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I social network nella didattica

26 maggio 2011 | Andreas Robert Formiconi, Università di Firenze

 

Abstract. L'articolo prende le mosse dalla distinzione proposta da Lawrence Lessig fra Internet e ciberspazio, dove quest'ultimo viene descritto come luogo di partecipazione e produzione di significato, ben oltre le tipiche funzionalità di Internet, riconducibili alla ricerca di risorse e alla fruizione di servizi di vario genere. Si riportano esempi che illustrano il valore aggiunto che può emergere dall'aggregazione nel ciberspazio, in contesti attinenti alla formazione scolastica o universitaria: due riguardano la formazione di un network spontaneo, di insegnanti in un caso e di studenti in un altro, e due l'applicazione di strumenti di blogging e microblogging nelle attività di classi universitarie. Infine, si discute il ruolo che le tecnologie web possono avere nella sperimentazione di nuove pratiche didattiche, in relazione all'impatto che possono avere sull'apprendimento.
 
Parole chiave: blog, microblog, social network, ciberspazio, web 2.0, innovazione, tecnologia.
 
Abstract. The article starts with Lessig's distinction between Internet and cyberspace, the cyberspace being the ideal space where new significant experiences may arise by means of true participation, well beyond mere search for information or smart services in the Internet. Some examples are given in order to discuss how additional value may emerge from aggregation in cyberspace within an educational context. The examples concern both students' and teachers' self-organizing networks as well as the use of blogging and microblogging in classrooms. Finally, the issue of evaluating the impact of new teaching practices when using web technologies is discussed.
 
Keywords: blog, microblog, social network, cyberspace, web 2.0, innovation, technology.
 
Introduzione
Il ciberspazio è un luogo ideale nel quale gli utenti di Internet vivono esperienze e svolgono attività che altrove non sarebbero state possibili, con una partecipazione che trascende le usuali attività di ricerca di risorse o di fruizione di servizi (Lessig, 2006, p. 83): in Internet si gestisce il conto corrente e si prenota un treno, nel ciberspazio si partecipa e si coopera in una comunità, con un coinvolgimento intellettuale e emotivo che può essere anche profondo. Alla luce di questa distinzione la comune dicotomia reale-virtuale è fittizia. Il ciberspazio è quanto di più concreto si possa immaginare, considerato che l'esperienza umana non attiene solo alla sfera fisica. Il ciberspazio non è quindi uno spazio alternativo a quello reale, bensì una sua ulteriore dimensione.
Questo concetto trova un'interessante conferma in uno studio pubblicato nel 2007 dall'Higher Education Research Institute (HERI, 2007, p. 2) della University of California. Lo studio, intitolato College Freshmen and Online Social Networking Sites, raccoglie i risultati di un’indagine condotta negli Stati Uniti su 31.500 matricole di 114 atenei. Dallo studio emerge che non esiste un effetto di sostituzione in virtù del quale chi passa più tempo nei social network rinuncia ad altre attività. Al contrario, gli studenti che frequentano più assiduamente la rete sono quelli che dedicano più tempo alla frequentazione degli amici, alla partecipazione in attività sociali e anche a lezioni e attività di laboratorio. La differenza non è quindi tra fautori della realtà fisica o di quella virtuale, come suggerirebbe lo stereotipo usuale, bensì fra individui più o meno attivi.
È naturale immaginare che il ciberspazio possa giocare un ruolo importante nella scuola. In questo articolo descrivo alcune esperienze che mostrano come studenti e insegnanti vi possano trovare, in modi anche molto diversi, un importante valore aggiunto.
 
