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PKE: tutti ce l’hanno ma pochi lo sanno (far funzionare). Perché un Personal Web non è un Personal Knowledge Environment (PKE)

26 febbraio 2010 | di Maria Chiara Pettenati, DET – Dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni, Facoltà di Ingegneria, Università di Firenze

Abstract. Nel mondo delle tecnologie per la conoscenza è emersa la nuova parola chiave: Personal Web. L’Horizon Report 2009, nel proporre all’attenzione della comunità dell’e-learning questo concetto, ne esalta le potenzialità per la crescita di conoscenza: «la gestione dell’informazione è molto più facile di quanto non lo sia stato prima grazie a strumenti di publishing facili da usare per ogni tipo e forma di contenuti». Il Personal Web rende la gestione dell’informazione «easier than never before», più facile di quanto non sia mai stato, perché per gestire la complessità dell’informazione in rete, tool e servizi di cui disponiamo attraverso il Personal Web rendono semplice lo sviluppo e l’organizzazione del contenuto dinamico online. Armati di strumenti Web per taggare, aggregare, aggiornare e tenere traccia dei contenuti e relazioni i learner di oggi, o i learner per la vita, cioè tutti noi, creano e navigano un Web della Conoscenza. La tesi qui esplorata è che tutti oggi usano un Personal Web ma che pochi se ne sanno avvalere per una efficace gestione della conoscenza: perché per passare dal Personal Web al Personal Knowledge Environment (PKE) non bastano pochi click.

Parole chiave: Personal Knowledge Enrivonment, Personal Learning Environment, Personal Web, Personal Knowledge Management, lifelong learning.

Summary. In the world of e-learning, a new buzz-word recently emerged: Personal Web. The Horizon Report 2009, while raising this concept to the attention of the e-learning communities, highlighted its potentials for the personal knowledge growth: «Fifteen years after the first commercial web pages began to appear, the amount of content available on the web is staggering. Sifting through the sheer volume of material — good or bad, useful or otherwise — is a daunting task. It is even difficult to keep track of the media posted by a single person, or by oneself. On the other hand, adding to the mix is easier than ever before, thanks to easy-to-use publishing tools for every type and size of media». The Personal Web makes the information management «easier than never before», because Web-based tools and services help in managing the complexity of the information through a Personal Web with which it is easy to develop and organize dynamic online content. Armed with Web tools to tag, aggregate, update and trace contents and relations, today’s learners, the lifelong learners, that is the all of us, surf and co-create a Web of Knowledge. In this contribution we explore the idea that everybody can us a Personal Web, but a few can avail of it for an effective learning and knowledge management: the way from Personal Web to the Personal Knowledge Environments is not just few clicks away.

Keywords: Personal Knowledge Enrivonment, Personal Learning Environment, Personal Web, Personal Knowledge Management, lifelong learning.

Introduzione
«È veramente facile creare un Personal Web personalizzato, che possa supportare esplicitamente la propria vita professionale, sociale, di entertainment, di e-learning e di altre attività in questo mondo-network». Questo è il Personal Web, secondo Horizon Report 2009.
Chi ci legge, come tutti coloro che lavorano o si interessano di Web-based Education, riscontrano però che tutto quanto sopra descritto non sia affatto facile, né spontaneo. Non è facile prendere degli strumenti Web e renderli educativi, né per noi stessi né per gli altri, per due motivazioni principali: perché, anche su un piano puramente tecnico, esistono molteplici strumenti che diventano sempre più facili e usabili, difficilmente possiamo affermare che siano immediati da utilizzare, anche per un soggetto che si occupa di tecnologie di rete. E anche ammesso che questi strumenti siano singolarmente facili da usare nelle forme meno evolute, non sarebbe comunque facile «orchestrarli» in un unico insieme. Inoltre, quello che l’utente comune potrebbe fare con questi strumenti sarebbe più vicino all’insieme degli strumenti di Figura 1 che a un ambiente di Personal Knowledge Management efficace.

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Fig. 1 Ipotesi di set di strumenti per il Personal Knowledge Environment (Fonte: Appelt, R.2009).

La seconda ragione è che gli strumenti e gli ambienti Web non bastano, non è sufficiente la componente tecnologica per saper organizzare la propria conoscenza in rete: per rendere un Personal Web un Personal Knowledge Environment (PKE) efficace bisognerebbe possedere delle abilità che vanno al di là delle abilità tecnologiche, ed affondano le radici appunto nel concetto di Personal Knowledge Management (discusso nel primo contributo). Se volessimo scomporre la questione in osservazioni verificabili, dovremmo verificare entrambe le condizioni: da una parte «le tecnologie che compongono il mio PKE sono davvero facili ed efficaci da usare nel loro insieme» e dall’altra «mi è facile usare questo insieme di tecnologie per gestire efficacemente le cose che faccio in rete, ovvero per passare dall’information al knowledge management».
La chiave alla questione strategica della gestione efficace degli ambienti Web-based, approfondita in questo numero di Fomr@re, è insita nel set di competenze e abilità che sostengono un soggetto in rete nel poter passare dalla gestione dell’information a quella del knowledge. Quelle abilità costituiscono la chiave per aprire la porta sullo sconfinato paesaggio del Personal Knowledge Management attraverso il Web in una prospettiva di lifelong learning efficace.

