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Si riferisce al divario tra individui, categorie sociali ed aree geografiche relativo alle opportunità di accesso alle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione ed all utilizzo di Internet per una serie di attività.

L’espressione ha conosciuto una certa fortuna a partire dal lavoro di Paul Gilster, Digital Literacy (Gilster, 1997). Gilster, distinguendo la digital literacy dalla computer literacy, sottolinea come le competenze core che caratterizzano questa nuova forma di literacy non riguardino tanto le abilità tecnico-procedurali nell’uso delle TIC quanto le capacità di pensiero critico. Altre espressioni utilizzate correntemente per riferirsi ad aspetti correlati a questo concetto sono information literacy, media literacy, visual literacy, ICT literacy. Oggi si parla anche di digital competence e eLiteracy. Nonostante questa varietà di usi terminologici, che sottintende ovviamente accentuazioni diverse, esiste ormai una certa convergenza in letteratura sull’idea che il concetto di digital literacy comporti l’integrazione di una pluralità di competenze, coinvolgendo aspetti di natura tecnica, processi cognitivi e consapevolezza etica sui media.

Espressione con cui si indicano coloro che sono nati dopo la diffusione di Internet (e quindi dei primi browser commerciali). La sua diffusione è dovuta in particolare a Marc Prensky che, in famoso articolo del 2001, ha contrapposto i Digital Natives ai Digital Immigrants, cioè a quelli che hanno imparato ad usare le tecnologie digitali in età adulta. Secondo questa contrapposizione, il gap tra nativi e immigrati non sarebbe semplicemente generazionale ma soprattutto cognitivo, poiché riguarda i processi di pensiero e di elaborazione dell’informazione.