Un network di insegnanti
«Pratiche di miglioramento dell'insegnamento e dell'apprendimento. Condivisione di risorse. Confronto su temi critici». Queste sono le parole con le quali si presenta il network La Scuola Che Funziona (Marconato, 2009). Quasi 1500 membri, 22 gruppi di approfondimento, 256 discussioni con migliaia di interventi, un BarCamp organizzato nell'ambito del VeneziaCamp 2010, la redazione di un Manifesto degli Insegnanti, che ha raccolto più di mille firme, tradotto in inglese e citato nella newsletter OLDaily di Stephen Downes (Downes, 2010), numerose iniziative, fra cui un progetto per una pubblicazione di pratiche didattiche innovative, solamente per citare alcuni dei numeri e dei fatti salienti di un network cresciuto in maniera del tutto spontanea, a partire da un seme gettato nella rete il 13 settembre 2009 da Gianni Marconato.
Escludendo le attività di puro diletto, si può immaginare che l'impegno profuso in una partecipazione nel ciberspazio sia in qualche maniera proporzionale al valore aggiunto percepito dai partecipanti. Se si considera che il tempo totale dedicato a queste attività è stato eroso dal tempo libero di persone impegnate nel lavoro e nella famiglia, si ha un'idea dell'intensità del fenomeno.
Nell'ultimo rapporto McKinsey (McKinsey, 2010, p. 43), How the world's most improved school systems keep getting better, si rileva come i sistemi scolastici che passano da un livello buono a un livello eccellente, abbiano seguito un approccio marcatamente decentralizzato, puntando alla collaborazione e allo scambio di esperienze fra insegnanti. Il fenomeno dell'emergenza e della crescita del network de La Scuola Che Funziona potrebbe essere un importante esempio da prendere in considerazione nella progettazione di forme di aggiornamento professionale per gli insegnanti.
 
Un network di studenti
Nel caso degli insegnanti la confidenza con le tecnologie di Internet, seppur crescente, è ancora appannaggio di una minoranza, mentre nel caso degli studenti la situazione è diametralmente opposta. Nel già citato studio dell'Higher Education Research Institute (HERI, 2007), è emerso che 94% degli studenti frequenta qualche forma di social network. Fra questi prevale Facebook. Il dato è in armonia con i risultati dei sondaggi sulle mie classi di studenti presso la Facoltà di Medicina, dai quali risulta che oltre 80% di loro utilizza in qualche misura questo social network (sondaggio eseguito su 200 studenti nell'anno accademico 2009/2010).
Gli studenti della classe di medicina 2009/2010 di Firenze hanno mostrato che Facebook può essere utilizzato in modo creativo e molto utile, e non solo per svago. Ecco come si presenta il gruppo: «CUBO 2009/2010 è un progetto di scambio delle conoscenze e un gruppo rivolto agli studenti di Medicina e Chirurgia di Firenze immatricolati nell'anno 2009/2010». Sono 272 studenti che si sono dati un'organizzazione: 5 amministratori e 5 responsabili per 4 settori: Appunti e Materiali, Responsabile Eventi, Comunicazioni-Esami, Comunicazioni-Eventi di Facoltà. Il gruppo, creato oltre un anno fa, continua ad essere un punto di riferimento per tutta la classe. La maggior parte dei messaggi scambiati all'interno del gruppo sono finalizzati a trovare il proprio percorso nell'organizzazione universitaria, non sempre agevole, di lezioni, laboratori, suddivisioni in gruppi, esercitazioni, esami. Altri messaggi sono invece volti alla ricerca dei materiali di studio come alla condivisione di informazioni sulle difficoltà dei vari esami.
L'organizzazione è notoriamente un punto debole dei nostri atenei, fatte salve alcune eccezioni. Non andrebbe trascurato l'apporto di aggregazioni spontanee e pervasive come quella appena menzionata, tenendo conto che queste divengono sorprendentemente efficaci quando sono gli stessi docenti a utilizzarle, con evidente fluidificazione della vita universitaria e non trascurabile risparmio per la struttura.
 