Passare dal Personal Web al PKE
Un Personal Knowledge Environment (PKE) è letteralmente un ambiente di gestione della conoscenza personale. Il PKE corrisponde più ad un concetto che ad un ambiente specifico: non si identifica esplicitamente con un singolo strumento e prevede anzi un set personalizzato (Personal Web) di strumenti e ambienti in rete fino alla composizione di uno spazio personale.
Il PKE è in sé un ambiente mediato dalle tecnologie, che facilita e innesca i processi di creazione della conoscenza in modo personalizzato; è individuabile come un ambiente dinamico e che è continuamente ricostruito, rimodellato e forgiato sulle esigenze e sviluppi cognitivi del suo possessore, per potersi meglio adattare al suo quotidiano bisogno di costruzione della conoscenza.
Un Personal Knowledge Environment si avvale di un Personal Web, come ambiente multistrumentale per la gestione dell’informazione, ma va ben aldilà delle semplici potenzialità di un Personal Web.

Tutti hanno un Personal Web, molti lo chiamano PLE, in pochi casi diventa un PKE
Allo stato dell’arte tutto o molto di quello che è stato pensato, fatto e scritto nell’ambito dell’uso del Personal Web per l’educazione è stato etichettato col termine di «Personal Learning Environment (PLE)» (Editechpost, 2010; Wikipedia, 2009; LTCWiki, 2008; Tosh, 2005).
Tuttavia il mondo dei Personal Learning Environment cela un limite di fondo che lo rende non adeguato al contesto che si vuole approfondire in questa sede, quello della formazione per adulti, la strada del lifelong learning, l’orizzonte della formazione continua. Un PLE, benché si strutturi in base al learner e non in base al corso (come accade invece per un VLE – Virtual Learning Environment, in cui tipicamente la porta d’accesso ai contenuti e alle interazioni è l’insegnamento del docente), si porta dietro una radice che viene dalla formazione tradizionale, quella «formale», quella che se non è legata «alla classe» è sicuramente legata al contesto «istituzione formativa», che sia la scuola, l’università o l’istituzione che mette a disposizione lo spazio e la tecnologia.
Un PLE tende a riprodurre un contesto formativo in cui i singoli corsisti si confrontano e ricevono feedback, come nel concetto «classe»: si crea dunque un ambiente unico nel quale la conoscenza si alimenta in virtù di attività e relazioni. Se questo processo è perfettamente adeguato alle esigenze formative ed esperienziali di un giovane studente, per cui il chiuso degli ambienti di rete dell’istituzione formativa funge da guida nella formulazione di tali esperienze formative, resta un ambiente limitato per poter consentire al learner adulto di immergersi in un continuum di esperienze lavorative, di formazione non-formale e informale, in tutto il suo futuro e necessario processo di lifelong learner.
Negli ultimi anni il mondo della formazione però ha subito una transizione di quelle che tutti riconoscono ma che tutti faticano a considerare nel concreto: la formazione è diventa «aperta» (Iiyoshi e Kumar, 2008).
Non a caso oggi, nel 2010, «open education», «open knowledge», «open technology» «open content» sono oggi gli assi portanti di una nuova filiera nel mondo dell’educazione (tema approfondito da Antonio Fini nella sua tesi di dottorato (2009) di cui l’autrice è tutor insieme al prof. Calvani), e ne rivestono le maggiori direttrici evolutive, come viene confermato sia nelle due ultime edizioni dell’Horizon Report (2009; 2010).
Per ragionare sul perché gli strumenti di PLE non siano esattamente adatti a diventare PKE, dobbiamo approfondire la dimensione di «openess» nel nuovo modo di pensare la conoscenza; tale dimensione è insitamente legata ai singoli soggetti in rete, alle persone.
Le persone stesse — i lifelonglearner di oggi — sono open, o meglio, per necessità e accordo con il futuro che avanza, sono e saranno sempre più orientati alla vita digitale e all’uso costante, pervasivo ed esperto delle tecnologie di rete.
In una direttrice di futuro — diversamente prossimo in base alla geografia, al supporto delle infrastrutture tecnologiche e di rete e alla volontà politica — i lifelong learner di oggi sono o presto dovranno esserlo, utenti consapevoli, perlopiù utenti abituati a costruire contenuti, a costruire reti, a socializzare risorse e relazioni. Gli stessi lettori di Form@re coincidono con tutti quegli utenti che — a modo loro — posseggono già un Personal Web e lo adoperano, seppur parzialmente, per renderlo un Personal Knowledge Environment. Pensare di fornire loro uno strumento che va bene per tutti significa decretare il fallimento di quello strumento e condannarlo a rientrare nel palmares dei «nuovi strumenti progettati per il vecchio modo di pensare/fare/costruire conoscenza», come rappresentato nella notissima figura 2.

