso e prevede dispositivi di access point che si sono rivelati non sempre funzionanti nelle strutture e nelle zone a media-alta densità urbanistica.

b. Difficoltà di carattere professionale
- La pratica didattica quotidiana con l’XO mi ha richiesto non solo di mettermi in gioco, ma anche di modificare – in misura più ampia rispetto alla prassi “ tradizionale” – il mio stile d’insegnamento, la mia concezione di bambino e di classe e di arricchire le mie metodiche relazionali, acquisendo diverse e più efficaci abilità di comunicazione, mediazione e gestione dei rapporti con gli alunni e tra di loro. Ho dovuto dimenticare la lezione tranquilla, perché silenziosa, perché prevedibile, perché ordinata: la mia azione didattica si è complicata di richieste che spesso si accavallano ed esprimono bisogni corrispondenti ai percorsi individuali che i bambini stanno seguendo. Nel contesto d’insegnamento, la relazione di fondo non è più quella tra me e la classe, è ma diventata quella tra me e ogni alunno e perfino quella tra me, un singolo alunno e un gruppo di alunni.
- Ho dovuto rivedere in modo sempre più flessibile anche il rapporto, che mi appariva in sé ben consolidato, tra pianificazione dell’intervento didattico, che fornisce sicurezza, e pratica didattica effettiva. Ho dovuto di ricorrere (ma è davvero faticoso!) alle mia esperienza professionale di “lungo corso” per trovare soluzione efficace a situazioni non previste, per esempio il mancato rispetto dei tempi di esecuzione di un lavoro da parte dei bambini a causa di intoppi tecnici.
- La valutazione di quanto davvero appreso dagli allievi e delle loro competenze, infine, è stata resa ulteriormente resa complicata dalla normativa che reintroduce le votazioni in decimi: è questo.

Allo stato attuale dell’esperienza qualsiasi analisi non può portare che a risultati parziali, aperti a una riflessione più ampia, che potrà trovare giovamento anche nel confronto approfondito con altre esperienze. Qui mi preme sottolineare la crescita della capacità di decisione autonoma da parte dei bambini ed il loro riappropriarsi del gusto di essere attivi nel processo di apprendimento. In più di un’occasione gli alunni mi hanno detto: “ Maestra… ti insegno”. Ho assistito a un ribaltamento dei ruoli degli attori del processo di apprendimento/insegnamento: il docente che apprende e il discente che insegna; ciò ha significato per il bambino, investito del ruolo di chi deve far crescere le conoscenze altrui, sperimentare il ruolo di protagonista e le conseguenti responsabilità. Per parte mia, ho vissuto personalmente momenti di lifelong learning, situazione che i miei allievi stanno vivendo già dalla prima esperienza scolastica.


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