Blogging e microblogging in classe
Sono sempre più numerose le sperimentazioni didattiche degli strumenti web 2.0, in tutto il mondo. Il blog è uno degli strumenti che riceve la maggiore attenzione (Bruni, 2009), sia a livello di scuole secondarie (Sawmiller, 2010) che a livello universitario (Formiconi, 2009, 2010; Kerawalla et al., 2008) e, se usato accortamente, consente di aggiungere un valore consistente a un insegnamento, ben oltre lo stereotipo delle ricerche costruite con il copia-incolla. Se si vuole, il blog è uno splendido quaderno con proprietà magiche: può accogliere ogni forma di espressione, testo, disegni, registrazioni, fotografie, video, può ospitare discussioni fra pari ed è visibile agli insegnanti, facilita il collegamento alle Open Educational Resources e ad altre risorse, può essere pensato come a un portfolio che mantiene la traccia delle attività dello studente nel corso dell'anno. Facilita il coinvolgimento degli studenti perché impiega metodi e tecnologie che sono già il loro pane quotidiano nella vita extra-scolastica. Motiva l'impegno alla scrittura con la consapevolezza che i propri testi potranno essere letti in un ambito ben più ampio di quello della classe. Dà voce agli studenti più timidi, che raramente trovano l'occasione di porre domande o di esprimersi, se non quando interrogati. Infine, il lavoro di organizzazione del blog, di organizzazione grafica e di composizione di ciascun articolo, si risolve in un prezioso esercizio di scrittura con strumenti che sono ormai ubiquitari e il cui impiego rappresenterà la norma in qualsiasi attività del prossimo futuro.
I sistemi di microblogging – di cui Twitter è il più noto, quale veicolo ubiquitario di diffusione di notizie, impiegato oggi da tutte le più importanti testate giornalistiche del mondo – destano l'interesse di numerosi educatori che lo impiegano come uno strumento agile ed economico per la comunicazione nell'ambito della classe e non solo. L'adozione di un sistema di microblogging è sorprendentemente semplice. Infatti, se all'interno di una classe tutti i docenti e tutti gli studenti aprono un account e ciascuno di essi si abbuona a tutti gli altri, si ottiene immediatamente un sistema di comunicazione che abbatte il limite temporale della presenza in classe. Il microblogging, se utilizzato correttamente, consente di estendere al tempo extra-scolastico un discorso iniziato in classe, lasciando così emergere spunti di riflessione che altrimenti sarebbero rimasti inespressi. Questa caratteristica è condivisa dal blogging ma con minore agevolezza: un blog è più impegnativo e ci si lavora tipicamente al tavolo, in un sistema di microblogging invece si può intervenire anche con il cellulare mentre si torna a casa in autobus. L'impiego del microblogging nella pratica didattica dispiega pienamente le sue potenzialità se associato ad altri strumenti quali blog o wiki, che possono ospitare approfondimenti ai quali i brevi messaggi del microblog possono fare riferimento.
Un'altra caratteristica interessante del microblogging consiste nella facilità con la quale in esso può emergere un discorso spontaneo, che può facilmente estendersi al di là dei temi specifici dell'insegnamento. In un recente e approfondito lavoro (Ebner et al., 2010) sull'impiego di un sistema di microblogging nell'insegnamento di un master, si evidenzia come un simile tipo di dialogo faciliti forme di apprendimento informale. È un concetto non dissimile da quello che avevo rilevato in un articolo precedente dove analizzavo il flusso dei post e dei commenti spontanei in una blogoclasse (Formiconi, 2009), ipotizzando l'emergenza di dinamiche proprie di una comunità di pratica (Wenger, 1998). In ambedue i casi, relativi all'impiego di microblogging nel primo e di blogging nel secondo, si rileva l'importanza del dialogo spontaneo fra gli studenti quale elemento di facilitazione dell'apprendimento.
Un problema molto importante in questo tipo di studi, consiste nella difficoltà di ottenere i riscontri obiettivi e gli effetti misurabili del presunto miglioramento dell'apprendimento. Sia nel succitato lavoro di Ebner (Ebner et al., 2010) che nel metodo da me proposto per lo studio delle dinamiche di una blogoclasse (Formiconi, 2010), sono state effettuate delle valutazioni numeriche. Sfortunatamente, per quanto tali tentativi possano essere lodevoli, la valutazione numerica di per sé non implica necessariamente la significatività dei risultati. In ambedue i lavori si assume infatti che le stime del lavoro prodotto spontaneamente rappresentino un indicatore dell'apprendimento informale aggiunto, e per quanto ragionevole, questa è pur sempre un'ipotesi e non un fatto dimostrato.
Molto recentemente, i ricercatori della Lock Haven University, hanno fatto un passo in più, proponendo un tentativo interessante di misura quantitativa dell'impatto di Twitter in un esperimento didattico (Junco et al., 2010). Il metodo applicato dai ricercatori americani è molto simile a quello applicato nella ricerca biomedica per studiare gli effetti di un farmaco. Si selezionano due gruppi di soggetti, avendo cura di sceglierli all'interno di una stessa popolazione in modo che non vi siano fra di essi differenze significative alle quali possano essere attribuite eventuali differenze nei risultati. Si somministra quindi il trattamento con il principio attivo di cui si vuole studiare gli effetti ad uno solo dei due gruppi, il gruppo sperimentale. All'altro gruppo, detto di controllo, viene somministrato un trattamento indistinguibile all'apparenza ma privo del principio attivo. Questo trattamento apparente viene comunemente chiamato placebo.
Junco e i suoi colleghi hanno applicato esattamente questo disegno sperimentale a una popolazione di 125 studenti dei corsi di laurea sanitaria professionalizzante. Gli studenti sono stati divisi in due gruppi e sono state utilizzate due misure dell'efficacia del trattamento: la votazione media ottenuta nel semestre di sperimentazione e i risultati di un sondaggio eseguito mediante il National Survey of Student Engagement, uno strumento di indagine statistica per la misura del coinvolgimento degli studenti in attività rilevanti dal punto di vista formativo (Kuh, 2002). I dati ottenuti dai due gruppi sono stati poi analizzati mediante strumenti statistici di analisi della varianza (ANalysis Of VAriance, ANOVA). Tutti gli studenti hanno ricevuto lo stesso trattamento, in termini di risorse didattiche, assignment e disponibilità di feedback, da parte dei docenti. La differenza tra i due gruppi è consistita nello strumento di comunicazione: Twitter per il gruppo sperimentale e Ning per il gruppo di controllo. Ning è una piattaforma per la creazione di reti su temi specifici, ed è dotata di tutta una serie di strumenti quali forum, blog, servizio di posta, chat e altri, tutti interni alla piattaforma. Uno strumento quindi assai più potente di Twitter, quest'ultimo, avendo dalla sua semplicemente l'immediatezza d'uso e l'accesso ubiquitario.
L'esperimento ha rivelato un vantaggio statisticamente significativo dell'impiego di Twitter rispetto a quello di una piattaforma convenzionale (Ning), sia per quanto concerne il livello di engagement che per la votazione media. La positività del risultato va considerata alla luce di alcune non trascurabili limitazioni. In primo luogo il campione ridotto della popolazione limita la generalità delle conclusioni che se ne possono trarre. Un altro aspetto concerne lo strumento di misura di engagement (NSSE) che fornisce delle valutazioni in qualche modo inquinate dalla soggettività degli studenti stessi, trattandosi di uno strumento di autovalutazione. Infine, va anche considerato l'impegno dei docenti, desiderosi di creare proprio quel dialogo che è ciò che, alfine, viene misurato. Il lavoro di Junco e colleghi è ciò nondimeno degno di interesse in quanto tenta di offrire un riscontro quantitativo del beneficio che si può ottenere mediante un impiego accorto di strumenti di tecnologie di social networking.
 