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Fig. 2     PLE – Personal Learning Landscape – Elgg. (fonte: Tosh, 2005).

Questo esempio — innovativo nel 2005 — è considerabile oggi un esempio di «nuovo modo per fare le cose alla vecchia maniera». La figura ha un centro (Elgg) che è il «dentro» della conoscenza e ha una periferia, formata da relazioni con il «fuori» (contenuti, comunità, reti sociali). Non ci sono dimostrazioni che questo nuovo modo di fare le stesse cose sia più efficace del precedente (Cobo Romanì, 2009; Fini, 2009).

Quanta «openess» c’è nei PLE?
Potrebbe risultare immediato ma anche altrettanto semplicistico rispondere che la «openess» sia il criterio di costruzione per qualsiasi PLE che si rispetti. Basta guardare la famosa sequenza di «PLE diagrams» (Edtechpost, 2010) che racconta attraverso le immagini una “storia” di PLE più o meno famosi partendo proprio dal 2005 col PLE della figura 2. Quella carrellata rinforza il fatto che ogni rappresentazione di PLE rintracciabile in letteratura negli ultimi 5 anni (Edtechpost, 2010; Barrett, 2004; Tosh, 2005; LTCWiki, 2008; Wikipedia, 2009) si fonda chiaramente sul concetto di «aggregare tecnologie e strumenti» in una visione molto prossima a quella che sottende piuttosto il concetto di «Personal Web» dell’inizio di questo contributo: ciò che è mancante in queste rappresentazioni, e che invece ne individuerebbe la chiave della sua efficacia per i suoi possessori, è la modalità attraverso cui rendere quel Personal Web un PLE o meglio PKE, per sottolinearne il carattere aperto ed evoluto di ambiente dedicato alla costruzione di conoscenza.

Chi – Cosa – Dove – Come – Quando – Perché PKE?
Se dunque le rappresentazioni dei PLE non sono soddisfacenti per rappresentare coerentemente il passaggio dalla gestione dell’informazione a quella della conoscenza, cosa lo è?
La rappresentazione che si propone qui è di descrivere un PKE attraverso la risposta a un set di domande che ne definiscono sia i confini sia le dimensioni, allargando l’orizzonte dalla semplice dimensione dell’ambiente, alla multidimensionalità delle caratteristiche che necessariamente lo compongono.

Tabella 1             Il PKE descritto attraverso le sue dimensioni fondamentali

CHI: il chi è il learner, o meglio il lifelong learner. Nel suo viaggio per la conoscenza mediato dalla rete, ci sono molti altri «chi» che intervengono: sono i soggetti con cui il lifelong learner si relaziona attraverso la rete e che — con ruolo sempre variabile nel tempo — possono essere per il learner uno stimolo ad approfondire, una risorsa, un esempio, uno spunto, un contatto utile, ecc.

COSA: il cosa è cuore del processo che avviene nel PKE, è l’oggetto della ricerca di conoscenza; corrisponde per il singolo al «cosa desidero apprendere, approfondire e capire».

DOVE: nel mondo della rete questo è il Personal Web, è il «“multi-tool», l’ambiente composito che unisce diversi altri ambienti e luoghi che parte dal Web e che, variando nel tempo, tiene traccia e mette in evidenza le diverse tappe della ricerca e della costruzione della conoscenza.

COME: è riferito a come questi ambienti e strumenti che plasmano il Personal Web vengono «orchestrati» e modulati insieme per supportare le fasi di ricerca/costruzione di conoscenza. La dimensione del Come è quella che investe le abilità di gestione personale della conoscenza (PKM skills: si veda l’articolo di M.E. Cicognini su questo numero) che rendono possibile ed efficace l’uso e del Personal Web.

QUANDO: riguarda la dimensione del tempo. È una dimensione fondamentale nell’economia del processo di crescita di conoscenza e basilare per garantirne la sua stessa efficacia.

PERCHÉ: È il motivo per cui funziona «la macchina PKE», equamente suddiviso fra un fine di interesse personale — dove per interesse personale si intende qualsiasi livello della gerarchia di Maslow (Maslow,1943; Wikipedia, 2010) che investe, tra gli altri, il desiderio di soddisfacimento dei propri bisogni, quello della sicurezza e quello di autorealizzazione.