Conclusioni
Non vi è dubbio che l'impiego di strumenti Web 2.0 in contesti educativi possa dar luogo a fenomeni che sono tipici del ciberspazio, dove i partecipanti vivono esperienze che esorbitano dalla mera ricerca e dall'impiego di risorse online. Questo è un fatto che va certamente tenuto in debita considerazione ma è necessario avere ben presente la complessità del contesto. Non si dubita che le tecnologie siano importanti, esse rendono possibili approcci prima impraticabili. Tuttavia è necessario rendersi conto che gli sperimentatori non solo impiegano nuove tecnologie, ma essi medesimi si comportano in modo diverso e magari anche con un coinvolgimento emotivo particolare. Sarebbe un errore considerare questo un limite sperimentale nello studio dell'efficacia dei metodi. Esso è l'espressione dell'inevitabile complessità del fenomeno dell'apprendimento in una comunità, composta usualmente da una classe e dai suoi insegnanti. Non è un limite, è una ricchezza. Può valere la pena di sottolineare la questione rifacendosi al lavoro di John A.C. Hattie, che ha recentemente pubblicato i risultati di un'indagine sull'efficacia delle innovazioni didattiche durata quindici anni (Hattie, 2008). Si tratta di un complesso lavoro di sintesi di 800 meta-analisi, che a loro volta hanno riunito complessivamente 50.000 studi statistici sull'efficacia di innovazioni didattiche di ogni tipo e che sono state sperimentate in tutto il mondo, coinvolgendo un totale di svariati milioni di studenti. È interessante rilevare come un lavoro così vasto, metodologicamente rigoroso e eminentemente quantitativo, abbia messo in luce la primaria importanza del coinvolgimento emotivo degli insegnanti (Hattie, 2008, p. 18): «The remarkable feature of the evidence is that the biggest effects on student learning occur when teachers become learners of their own teaching, and when students become their own teachers». Con questo non si intende affatto sminuire il ruolo che le tecnologie e, in particolare i social network, possono avere nella didattica, ma si vuole sottolineare come la questione non possa essere ridotta a pura tecnicalità, e come tali strumenti possano dispiegare le proprie potenzialità solo se gli insegnanti interpretano il proprio lavoro con passione e con un continuo anelito al miglior apprendimento degli studenti, facendosi alfine essi stessi studenti. 
  
Bibliografia
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