Le dimensioni appena descritte meglio delimitano il campo d’indagine e ci supportano nel formulare la definizione di Personal Knowledge Environment (PKE), che può dunque essere inteso come il dispiegamento (COME) di un Personal Web (DOVE) in un tempo dedicato al learning (QUANDO), grazie al quale qualsiasi utente (CHI) può catturare una propria vista del flusso informativo del mondo della rete (COSA) eapplicando sforzo e metodo (COME)utilizzarlo per accrescere la propria conoscenza (COSA) in relazione a degli obiettivi che si pone (PERCHÈ).
Un PKE così inteso è multidimensionale: è un insieme di tecnologie, è racchiuso in un tempo dedicato all’apprendimento e all’acquisizione di informazioni e conoscenza, è l’istantanea di metodo di studio/lavoro, è la risultante stessa del proprio sforzo intellettuale e del proprio metodo per apprendere e conoscere.

PLE, PKE, Personal Web: la confusione continuerà
Come dicevamo poc’anzi, il PKE si pone — per sua natura — su una direttrice di futuro rispetto ai concetti già di per sé non perfettamente posseduti di PLE e Personal Web nel panorama educational italiano. Resta piuttosto verosimile pensare che, nel settore disciplinare che ci interessa — quello delle tecnologie per la conoscenza — la confusione fra questi ambienti/concetti continuerà.
Sull’informazione in rete e sull’information overload in questo decennio si sono spesi fiumi di bit, specie nelle sue rappresentazioni. Quella più pertinente in questa riflessione vede l’informazione in rete come un flusso incessante, come fosse una cascata di enorme portata.
Costruire conoscenza in rete in una prospettiva lifelong, è come convogliare una parte del flusso di quella cascata, in un certo istante, per alimentare un processo che permette a chi appende di fare qualcosa, ad esempio risolvere un problema.
La componente tecnologica, quella etichettata Web 2.0 (Fini e Cigognini, 2009) e quella che vi seguirà fa molto e farà sempre meglio per aiutare a convogliare e gestire i flussi di informazione; ma come è noto, la tecnologia e non potrà mai sostituirci nel compito di pensare/progettare come convogliare quel flusso e nel costruire il meccanismo che lo mette a frutto e che realizza la crescita di conoscenza. Il PKE è quindi la cornice che può valorizzare la realizzazione di questo passaggio.

E quindi?
La riflessione conclusiva di questo contributo si riallaccia al suo titolo: quasi tutti hanno un Personal Web, ma pochi lo sanno usare efficacemente per accrescere la loro conoscenza, ovvero trasformarlo in PKE, perché questo processo implica imparare a tradurre il proprio approccio alla conoscenza in un mondo che è a cavallo tra l’analogico e il digitale, un processo di creazione della conoscenza — o più semplicemente studio  — che richiede una serie di competenze che vanno bel aldilà delle digital literacy e che sono a monte di qualsiasi processo di conoscenza consapevole, come già sostenuto in altri contributi di questo numero di Form@re.
Ma se per gli studenti attuali e futuri in formazione tradizionale, l’acquisizione di tali competenze può essere inserita e mediata dalla stessa formazione tradizionale (Pettenati e Cigognini, 2007; 2009a; 2009b; Cigognini, 2009) come possono cavarsela i singoli utenti della rete che mirano a diventare self-regulated lifelong learners? Avanzo qui l’ipotesi che la strada più efficace sia confrontarsi con gli altri.
Confrontarsi per imparare dalle pratiche migliori, confrontarsi con le chiavi che descrivono una best practice, ad esempio quella presentata nella tabella 1; tutto questo in un processo che non ha mai compimento, ma continua fintantoché continua il nostro learning, cioè tutta la vita.

Esempi di PKE interessanti
Tra i vari PKE che possono essere considerati, per aspetti diversi, interessanti e rappresentativi di quello che si è detto segnaliamo:

  1. il PKE di Bill Gates, avviato di recente, in cui il co-fondatore della Microsoft condivide pensieri ed esperienze sui suoi interessi personali in un’ottica dichiarata di lifelong learning (http://www.thegatesnotes.com/Default.aspx);
  2. il PKE di un ricercatore catalano, Ismael Peña-López. Un vero e proprio punto di aggregazione e lavoro che manifesta il modo di fare ricerca vivendo nella rete (http://ictlogy.net/);
  3. Il PKE di un professore messicano, Cristóbal Cobo Romaní, specchio di un’attività che ha come missione l’invisible learning(http://ergonomic.wordpress.com/2009/12/31/gelukkige/);
  4. il PKE di un artista dell’e-learning, Mario Rotta, in cui riflessioni studi e ricerche sull’apprendimento diventano anche arte (http://www.mariorotta.com/knowledge/).

Bibliografia

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